- Autore: Raffaele Galardi
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Storie minime (Scritturapura Casa Editrice, 2026) è una raccolta di racconti, appunto, “minimi”: testi brevi che corrono dritti e schietti, che procedono con onestà e precisione, così come dritto, schietto e preciso è il linguaggio usato da Raffaele Galardi. Una scrittura che non cerca ornamenti inutili né si nasconde dietro formule rassicuranti, ma sceglie la parola nella sua concretezza, restituendo alle cose il loro nome. In questo senso, Raffaele sembra fare propria una riflessione di Dacia Maraini, contenuta nel romanzo Tre donne (2017), quando afferma:
"Come lo vuoi chiamare un culo? Culo, no? È come se io volessi cambiare i nomi alle pentole perché sono dozzinali".
È una dichiarazione di poetica: le parole non devono essere addomesticate per risultare più accettabili, né sostituite da eufemismi che finiscono per allontanare dalla realtà. Chiamare le cose con il loro nome, parlare chiaro, significa assumersi la responsabilità dello sguardo, accettare la complessità del mondo senza nasconderne la materia più concreta e quotidiana. La scrittura di Raffaele Galardi nasce proprio da questa fedeltà: una lingua capace di arrivare al cuore delle cose perché non teme di fenderne la superficie.
Come osserva Carlo Lucarelli, nella sua prefazione al testo, scrivere storie brevi comporta il rischio di risultare banali e noiosi; si potrebbe aggiungere anche il pericolo di diventare spietati, perché la sintesi non concede riparo né al superfluo né alla retorica. Eppure, la scrittura di Raffaele Galardi non cede mai il passo al vezzo della brutalità fine a se stessa. Dietro ogni racconto si apre uno spiraglio di tenerezza e di malinconia, uno sguardo partecipe rivolto a un’umanità apparentemente marginale, spesso ignorata o dimenticata: un adolescente innamorato e impacciato; un bambino appena conosciuto che, con un semplice abbraccio, restituisce senso all’esistenza; un senzatetto dagli occhi stanchi e limpidi che vive sotto i portici di Porta Susa; un uomo smarrito tra le strade e i locali di Parigi; i figli di Mirafiori; una professoressa di italiano e latino che, per arrotondare, vende video intimi su piattaforme digitali. Sono tutte vite che abitano le periferie della narrazione ufficiale, ma che l’autore osserva senza giudizio e racconta senza pietismo. È proprio nella loro fragilità, nelle loro contraddizioni e nelle loro ferite che esse rivelano una profonda dignità: quella di un’umanità piccola solo in apparenza, perché capace ancora di emozionare, interrogare e restituire senso al mondo. È questa attenzione alle vite comuni, raccontate senza enfasi ma con autentica empatia, a conferire alle sue "storie minime" una sorprendente intensità emotiva.
Raffaele Galardi cammina molto e osserva ancora di più. Cammina per guardare e guarda per comprendere. Non si concede il lusso dell’indifferenza e, proprio per questo, finisce per dare voce ai sommersi della storia, alle contraddizioni e agli ossimori della realtà contemporanea. I suoi racconti restituiscono dignità a esistenze marginali e che non si arrendono, a figure che abitano gli interstizi del quotidiano e che raramente trovano spazio nella narrazione dominante.
È come se, osservando gli altri, l’autore osservasse se stesso e le molte vite che lo abitano: Rufu, il ragazzino ingombrante e insieme invisibile; Fefè, lo studente di giurisprudenza figlio di operai; il bohemien, il manager di successo, il cuoco, lo scrittore, identità che non si susseguono semplicemente, ma si integrano l’una nell’altra, dipingendo il ritratto di un uomo in continua ricostruzione di sé. Forse è proprio l’aver imparato l’arte – sottovalutata – della ricostruzione a rendergli possibile uno sguardo tanto attento sulle fragilità altrui: perché chi ha attraversato più volte la propria esistenza riconosce, nelle vite degli altri, qualcosa della propria.
Un’umanità di cui, in fondo, Raffaele Galardi diventa simbolo e allegoria. C’è in lui una deliberata volontà di risultare scomodo: un uomo alto, imponente, di poche parole, almeno all’inizio, una sigaretta quasi sempre tra le dita e l’arte che affiora con naturalezza nei gesti e nello sguardo. Sembra costruire con cura un’immagine volutamente sgraziata, quasi dimessa, “burbero per difesa”, dice lui, come se desiderasse incoraggiare gli altri a sottovalutarlo. Lascia che lo si creda un uomo qualunque, senza qualità, persino mediocre, offrendo a chi osserva distrattamente l’illusione di poterlo collocare ai margini. Ma è proprio in questo fraintendimento che si consuma il paradosso. Mentre gli altri, arroccati sul loro fragile piedistallo, credono di averlo già definito, è lui ad aver inteso loro. La marginalità che sembra subire è, in realtà, una posizione scelta: uno spazio privilegiato di osservazione, da cui cogliere senza filtri le debolezze, le pose e le contraddizioni del mondo. È da quel confine, volutamente abitato, che nasce il suo sguardo narrativo, capace di restituire voce e dignità a chi, troppo spesso, rimane invisibile.
