- Autore: Alida Airaghi
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2026
Prima di leggere Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski (Ignazio Pappalardo Editore, 2026), l’ultima opera di Alida Airaghi, la prima cosa su cui dobbiamo metterci d’accordo, in cerchio insieme, è cosa sia una poesia. Dobbiamo farlo insieme, perché altrimenti è difficile apprezzare la poesia, capire come mai abbia così poco pubblico e forse veramente non importa, se non a chi ha qualcosa da dire, e sono pochi, pochissimi.
La silloge nasce come omaggio ai dieci mediometraggi andati in onda tra il 1988 e il 1989 (dallo stesso titolo Decalogo), del regista e sceneggiatore polacco Krzysztof Kieślowski. Per chi non li avesse visti o li avesse seppelliti in un angolo sperduto della mente, in quest’epoca onnivora e ghiotta di immagini e mai sazia, non facciamocene una colpa, perché di colpe parleremo: 10 Comandamenti, la Parola di Dio che stabilisce cosa sia giusto e cosa no. Sotto le tavole, quasi schiacciati, uomini e donne con storie vere, in cui colpa e sollievo, innocenza e turpi pensieri si mescolano, convivono, a volte perfino “il male perdura nel bene, e viceversa”, come si mormora o urla l’autrice.
Alida Airaghi non ci forza a provare con lei, a vedere con lei, a ripercorrere con lei i 10 mediometraggi, le poesie. Ci apre uno spiraglio, una fessura tra le palpebre, e ci indica, trattenendo solo un attimo la sua mano nella nostra, quasi con pudore. E lo fa perché è sapiente nel dispiegare l’intera sua silloge, è sapiente nell’affidarci immagini potenti o delicate. Ci lascia immaginare, e non è mai pornografica, perfino nel descrivere atti impuri. Non appartiene a questo tempo, e si vede e per fortuna: dispiega qualcosa che va ben al di là del nostro scrollare, e lo fa senza giudizio, lo fa senza meriti o demeriti degli altri. Certo, ne rimane colpita: le pietre di questi atti, le forzature, l’ipocrisia lasciano lividi perfino tra i suoi versi. La vita è così, sembra dirci: i fatti a volte sono taglienti, a volte pesanti come pietre, a volte hanno la carezza che solo il tempo e il rimpianto sanno regalare.
Le precedenti raccolte “Omaggi” e “L’attesa”, che ho avuto la fortuna di recensire, riecheggiano in alcuni versi, in alcune suggestioni, ma qui lo sguardo si fa a volte duro, a volte veloce, a volte si sofferma e ci guida. Lo sguardo di poeta non è lo sguardo degli altri, ci dicono i secoli, ma io non ci credo: qui lo sguardo di Alida è quello di noialtri, molto più di quello che la sua raffinata penna voglia suggerire.
La mente di Alida Airaghi, sempre tagliente, vivisezionante, visionaria e vivida, ha trattenuto quello che la nostra epoca ci ha insegnato a dimenticare. Emozioni profonde si snodano nei versi, li percorrono, emergono in superficie senza forzare l’occhio del lettore, eppure sfondandolo con infinita pietà, anzi pietas. Non quella negata a due sposi di una vita, ai vinti rassegnati, immersi in un tradimento reso con invidiabile e plastica fisicità, non quella proibita o quella mai riservata alle innocenze perduta, ma quella di chi conosce l’umano, e ne prova infinita compassione, tenerezza, quasi devozione.
Quando ci porta nella stanza del malato terminale “troppo stanco”, siamo noi che chiudiamo gli occhi mentre la moglie, da fuori, ci saluta. Quando ci porta tra le pieghe di mille dolori, di mille umanità disperse, peccati e vizi, lo fa senza nasconderci le nostre colpe, nostre sì, ma senza nemmeno puntare un dito. Non è lei l’ultimo specchio, in cui tutto ci riflette, che attraversa le opere di Krzysztof Kieslowski, lo spettatore muto che tutto vede. Non è lei, perché lei, davvero, ci sta mostrando tutto, e tutto ha affrescato, non registrato come facciamo noi, ma trattenuto e restituito, e da tutto è stato suggestionata, e tutto traduce nella grammatica della poesia, e non è lei quello spettatore piatto e muto, perché in fondo al suo cuore ci regala quella pietas di cui abbiamo parlato. Ed un regalo poetico: tradurre in versi l’uomo, muoversi con noi, accompagnarci come alcuni aedi, seduti alla nostra corte strampalati di uomini e donne del 2026, e cantare. E canta Aida Airaghi, e lo fa in versi, in poesia. Tutto questo, sento che siamo d’accordo, è poesia.
Comprendere, non giudicare, mostrare la realtà a bagliori, lasciarla spesso intuire, lasciare che si infila nelle crepe, tra le ferite che sia un farmacon, rimedio e veleno, veleno per tutto quello che è inumano, rimedio per tutto quello che è infinitamente umano. Ci mette in mano uno specchio, alla fine, ci mostra e dimostra con tenue o violenta luce quel riflesso che chiude la raccolta, ma non si è ancora stufata di noi. Non si è stufata la poesia, non si è annoiata dell’uomo, delle sue infinite disgrazie e illuminazioni e dispersioni e gioie, nemmeno Alida Airaghi. Non ancora.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski
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