Battle of Montaperti, workshop of Pacino da Bonaguida
Guittone di Michele del Viva, nato ad Arezzo intorno al 1235, è uno dei massimi esponenti della letteratura toscana della sua epoca. Di lui ci sono giunte le Rime, comprendenti 50 canzoni e oltre 250 sonetti fra componimenti d’amore, religiosi e politici.
Fra gli scritti appartenenti a quest’ultima categoria, il più celebre è probabilmente Ahi lasso, or è stagion de doler tanto, dove l’autore riversa tutto il proprio disappunto per le condizioni in cui versa Firenze dopo la vittoria dei Ghibellini a Montaperti (Guittone apparteneva a un’altolocata famiglia borghese di orientamento guelfo). La canzone, lunga e complessa come è nello stile dell’aretino, ci offre uno spaccato storico importante e ci restituisce un’opera fra le più significative del ’200.
“Ahi lasso, or è stagion de doler tanto”: testo della poesia
Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?
Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenea modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantir sì, che ’l piagãr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana, le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna,
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,
perch’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desïavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.
“Ahi lasso, or è stagion de doler tanto”: parafrasi della poesia
Ahimè, adesso è un momento di grande sofferenza
per qualsiasi uomo che ami davvero la giustizia,
tanto che mi meraviglia il fatto che egli possa trovare conforto in qualche posto, e che il pianto e il lutto non l’abbiano già ucciso
vedendo la nobile Firenze sempre fiorente
e il lascito illustre dell’antica Roma
che sicuramente moriranno, una crudeltà davvero ingiusta
se non vengono salvate il prima possibile
in quanto la sua grandezza opulenta e degna di onori
e il suo prestigio sono già del tutto spariti,
e il valore e la potenza si allontanano da lei.
Ahimè, quando
si è mai sentito di una rovina tanto tremenda?
Dio, come hai potuto tollerare
che la giustizia soccomba e trionfi l’ingiustizia?
Fu così tanta la grandezza nella ormai decaduta Firenze,
finché fu leale verso di sé
che aveva il prestigio di una città imperiale,
conquistando grazie alla sua grande potenza
tanti possedimenti e città, sia vicini che lontani;
e sembrava che volesse creare un proprio impero,
come già aveva fatto nell’antichità Roma, e le era facile
riuscirci poiché nessuno aveva il potere di sconfiggerla.
E di certo questo ruolo se lo meritava,
in quanto non si affaticava tanto per il proprio vantaggio
quanto per mantenere la giustizia e la pace;
e poiché le fu gradito
comportarsi in questa maniera progredì tanto
che non esiste un angolo del mondo dove
non risuona la fama di Firenze (identificata nel leone).
Ahimè, oramai non è più un leone, perché constato che
le unghie gli sono state strappate, così come i denti e il coraggio,
e che i suoi cittadini più illustri sono stati uccisi con sofferenza
o con crudeltà imprigionati con grave ingiustizia.
E chi gli ha fatto questo? Proprio coloro che sono
nati e discendono dalla sua nobile stirpe,
che sono stati allevati da lui (dal leone, ovvero Firenze)
e messi sopra a chiunque altro, sistemati in una posizione di privilegio;
e proprio per la posizione alta in cui furono messi
divennero superbi al punto che lo ferirono con un colpo risultato quasi mortale (si riferisce ancora una volta al leone e pertanto a Firenze).
Ma Dio permise al leone di guarire
e il leone concesse il perdono ai cittadini che l’hanno tradita;
questi lo ferirono per la seconda volta, ma lui fu generoso
e non li uccise;
adesso, alla fine, ne hanno conquistato tutto il corpo.
Il nobile Comune di Firenze è stato conquistato,
e si è scambiato i ruoli con quello senese
al punto tale che tutta la vergogna e la rovina che Firenze,
cosa che tutti gli italiani conoscono, ha sempre provocato a Siena,
adesso Siena la restituisce a Firenze, togliendole qualunque onore e vantaggio:
poiché ha sconfitto con la forza Montalcino,
ha assoggettato Montepulciano,
e dalla Maremma riceve i simboli della sottomissione;
oramai Siena considera suoi i domìni di Sangimignano, Poggibonsi, Colle Val d’Elsa,
Volterra e la campagna che sta intorno;
ha preso possesso anche dei simboli del potere fiorentino: la campana di guerra, gli stemmi di Firenze, le armi, gli onori,
con tutti i vantaggi che derivano da tali simboli.
