- Autore: John Banville
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Guanda
Un’indagine del nostro amato anatomopatologo Garret Quirke, con le sue stranezze divenute ormai familiari: fumatore accanito, gran bevitore, amante della poesia, con un rapporto difficile con la sua unica figlia Phoebe con la quale per vent’anni della sua vita ha finto di non essere il padre, con le difficoltà a mantenere relazioni amorose e in genere con tutti. Un giorno d’estate (Guanda, 2012, traduzione di Irene Abigail Piccinini) di John Banville è un’avvincente storia noir con il protagonista, Quirke, che indaga, con il suo famoso intuito per le debolezze dei personaggi, nella Dublino degli anni ’50.
Le atmosfere irlandesi affascinano il lettore: le passeggiate solitarie, i locali fumosi e le profonde riflessioni sugli effetti del dopoguerra, l’austerità e la recessione di una nazione di ieri come di oggi. Nell’edizione originale la crime story di Banville è firmata con lo pseudonimo di Benjamin Black, l’alter ego di questo grande e straordinario autore irlandese dallo stile seducente, raffinato e con un inconfondibile charme, più volte candidato al premio Nobel per la Letteratura. I libri di Banville hanno innata un’atmosfera cinematografica e contengono storie d’amore sensuali. Le pagine dei suoi romanzi sono sempre ricche di citazioni letterarie, come in quest’ultimo, con Yeats e Nietzsche, personaggi del mondo dell’arte e della storia; è l’intreccio delle sue idee, del suo pensiero.
Richard Jewell, uno dei più grandi editori della nazione, era stato trovato suicida con un fucile da caccia stretto tra le mani, seduto alla scrivania dell’ufficio sopra le scuderie nella sua tenuta nella contea di Kildare. Uomo facoltoso di Dublino, aveva ereditato dal padre una serie di giornali a diffusione nazionale di grande successo ed era famoso, inoltre, per i contributi a orfanotrofi e scuole per ragazzi bisognosi e portatori di handicap. In una città assediata dalla povertà e da notevoli problemi sanitari, un benefattore come Jewell era considerato un eroe. L’ispettore Hackett, avvisato della vicenda, con l’umore non tra i migliori perché chiamato di domenica pomeriggio, dovendo rinunciare al suo pomeriggio di pesca, era giunto sul posto. Il cadavere stringeva il fucile tra le mani, il tanfo di sangue era forte e l’odore del terrore o forse della disperazione ovunque. Sulla scena del crimine Hackett sospettò si trattasse di un delitto. Aveva avuto modo di conoscere Jewell a una raccolta di beneficenza: era un uomo di bell’aspetto e ricordava come si muovesse tra la folla con ostentata cordialità. L’arrivo di Quirke sollevò le sue preoccupazioni; “sapeva muoversi in posto dove lui si sentiva perso”.
Francoise d’Aubigny, la fredda e ed elegante moglie francese di Jewell, in casa con la figlia Giselle di nove anni, non aveva sentito nessun colpo d’arma. Né tanto meno la sorellastra del marito, Dannie, ospite per lungo tempo in una casa di cura. Era un suicidio o un assassinio? Per l’ispettore e per Quirke la vittima non si era suicidata. Francoise non sembrava nemmeno sconvolta dalla morte del marito. Quirke l’aveva conosciuta a un cocktail all’ambasciata francese; esile, con gli zigomi pronunciati, era rimasto affascinato dai suoi modi e dalla sua bellezza, allora come ora. Aveva sposato Jewell, un ebreo irlandese, per vendicarsi del padre antisemita nonostante suo figlio, l’indimenticabile fratello, fosse morto in un campo di concentramento. Il volto di Francoise si era insinuato nei suoi pensieri, “come un filo di ragnatela”, ingelosendo Isabel, l’attrice con la quale Quirke aveva una relazione da qualche mese, “una donna che dava prova della sua teatralità sia in scena che fuori”.
Si sentiva come un libertino insensibile, vergognosamente incatenato a un mal d’amore giovanile. Era sciocco sentirsi così alla sua età.
Cosa nascondeva l’omicidio di Richard Jewell e chi poteva averlo compiuto? Dai probabili nemici negli affari, come il rivale canadese Carlton Sumner, arrogante figlio di papà stabilitosi a Dublino dopo gli studi, alla sorellastra Dannie. Forse anche l’orfanotrofio St. Christofer, un istituto con una brutta reputazione che accoglieva orfani, poteva essere legato alla morte del magnate dell’editoria. Quirke ci aveva trascorso un periodo di tempo, quando aveva sette o otto anni, e qualcuno voleva che stesse lontano dall’indagare.
L’estate era arrivata, gli alberi nello Stephen’s Green erano inondati dalla luce del sole e il fogliame era lucido e verdissimo. Nasser si era proclamato presidente dell’Egitto, il conflitto in Algeria proseguiva, la poliomielite non era stata debellata e i Cavalieri di San Patrizio, la potente organizzazione di uomini d’affari, professionisti e politici cattolici, agiva ancora nell’ombra.
Un giorno d’estate è un affascinate noir dallo stile inconfondibile del nostro Banville che, con la sua scrittura pungente, sa leggere l’animo umano ed esplorare temi complessi e oscuri.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Un giorno d’estate
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