Parlare oggi di Cesare Pavese, dopo l’incredibile presenza all’interno della traccia A della prima prova dell’Esame di maturità, può suonare quanto mai scontato. L’opera più citata e maggiormente gradita, anche da chi non conosce l’incredibile composizione letteraria di Pavese, è sicuramente La luna e i falò.
In realtà, quest’opera rappresenta il punto di arrivo della vita dello scrittore e poeta piemontese, un libro che contiene al suo interno gli elementi che hanno plasmato il suo immaginario da artista. Non solo: questa diventerà l’ultima chance letteraria di Pavese, che poco dopo, precisamente il 27 agosto 1950 a Torino, morirà dopo aver ingerito ingenti quantità di sonniferi che gli costeranno un’overdose e, successivamente, la morte.
“La luna e i falò”: stile e montaggio dell’opera
Parlare delle opere di Cesare Pavese senza citare alcuna nota riguardante il linguaggio adottato è pressoché inutile. Lo stile che qui Cesare Pavese sposa è definibile con il termine di “liricismo parlato”: cioè un utilizzo di una sintassi riconducibile al dialetto piemontese ma altamente comprensibile. Si crea così un ritmo sommesso, cadenzato, malinconico che ci accompagna verso un incredibile viaggio verso le memorie di Anguilla. Il lettore, quando si trova di fronte a quest’opera, noterà un tratteggio finissimo delle parole: come il vento sulle foglie di prima mattina.
Interessante è la struttura e il montaggio adottato. Il romanzo procede con l’analessi (flashback) e l’associazione di idee. È ridondante il richiamo a ricordi passati anche quando la storia è narrata al presente, ed è ancora più presente un’illustrazione poetica e romantica dei posti che circondano Anguilla.
“La luna e i falò”: trama e breve approfondimento
Il protagonista di questa storia, e voce narrante, è (appunto) Anguilla, un orfano (“bastardo”) cresciuto nelle Langhe in Piemonte. Da giovane leaves la propria terra in cerca di fortuna, emancipazione e nuovi orizzonti in America. Decenni successivi, decide di tornare al suo paese natale sull’orlo della fine della Seconda Guerra Mondiale, ma questa volta da uomo benestante.
Il ritorno (che potremmo affidare ad una sorta di parallelismo con il nóstos di Ulisse compiuto nell’opera di Omero) non si dimostra particolarmente confortevole per il protagonista. Anguilla capisce sin da subito che tutto quello che per lui erano le radici ora patisce di un’inconciliabilità con la realtà, e tutto ciò che aveva pensato fosse reale era soltanto frutto di una fantasiosa premeditazione nostalgica di essa. Le colline e la campagna sono state segnate dai tagli indelebili della guerra, dalla violenza dei fascisti e dalla lotta partigiana. Il suo amico Nuto — un clarinettista saggio e legato alle tradizioni rurali — si dimostrerà un fedele compagno di viaggio, e mostrerà al nostro protagonista l’ormai inconcepibile destino tragico di conoscenti e amici.
Pavese e l’archetipo femminile per descrivere un’Italia persa
Avendo trattato in prima parte di Anguilla (l’antieroe moderno per eccellenza: ricco di denaro, ma poverissimo di appartenenza) e discutendo brevemente sul suo sguardo malinconico verso la propria “patria”, occorre citare due (anzi tre) personaggi archetipici femminili che ci riconducono ad una caratteristica letteraria fondamentale per Pavese. La donna all’interno di quest’opera diviene una vera e altissima metafora dell’Italia.
I due personaggi femminili che sin dalle prime pagine compaiono sono Irene e Silvia, due sorelle borghesi che in un qualche modo riassumono lo stato emotivo dell’Italia dell’epoca: un’Italia in procinto di “bellezza e sublimità”, di privilegio (talvolta) e di disgregazione. Vanno incontro a matrimoni del tutto fallimentari e si illudono di una giovinezza che — proprio come per il lungo Stivale — hanno perso ormai da tempo.
Il terzo personaggio femminile (terzo in ordine di cronologia narrativa, e non di importanza) è Santa, la sorella più giovane delle tre sopra citate, che nel corso dell’opera verrà vestita in modo tale da combaciare anch’essa con un’Italia “divisa”. Santa è una donna bellissima, seducente, bionda e legata ambiguamente sia ai fascisti che ai partigiani. Quando però questi ultimi scopriranno il doppio gioco, verrà giustiziata e successivamente bruciata per non lasciarne traccia.
Un simbolo potentissimo e politico da ogni punto di vista. L’azione ambivalente di bruciare un essere umano, una donna e a tutti gli effetti una loro “collaboratrice”, rappresenta l’alienazione dell’essere umano di fronte alla presenza del conflitto. Ardere nel fuoco Santa significa non soltanto giustiziare e punire per un tradimento, ma eliminare da ogni persona la duplice natura dell’essere umano che è presente in ognuno di noi. Il bene e il male — e nel libro Pavese dipinge le sue pagine pucciando il pennello nel bicchiere delle sue note biografiche, perciò non sa bene a che fazione consegnarli — sono gli stessi della Bibbia con Caino e Abele, sono tutte le opere di Dostoevskij e anche il concepimento del conflitto stesso. Essi sono intrinsecamente legati. Perciò, in questo caso, l’essere umano non ha scelta: è costretto dalla Storia a scegliere una parte all’interno di un conflitto che devasta l’intera umanità.
Non c’era caso che un giorno la dissotterrassero? [...] C’era da coprirla di fascine e bruciarla [...] Sul collo gli restava ancora il segno della spia. Allora abbiamo fatto un falò.
“La luna e i falò”: più di un semplice romanzo
È proprio in questa fusione tra mito arcaico e dramma contemporaneo che La luna e i falò trova il suo compimento. Per Anguilla, il ritorno non porta ad alcuna riconciliation: le radici a cui anelava si rivelano un’illusione soppiantata dal dolore, dalla memoria dei caduti e dal passaggio inesorabile del tempo.
In questo testo d’addio, Pavese non ci consegna facili consolazioni, ma la testimonianza nitida e dolente di un’umanità ferita, di un’infanzia passata da “bastardo”. Con una lingua essenziale e densa di poesia, il romanzo si afferma così come un pilastro ineludibile della nostra letteratura: un viaggio a ritroso che, nel raccontare le colline delle Langhe, parla al cuore delle inquietudini di ogni tempo e di ogni persona.
Recensione del libro
La luna e i falò
di Cesare Pavese
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: 27 agosto 1950, l’ultimo atto di Cesare Pavese: perché “La luna e i falò” è il suo testamento prima dell’addio
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