E tutto ciò accade
per colpa della più folle di tutte le famiglie, gli Uberti.
Sono folli infatti coloro che evitano il proprio vantaggio e cercano la loro rovina,
e fanno in modo tale che la propria onorevole condizione diventi una vergogna,
e che dalla positiva libertà nella quale vive
piacevolmente si riduce, con grave danno per sé,
sotto un dominio crudele e malvagio,
e fa diventare proprio signore il suo nemico peggiore.
Mi rivolgo a voi che vivete ora a Firenze,
visto che ciò che è successo sembra piacervi;
e poiché ci sono i soldati tedeschi in città,
serviteli bene e chiedete che vi mostrino
le loro spade con le quali vi hanno ferito il viso
e con cui hanno ammazzato i vostri padri e i vostri figli;
e siccome fare il tutto fu per loro
una gran fatica, è giusto che diate loro anche tanti dei vostri soldi.
Regalate tanti soldi e date preziosi gioielli
ai conti Guidi, agli Uberti e alle altre famiglie
che vi hanno condotto a tanto onore
che Siena adesso è in vostro dominio;
adesso Pistoia, Colle Val d’Elsa e Volterra fanno ora
sorvegliare le vostre fortezze a spese loro;
e il conte Aldobrandino di Soana possiede la Maremma e le sue campagne;
Montalcino è talmente al sicuro da non avere neppure bisogno di mura protettive;
Pisa ha timore del castello di Ripafratta,
Perugia teme persino che le togliate il lago Trasimeno,
e Roma vuole stringere alleanza con voi.
sembra dunque che abbiate ottenuto onore e dominio e tutti i vantaggi:
ciò che prima volevate ora lo potete fare,
cioè essere sovrani di tutta la Toscana.
Nobili settentrionali, romani, meridionali,
toscani, romagnoli, marchigiani:
Firenze, fiore che riesce sempre a rifiorire,
vi reclama alla sua corte,
perché vuole diventare signora della Toscana,
adesso che con la forza ha sconfitto i Tedeschi e i senesi.
Metrica, figure retoriche e aspetti formali
Ahi lasso, or è stagion de doler tanto è una canzone composta da endecasillabi e settenari racchiusi in sei strofe e un congedo. Lo schema rimico è ABBA CDDC EFGgFfE. Le strofe sono collegate fra loro attraverso l’artificio retorico delle coblas capfinidas, tanto caro alla poesia provenzale, ovvero l’ultima parola di ogni strofa viene ripresa all’inizio di quella successiva.
Il registro formale dell’opera è altissimo. Dal punto di vista lessicale siamo di fronte ad un "impasto" originale e variegato, poiché al toscano di base si aggiungono gallicismi e sicilianismi aulici. Nella poesia, inoltre, sono presenti delle parole-chiave che si ripetono spesso e che afferiscono, alcune, al tema del grandioso passato di Firenze, altre, al contrario, alla sua fatale caduta; fra i primi citiamo "alto", "altezza", "onor" e "pregio", per i secondi "morte", "doler", "danno" e "crudel".
Nonostante la suddetta fitta trama verbale, tuttavia, il testo insiste su pochi concetti, quasi a voler rendere più evidente e profondo il dolore per la triste fine di Firenze da parte dello scrittore.
