Damiens era stato condannato, era il 2 marzo 1757 [...] e doveva essere condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo […] alla piazza di Grève, e su un patibolo sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce […] e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli [...]
Foucault (1926–1984) apre il suo saggio Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975) con il resoconto dell’esecuzione del domestico francese che il 5 gennaio 1757 tentò di uccidere Luigi XV a Versailles. Damiens, condannato per regicidio, venne giustiziato pubblicamente a Parigi il 28 marzo 1757. Il suo macabro supplizio durò alcune ore:
[…] Alla fine venne squartato. Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare […] Questi tiramenti furono ripetuti diverse volte senza riuscirvi. Egli alzava la testa e si guardava.
Ma chissà cosa scriverebbe oggi il filosofo francese sulla scelta del Pentagono di voler fucilare e di trasmettere l’esecuzione in diretta streaming di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood.
La pena come spettacolo di uno stato sovrano
L’esecuzione pubblica di una pena capitale è una necessaria dimostrazione della forza e della giustizia degli Stati Uniti, le cui istituzioni sono radicate sotto il segno della democrazia, o una debolezza dell’intero apparato giudiziario della punizione?
La giustizia deve compiere il proprio corso, sempre, come è recentemente accaduto con la fallita esecuzione di Christa Pike, condannata a morte. Lo Stato del Tennessee potrebbe non rinunciare all’esecuzione, appena la donna, che ha sopportato due iniezioni fatali di veleno, sarà dimessa dopo il ricovero ospedaliero. Pure la donna americana, durante l’esecuzione fallita (i cavalli che non riescono a smembrare Damiens), alzava la testa e si guardava. Non perse conoscenza, narra la cronaca. Parlava con il suo consigliere spirituale dicendogli che il braccio le bruciava. In questo caso il corpo del condannato rende visibile il fallimento dell’idea di un’esecuzione rapida, ordinata e “amministrativa”.
Gli Stati con esecuzioni pubbliche, come accadeva nel XVIII secolo, mostrano la forza e il loro potere di fare giustizia, anche per mezzo di procedure dolorose e umilianti (essere esposti? ripetere l’esecuzione)?.
Ambedue i casi, oramai conosciuti a livello mondiale tramite l’esposizione mediatica, sono diventati una specie di spettacolo della pena e del supplizio a favore della popolazione di uno Stato, ancorché esso si professi democratico. Infatti, le esecuzioni pubbliche nel mondo sono sempre state un retaggio dei regimi autoritari e oggi sono documentate in Iran e in Afghanistan. Amnesty International ha riportato almeno 17 esecuzioni pubbliche note nel 2025: 11 in Iran e 6 in Afghanistan. Poco si sa, invece, della Corea del Nord. Esse si svolgono in una piazza o in uno stadio per impiccagione o per fucilazione davanti a centinaia o migliaia di spettatori.
Tuttavia una messa a morte pubblica, come quella annunciata dal Pentagono, da diffondere in diretta via streaming, potrebbe essere vista da un elevato numero di persone in ogni parte del mondo. Un’esecuzione pubblica non è soltanto una pena capitale resa accessibile anche ai non addetti ai lavori e ai parenti delle vittime: trasforma la morte inflitta dallo Stato in un brutale messaggio rivolto alla collettività. Per questo il suo significato è insieme politico, etico e giuridico. Eppure, oggigiorno, non viviamo all’epoca del regime del terrore della Rivoluzione francese, quando la ghigliottina, installata nelle piazze, faceva cadere le teste di fronte al pubblico che applaudiva, con l’iconica immagine delle tricoteuses, le popolane intente a lavorare a maglia mentre si compiva il supplizio.
Il 3 dicembre, data della annunciata fucilazione di Nidal Hasan, c’è il rischio che il filmato in diretta dell’esecuzione possa essere visto da milioni di persone, magari intente a cenare o impegnate ad assistere incuriosite ed eccitate, in preda ad una forma di voyeurismo della morte. Ad assaporare, come direbbe oggi Foucault, lo splendore del supplizio tramite il flusso (stream) delle immagini che riprendono una morte reale e non una morte fittizia e cinematografica. Il condannato non è l’attore di una fiction. Ciò che potrebbe accadere prima delle festività natalizie (durante il tempo dell’Avvento!) è un cortocircuito della Storia, un passo indietro di almeno due secoli. Già allora la società s’interrogava sulla necessità dei supplizi, sul valore delle sanzioni e sull’applicazione delle pene.
