Il porto è una delle poesie più note di Antonia Pozzi: in questi versi affiorano i tratti salienti della sua vicenda umana ed esistenziale mentre le scelte stilistiche mostrano chiaramente l’evoluzione della sua scrittura poetica.
La poesia Il porto, datata 20 febbraio 1933, viene composta da Antonia Pozzi in un momento che è un vero e proprio spartiacque nella sua vita: nei mesi precedenti la giovane poetessa aveva subìto tutto il peso delle incomprensioni familiari, il padre Roberto avversava profondamente la sua relazione con Antonio Maria Cervi, che era stato suo insegnante di lettere classiche negli anni del liceo, ritenendolo inadeguato per la grande differenza di età con la figlia, per le sue origini meridionali e per una condizione economica di molto inferiore alla sua. Lo tollerava così poco che aveva minacciato di sfidarlo a duello; per questo i due innamorati, pur essendosi giurati amore eterno, avevano deciso di allontanarsi definitivamente.
Tramontava così il sogno d’amore più totalizzante e travolgente di Antonia Pozzi, quella “vita sognata” che dà il titolo anche alla piccola raccolta di dieci componimenti che la poetessa, sempre nel 1933, aveva realizzato per Cervi; quella vita coniugale che Antonia Pozzi avrebbe voluto coronata dall’arrivo di un bimbo, figura, questa, che comparirà insistentemente nelle liriche degli anni successivi.
I dissidi coll’irruento genitore ma anche alcune incomprensioni con lo stesso Cervi, legate a un diverso modo di intendere e di vivere la religiosità, avevano portato Antonia Pozzi, nei mesi precedenti a una condizione di sofferenza fisica e psicologica, un malessere che si concretizzava con una sensazione perturbante e spiacevole di lontananza e di estraneità al corso degli eventi e al flusso del reale.
Nella vita di Antonia Pozzi, però, sono anche altri gli indizi che confermano che la ragazza è di fronte a un tornante tra i più insidiosi da aggirare: l’anno precedente (1932), infatti, vive una crisi parallela anche sul piano creativo. Furono i giudizi ingenerosi di alcuni compagni di università, come Enzo Paci, e le parole ambigue del maestro Antonio Banfi riguardo alla sua poesia a portarla a interrogarsi sul senso della sua scrittura e sull’opportunità di proseguire in questa direzione.
Grazie all’amicizia e al confronto con il poeta montanaro Tullio Gadenz, però, nel giro di pochi mesi comprenderà quanto questa attività sia per lei irrinunciabile, scrive, infatti, in un celebre passo di una sua lettera, datata 29 gennaio 1933:
Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia dal più profondo dell’essere, io credo, Tullio alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue.
Antonia Pozzi spiega nel proseguo della stessa lettera che la poesia era per lei il luogo speciale nel quale poteva cogliere in modo più immediato il suo speciale Dio “che non si lascia staccare dalla vita”, un dio che non ha nulla di metafisico e di trascendentale e che anzi si fa presenza nelle cose del mondo terreno ma anche nel cuore degli uomini che lo sanno contemplare.
E che la sua vita, nonostante le molte dolorose cadute, trovi ancora senso nella poesia lo conferma anche, pochi giorni dopo, nella lirica Un destino, che porta la data del suo compleanno (13 febbraio 1933) e che quasi inaugura un anno che, a differenza del precedente, sarà per Antonia Pozzi molto prolifico.
Non solo, da questo momento in poi, i componimenti della giovane mostrano tratti stilistici più riconoscibili e marcati, mentre toni e tematiche diverse si susseguono e si alternano instancabilmente. Molte sono ancora le poesie dedicate a Antonio Maria Cervi, dove rimbombano i temi dell’amore negato e di una maternità solo idealizzata e vaneggiata, e la gioia si ritrova nella dimensione del ricordo. Altre liriche sono dedicate al paesaggio, con un simbolismo più evidente che lo rende lo specchio fedele dell’universo emotivo della Pozzi.
Altri componimenti ancora, come Il porto, mostrano toni più vibranti e drammatici e sono caratterizzati da una profonda visionarietà: riscopriamo allora, insieme, il testo e il significato di questa poesia di Antonia Pozzi.
Il porto di Antonia Pozzi: il testo della poesia
Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –20 febbraio 1933
Analisi e significato della poesia Il porto di Antonia Pozzi
Come mostra chiaramente il secondo verso de Il porto Antonia Pozzi si identifica con la “nave sferzata” di cui canta le mille peripezie e i carichi fatiscenti: è un chiaro tentativo di rielaborare, con voce femminile, quanto già aveva fatto Arthur Rimbaud nel suo componimento più celebre, Le bateau ivre. Proprio in quei mesi, quando frequentava all’università il corso di Estetica tenuto da Giuseppe Antonio Borgese, la giovane aveva deciso di leggere i componimenti del poeta maledetto, sempre più interessata alle differenti manifestazioni che il simbolismo offriva, o aveva offerto nei decenni immediatamente precedenti, non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa.
Fedele ai canoni del crepuscolarismo, Antonia Pozzi ci offre un componimento dai toni dimessi, dall’atmosfera carica di mestizia e di rassegnazione, rese con lessico quasi prosastico.