Dal punto di vista sintattico, Ahi lasso, ora è stagion de doler tanto si distingue per il periodare lungo e ricco di subordinate, una scelta che contribuisce a rendere il discorso più solenne e vibrante, esattamente come i frequenti iperbati e i polisindeti che si ripetono all’interno delle frasi. Complessa anche la costruzione retorica, dove si ravvisano le seguenti figure:
- Esclamazione: “ahi lasso” (v. 1);
- Anastrofi: “morto […] pianto” (v. 4); “hanno lui e soie membra conquise” (v. 45); “a voi […] dico” (v. 67); “li Alamanni […] avete” (v. 69); “ciò fare” (v. 74); “miso v’hano” (v. 79); “de Ripafratta […] pisano” (v. 84); “‘l lago no i tolliate” (v. 85); “ciò che disiavate / potete far” (vv. 89-90);
- Dittologia: “corrotto e pianto” (v. 4); “provinci’ e terre” (v. 20); “stratti e nati” (v. 36); “cresciuti e avanzati” (v. 37); “l’onta e ‘l danno” (v. 38); “il pro e l’onor” (v. 50); “fella e malvagia” (v. 65);
- Apostrofi: “Deo, com’hailo” (v. 14); “A voi che siete ora in Fiorenza dico” (v. 67);
- Metonimia: “Fior” (v. 5 e 16); “Leone” (v. 30 e 31);
- Metafore: “granata” (v. 5); “sfiorata” (v. 16);
- Domanda retorica: “Oh lasso […] audito?” (vv. 12-13); “E ciò li ha fatto chi?” (v. 35);
- Parallelismo: “deritto pera e torno entri ‘n altezza” (v. 15); “fugge il suo prode e cher danno” (v. 61);
- Figura etimologica: “sfiorata Fiore” (v. 16); “perdono […] perdonò” (vv. 42 e 44); “signoria […] signor” (vv. 65-66); “Fiorenza, fior” (v. 93);
- Enjambement: “leggero / li era” (vv. 22-23);
- Antitesi: “non se ne penava per pro tanto / como per ritener giustizi’ e poso” (vv. 25-26); “di bona libertà […] s’aduce […] sotto signoria” (vv. 63-65);
- Allegoria: Firenze sotto forma di leone (vv.31-45);
- Enumerazione: “l’onghie e li denti e lo valore” (v. 32); “Montalcino […] Montepulciano […] Maremma […] etc” (vv. 51-55); “lombardi e romani […] marchigiani”;
- Sineddoche: “la cervia e ‘l frutto” (v. 53);
- Perifrasi: “quella schiatta […] folle” (v. 60) (per “gli Uberti”);
- Chiasmi: “fesso i visi / padri e figliuoli aucisi” (vv. 71-72);
- Epifrasi: “onor e segnoria / adunque par, e che ben tutto abbiate” (vv. 87-88); “li Alamanni / ave conquisi […] e i Senesi” (v. 97);
- Iperbato: v. 20;
- Ironia vv. 76-90.
Analisi, spiegazione e tematiche principali del componimento
Ahi lasso, ora è stagion de doler tanto è una canzone a tema civile e politico fra le più famose di Guittone e tra le più rappresentative della letteratura medievale. In versi ricercatissimi dal punto di vista formale, l’autore riversa tutto il proprio rincrescimento per le miserevoli condizioni in cui versa Firenze, una situazione che risulta ancora più amara se si fa il paragone con la gloria del passato.
La riduzione in stato di servitù della città in conseguenza della sconfitta dei Guelfi a Montaperti amareggia profondamente il poeta, che già nella prima strofa esterna tutta la sua amarezza a riguardo. Nelle varie stanze, Firenze viene simboleggiata dal leone, che ne incarna l’antica forza ormai spenta, e da immagini legate al fiore ("l’alta Fior sempre granata"), mentre nella quarta strofa si completa il quadro storico con informazioni quasi cronachistiche sull’andamento della guerra, offrendoci al contempo uno spaccato delle condizioni politiche e sociali dell’epoca.
L’apostrofe che divide a metà la quinta strofa, che recita “A voi che siete ora in Fiorenza dico”, comporta un mutamento di registro, in quanto, attraverso il sarcasmo e l’ironia, si sostiene il tono dell’argomentazione rendendo lo sdegno del poeta particolarmente sferzante.
Nel congedo, infine, torna l’immagine etimologica del fiore nell’espressione “Fiorenza, fior che sempre rinovella”, a suggellare una poesia in gran parte all’insegna di un sarcastico pessimismo.
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