Uno spatriato della vita, prima ancora che della geografia. Un migrante cilentano mai davvero incluso in nessun luogo: il “napuli” a Torino, “chir r for” al paese. Sempre troppo meridionale per il Nord e troppo "del Nord" per il Sud, abita quello spazio liminare che appartiene a chi non smette mai di attraversare confini, esteriori e interiori. È lo stesso uomo che, dopo aver raggiunto il successo professionale, sceglie di abbandonare tutto: denaro, carriera, prestigio, quella vita che molti avrebbero considerato desiderabile. Lo fa nel momento in cui comprende di stare correndo senza meta, come gli ignavi di Dante che si affannano a inseguire eternamente un vessillo bianco privo di significato. Non è un gesto di resa, ma di liberazione. Lascia una vita per cominciare, finalmente, a esistere. E ricomincia dal retro di un ristorante – sempre lo stesso, anche se nei racconti cambia nome, la “Trattoria del cammello disoccupato”, la “Piccola officina” – con il viso sporco di farina e il sorriso negli occhi. È lì che ritrova una verità elementare: “le mani sanno ciò che la testa”, troppo a lungo piegata alla logica della prestazione e dell’efficienza, “aveva dimenticato”. Sanno che il lavoro può essere un gesto creativo, che la fatica restituisce senso, che l’identità non coincide con il ruolo sociale, ma nasce dall’accordo tra ciò che si è e ciò che si fa. In quella cucina, impastando pane e parole, Raffaele Galardi sembra riconciliarsi con se stesso, scoprendo che la ricerca più difficile non è quella del successo, ma quella dell’autenticità.
Leggendo i suoi racconti, ci si accorge che l’intera raccolta è attraversata da motivi ricorrenti che ne costituiscono l’ossatura narrativa. Da un lato, vi sono quelli che potremmo definire i quattro vertici della sua geografia esistenziale e letteraria: Torino, Parigi, le donne e Sartre. Luoghi, incontri e riferimenti culturali che ritornano con costanza, delineando le coordinate entro cui si muove il suo immaginario. Dall’altro, come due grandi fari che orientano il cammino e illuminano ogni pagina, emergono la cucina e la scrittura. Non sono semplicemente professioni o passioni, ma linguaggi complementari attraverso i quali l’autore interpreta il mondo e, raccontandolo, finisce con riconciliarsi con esso, ricostruendo, al tempo stesso, se stesso: entrambe richiedono pazienza, disciplina, creatività e la capacità di trasformare una materia grezza – gli ingredienti o le parole – in qualcosa che possa nutrire sé e gli altri.
Infine, c’è la lettura. Se la cucina e la scrittura sono i due grandi fari della sua navigazione, la lettura ne rappresenta il fondamento silenzioso, il luogo in cui ogni parola trova origine e misura. Raffaele Galardi racconta che, tempo fa, una scrittrice, dopo aver letto alcuni suoi racconti, gli rivolse un’osservazione lapidaria: “Legga di più, scriva di meno”. Una stroncatura che avrebbe potuto scoraggiare chiunque. Eppure, Raffaele Galardi sceglie di non viverla come un giudizio liquidatorio, bensì come un invito a rallentare, ad ascoltare e a formarsi. In quelle parole riconosce un monito prezioso: occorre educare l’orecchio, prima di trovare la voce. La scrittura, infatti, non nasce nel vuoto, ma dal dialogo continuo con le parole degli altri. Leggere significa affinare il proprio sguardo, ampliare il lessico dell’esperienza e, proprio attraverso il confronto con la grande letteratura, imparare a riconoscere il timbro autentico della propria voce. Così, quella che sembrava una bocciatura si trasforma in un principio di poetica: scrivere meno per scrivere meglio, leggere di più per imparare a dire il mondo con parole che siano davvero proprie.
Le tante ore trascorse tra le pagine inchiostrate ritornano poi, discretamente, nelle sue storie e vengono restituite al lettore. Il piacere che Raffaele Galardi prova nel citare autori, opere e frammenti di letture si trasforma nel piacere di chi lo legge e viene invitato a entrare in quello stesso dialogo infinito che è la letteratura. È un piacere che non va confuso con il gusto dell’erudizione. Le citazioni non sono mai ostentazione culturale, né un esercizio di pedanteria o il tentativo di impartire una lezione. Sono, piuttosto, un regalo: un invito a seguire una traccia, ad aprire un libro, a scoprire una voce. Ogni rimando diventa una porta che l’autore lascia socchiusa al lettore, libero di attraversarla oppure di proseguire il proprio cammino. In questo risiede anche un’idea precisa di cultura. Quella autentica non ha bisogno di essere esibita attraverso simboli di prestigio o segni esteriori di autorevolezza; nasce invece dalla familiarità quotidiana con i libri, dalla pazienza della lettura, dalla disponibilità a lasciarsi interrogare e interpretare dalle parole degli altri. È una cultura che non si misura con la visibilità/vestibilità di un abito firmato o di una penna raffinata, ma con l’umiltà e la costanza di chi continua a imparare.
Non è un caso che Raffaele Galardi ami definirsi un "muratore". L’immagine restituisce bene la sua poetica: come un artigiano, lavora con materiali semplici, uno dopo l’altro, ricostruendo attraverso le parole ciò che il tempo, la distrazione o l’indifferenza rischiano di cancellare. Ed è forse proprio questa la forma più alta di eleganza: non quella di chi esibisce il sapere, ma quella di chi lo mette al servizio degli altri, costruendo, pagina dopo pagina, un luogo in cui ciascuno possa riconoscere qualcosa di sé.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Storie minime
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