Anche i versi, spesso composti da una sola parola, scarni ed essenziali in ossequi alla lezione dell’ermetismo, testimoniano un’asciuttezza stilistica che restituisce icasticamente i tratti essenziali della dimensione emotiva della poetessa: una lancinante malinconia e una intensa nostalgia connotano l’anima di una giovane che, in altri momenti, mostrava anche un profondo “desiderio di cose leggere” ma che, qui, è costretta a fare i conti con la pesantezza dei vissuti e con l’azione, opprimente e al contempo corrosiva, del mondo reale.
Sono molti i segni indelebili che il passato ha impresso su questa giovane nave (flutti, venti, uragani), incrinandone a più riprese le certezze interiori e la sicurezza nell’incedere (spaccate, stremate, sradicate, spente, ammollite, fracidi), fino a configurare un dramma interiore che qui viene reso con la vivida metafora della “nave che cerca per tutte le rive un approdo” (vv. 26-28) e che appare, quindi, ineluttabile, nonostante le tante attività (possiamo pensare agli studi universitari ma anche alla fotografia o alla montagna) che impegnavano la ragazza.
Per questo Antonia Pozzi non può fare a meno di percepirsi come una creatura irrimediabilmente “ferita” (v. 29), che anela a un approdo, a una regressione nostalgica al “primissimo porto” (v. 30), a un’armonia primigenia che rimanda alla quiete e alla protezione intrauterine.
Il cuore della terza strofa, dietro al quale si cela tutto l’io lirico, è lo spazio interiore che coglie e accoglie la presenza del divino: per questo, nonostante il moto contrario delle onde riesce sempre a ritrovare la sua scia e a “ritornare al suo lido” (vv. 41-42), a riconnettersi con una realtà più profonda che è, insieme, origine e destinazione.
Se la nave è simbolo dell’io lirico, il porto, il “lido eterno” (v. 43), come mostra bene tutta la quinta strofa, rimanda a quella dimensione ultraterrena che l’anima stanca e sfasciata desidera insistentemente.
È quasi un’invocazione quest’ultima strofa, una preghiera che l’“anima migrante” (v. 45), in “errabonda pena” (vv. 51-52), ormai stremata da mille rivolgimenti, innalza a Dio per trovare profonda quiete.
Solo in quell’approdo, che più e oltre che terra è anche patria, la giovane Antonia Pozzi sa di poter ritrovare il calore dell’abbraccio materno che riesce a lenire il peso opprimente di ogni esperienza mortifera.
Un solo desiderio riposa al fondo di quest’anima stanca ormai, quello dell’abbandono, del naufragio (v. 64), nel silenzio salvifico di “mute acque” (vv. 65-66).
Analisi metrica e stilistica della poesia
Composta di cinque strofe di lunghezza variabile e prive di schema metrico, Il porto conta in tutto 68 versi (è una delle poesie più lunghe di Antonia Pozzi), spesso brevi e brevissimi, alcuni di una sola parola, ai quali è consegnato, così, un significato profondo ed essenziale. Molte le rime e le allitterazioni che si susseguono in tutto il testo, pur senza un ordine riconoscibile.
Il valore dei singoli termini viene amplificato anche grazie alla loro funzione: spesso si tratta di correlativi oggettivi, immagini che, nelle intenzioni di Antonia Pozzi, hanno lo scopo di evocare nel lettore il suo stato emotivo. Ciò è particolarmente evidente con l’immagine iniziale – “io sono una nave sferzata” (v. 2) – che, ripetuta quasi uguale anche all’inizio della terza strofa, ben chiarisce la sensazione di disfacimento che tutta la lirica comunica.
La ripetizione e il parallelismo sono artifici retorici ricorrenti in tutto il testo (anche il verso “io vengo da mari lontani” apre sia la prima che la seconda strofa) funzionali a rendere linguisticamente quel moto di fluttuazione in cui è impegnata la nave, ovvero l’io lirico.
Un meccanismo simile lo vediamo all’opera nell’alternanza di prima e terza persona: prima la poetessa parla di sé stessa, in modo diretto e immediato, poi, dalla seconda metà della terza strofa, considera la nave, mentre nei versi successivi pone al centro dell’attenzione il cuore che, per metonimia, allude a tutta la sua persona. Discorso diverso vale per l’ultima strofa, dove compare anche un tu lirico: ci troviamo di fronte a un’invocazione, a una preghiera finale, come ben mostra l’apostrofe (“o tu”) che, grazie all’anafora, è ripetuta in modo così insistente da apparire quasi come una supplica carica di angoscia.
In tutto il componimento prevale la costruzione in asindeto mentre il lessico appare ricercato non tanto per la scelta dei singoli termini quanto piuttosto per la loro disposizione, in alcuni versi, infatti, infatti Antonia Pozzi inverte l’ordine consueto di sostantivo e aggettivo (alla fine della seconda strofa) mentre in altri quello di sostantivo e verbo (ad esempio nella terza strofa): anche in questo caso si tratta di soluzioni che riflettono, sul piano sintattico, quella sensazione di incertezza e di fluttuazione che percorre tutta la lirica.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Il porto” di Antonia Pozzi: analisi e significato della celebre poesia
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