La pena di morte nei pensieri degli scrittori
Un testo classico del pensiero giuridico della cultura illuminista è il saggio Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria, di cui uno dei punti fondamentali dell’opera è contro la tortura e la pena di morte.
[…]Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.
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Dei delitti e delle pene: i temi del trattato di Cesare Beccaria, a 285 anni dalla nascita
In Italia la pena di morte fu abolita nel 1890 per i reati comuni e poi reintrodotta dal regime fascista nel 1926, per essere di nuovo abolita nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione per i reati comuni e, nel 1994 fu eliminata anche dalla legislazione penale militare di guerra.
Il dibattito abolizionista ha coinvolto, tra l’Ottocento e il Novecento, numerosi pensatori e, in particolare, gli scrittori Charles Dickens, Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj e Arthur Koestler in Europa, Walt Whitman tra quelli americani.
Victor Hugo si espresse contro il supplizio con il breve romanzo del 1829 L’ultimo giorno di un condannato a morte. Interessante è pure la prefazione scritta nel 1832 che accompagna una delle riedizioni del romanzo, con una disarmante frase:
[…] Non si conoscerà scopo più elevato, più sacro, più nobile di questo: contribuire all’abolizione della pena di morte. […] abbattere l’albero patibolare, l’unico albero che le rivoluzione non sradicano […] il patibolo è l’unica costruzione che le rivoluzioni non demoliscono […] la pena di morte è una delle falci di cui più difficilmente si disfano.
Pure Albert Camus, nel 1957 ha pubblicato il significativo saggio La ghigliottina. Riflessioni sulla pena di morte (Edizioni Medusa, 2018)
[…] L’argomento principe dei fautori della pena di morte è il suo potere intimidatorio: non si fan rotolare teste solo per punirne i proprietari, ma anche per ammonire, con un esempio terrificante, tutti coloro che sarebbero tentati di imitarli; la società non si vendica, ma per prevenire brandisce la testa mozza affinché i candidati al delitto contemplino il loro avvenire e facciano marcia indietro.
Per inciso la pena capitale in Francia è stata abolita nel 1981 e l’ultima esecuzione con la ghigliottina avvenne nel 1977 nei confronti di un immigrato tunisino condannato per omicidio.
Recensione del libro
Gente a cui si fa notte inanzi sera. La pena di morte nella storia
di Tito Saffiotti
La pena capitale negli Stati Uniti
La democrazia liberale degli Stati Uniti, nata dalla rivoluzione di indipendenza, è sempre stata rappresentata come un modello, ma la sua Costituzione non ha abolito la pena di morte. Nell’architettura federale statunitense, ad oggi 27 dei 50 Stati americani prevedono ancora la pena di morte nei propri codici, seppure in molti di questi siano in vigore moratorie. Eppure, sul caso in questione, nonostante l’Ottavo Emendamento della Costituzione statunitense dica:
«Non si […] infliggeranno pene crudeli e inusuali»
L’Ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani ha detto che trasmettere l’esecuzione in diretta equivarrebbe a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura. I Vescovi americani di “promozione barbarica di una cultura della morte”, di spettacolarizzazione della pena, per cui il condannato perde ogni dignità umana: è un mostro da sopprimere. Una vendetta collettiva, ritualizzata come accadde nel 1757 con Robert-François Damiens, con la differenza che a Parigi la Place de Grève poteva contenere qualche centinaio di persone e non esistevano le tecnologie per riprendere e diffondere in tutta la Francia il supplizio.
Per concludere, poco sappiamo dei due condannati americani alla pena capitale. Qual è oggi il loro stato d’animo, i loro pensieri? Non sappiamo se le loro paure sono state raccolte da qualcuno e trasmesse senza l’intervento della censura. Concludo questa breve riflessione ricordando che il 10 ottobre, come accade dal 2003, si è svolta la Giornata mondiale contro la pena di morte. In questa occasione l’Unione europea e il Consiglio d’Europa hanno auspicato che
“Il ritorno occasionale di discorsi sulla reintroduzione della pena di morte dovrebbe mobilitare maggiormente la società civile e promuovere ulteriormente la causa abolizionista fra i giovani. I governi di tutti i paesi abolizionisti devono inviare il chiaro messaggio secondo cui la pena capitale non farà mai ritorno nel loro sistema penale nazionale”.
Papa Leone XIV ha dichiarato che
“la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La pena capitale come show: cosa scriverebbero oggi Foucault, Hugo e Camus?
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