Con il catalogo di Prehistorica, l’appuntamento si è ormai fatto fisso – uno all’anno, per la gioia di lettrici e lettori; così, dopo La conferenza nel 2023, il meraviglioso e indimenticabile Non piangere del 2024 e Sette donne l’anno scorso, torna oggi in libreria Lydie Salvayre con La potenza delle mosche, edito in Italia nella felice e cristallina traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala. Tre gli elementi intrinsecamente legati fra loro in queste pagine: un uomo tutto rovelli e traumi irrisolvibili, il più geniale, citato e citabile filosofo francese e uno sciame di mosche, proprio come nel titolo e in copertina, a infestare, infastidire e planare su escrementi e carcasse in decomposizione.
La potenza delle mosche è il lungo, solitario monologo di un uomo finito in gattabuia per un delitto grave, che aleggia su ogni frase che pronuncia; più che un monologo, in realtà è la trascrizione dei suoi dialoghi coi pochi individui che incontra, privata delle domande e degli interventi altrui, in una cascata di parole che prova a mettere insieme, con i viavai tipici della mente quando rimembra e cuce insieme, ricordi più o meno antichi, riflessioni e ammissioni. Fra gli interlocutori un giudice e un infermiere, l’avvocato e lo psichiatra, e pesa tantissimo l’assenza di altri legami: non c’è nessuno, in definitiva, che lo attenda al parlatorio.
Una buona parte di questi ricordi e riflessioni riguardano l’infanzia e l’adolescenza, e sono fra i più dolorosi. Le parole sono infatti chiare, taglienti come lame:
Più ci rifletto, dottore, e più faccio risalire indietro nel tempo la data presunta della morte della mamma. Ormai sono quasi convinto che sia morta il giorno in cui ha incontrato mio padre. […] È strano, dottore, ma il pensiero che mio padre abbia ucciso mia madre molto prima della sua morte ufficiale non mi fa più paura. […] E quello che più mi colpisce oggi, dottore, quello che più mi fa riflettere, è pensare di aver assistito senza accorgermene alla morte lenta di mia madre, di essere stato quotidianamente testimone inconsapevole di un omicidio perpetrato quotidianamente. Quanto siamo ciechi! mi dico nella mia cella, quando scende la notte insonne, gravida di tutte le domande. Quanto siamo vigliacchi!
La violenza domestica è il fil rouge di tutta l’infanzia e adolescenza dell’uomo nonché l’unica forma di legame che sembra tenere insieme i suoi genitori, fuggiti dalla Spagna franchista e arrivati in Francia. “Il comportamento odioso di un marito nei confronti della moglie”, riprendendo le parole della stessa autrice nella prefazione al volume, “le sue perfidie quotidiane, le piccole crudeltà, le cattiverie gratuite, le lamentele ingiustificate, gli insulti” segnano in maniera indelebile la sua esistenza e il suo carattere, improntandone i giorni sotto il sanguinolento sigillo dell’odio.
Sa che cos’è l’odio, Jean? Ha mai provato il disgusto di addormentarsi ogni sera con quel sentimento che divora tutti gli altri e di risvegliarsi ogni mattina con quell’amaro in bocca che avvelena i sapori e che nessun alcolico riesce ad attenuare?
Lo sa, Jean, che l’odio, quando arriva, si impadronisce della nostra anima? E la intossica. E la divora.
L’odio, Jean, ha la potenza delle mosche.
Alle cruente scene del focolare l’uomo aggiunge i resoconti della sua vita prima della prigione. Anche in questo caso, il suo sembra un vortice asfissiante di solitudine e incapacità d’esistere: il rapporto con la moglie è praticamente nullo, fatto di reciproca incapacità di sopportarsi e tentativi di sfuggirsi dentro le stesse mura di casa – per non parlare del lato sessuale, un calvario angosciante a leggersi; il lavoro di guida in un museo alterna i blablabla insulsi coi colleghi, il disinteresse noioso dei visitatori e una falsa colloquialità col capo che, dopo un tornante, si trasforma in un cammino irto di angherie; le sere trascorrono al tavolino di un bar in un minuscolo villaggio di campagna, ad ascoltare gli spropositi esistenziali pronunciati dopo qualche quartino di rosso, che immaginiamo ovviamente imbevibile; e pure la visita al vicino sembra intossicarsi a causa proprio di uno sciame di mosche.
L’unica costante diventa Blaise Pascal, il geniale filosofo, antropologo, teologo e matematico (un uomo universale, in definitiva, l’emblema massimo della polymathie) che l’uomo inizia a leggere, invogliato dal fatto che il museo dove lavora è in gran parte a lui dedicato. Eppure le massime aforistiche del tuttologo seicentesco sono un labirinto dove è facile perdersi; così tutto inizia a mescolarsi, il ritratto di Pascal assume i tratti del volto della madre, i cenni pessimisti a scandire il quotidiano, e tutti gli individui sembrano farsi canne pensanti (come nella celebre massima) soltanto nella fisionomia, privi come sono di quella consapevolezza della morte che, se ben vissuta, dovrebbe almeno portare a una maggiore coscienza.
Insomma, tutto sembra assumere le sembianze di una scalinata scivolosa verso un triste epilogo; e così è, con le ultime pagine che terminano prima nelle zone più buie e invivibili della capitale francese e poi in quell’atto che ha spinto l’uomo dietro le sbarre.
Con il suo romanzo La potenza delle mosche, edito in Francia oltre trent’anni fa (quando, scrive l’autrice stessa presentandocelo, le sempiterne violenze domestiche venivano ancora annoverate come normali connotati della vita familiare), Lydie Salvayre coniuga la sua esperienza da psichiatra a una modalità di composizione dostoevskiana e insieme irriverente, per condurci dritti dentro traumi e rovelli, spalancandoci davanti l’abisso degli orrori quotidiani. Le sue parole, le sue frasi taglienti verso i fondali umani ronzano in testa a lungo; inutile provare a scacciarle come fossero moscerini, restano incollate allo spirito e alle cervella del lettore.
- Autore: Lydie Salvayre
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La potenza delle mosche
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