A molti di noi è capitato di dover affrontare prove diverse, possiamo pensare al contesto scolastico, al mondo dello sport, alle nostre attività professionali, e talvolta, quando qualcuno ha valutato le nostre prestazioni, potremmo esserci trovati di fronte all’espressione “senza infamia e senza lode” di cui cerchiamo qui di comprendere il significato e di scoprire l’origine letteraria.
La frase senza infamia e senza lode è infatti utilizzata frequentemente nel linguaggio corrente per valutare l’attività svolta da qualcuno o, anche, per esprimere la propria opinione riguardo a un compito appena concluso o a un’impresa che è stata portata a termine.
Al di là della quotidianità, però, il motto senza infamia e senza lode ha un’origine antica, che risale dalla Commedia dantesca e chiama in causa il concetto di fama, e quello speculare di infamia, che nel mondo classico rivestono una particolare importanza.
Scopriamo allora, insieme, il significato e l’origine del modo di dire senza infamia e senza lode.
Il significato di senza infamia e senza lode nel linguaggio comune
Questa espressione è comunemente usata per comunicare un almeno parziale livello di soddisfazione riguardo al compito o alle azioni compiute da qualcun altro: può trattarsi di un collega, di un collaboratore, di uno studente o di qualcuno che ha realizzato una qualche opera, un certo servizio per noi.
Con la locuzione senza infamia e senza lode intendiamo affermare che il compito è stato sostanzialmente portato a termine, sebbene senza alcun elemento che ne evidenzi una riuscita apprezzabile. Se ci trovassimo a scuola potremmo dire che questa locuzione corrisponde a una sufficienza risicata, il voto che si attribuisce a chi ha fatto il suo, agli alunni che hanno svolto il loro compito, pur senza quell’apporto che rende evidente un particolare sforzo, un approfondimento capace di suscitare curiosità, un collegamento che faccia risaltare la capacità di andare oltre lo studio mnemonico, così da articolare ragionamenti o da intessere nessi causali che possano mostrare una comprensione approfondita e una rielaborazione personale degna di apprezzamento.
Lo stesso varrebbe in un qualsiasi contesto lavorativo o nel mondo dello sport: senza infamia e senza lode è il motto di chi gioca per partecipare, ma sicuramente non per vincere, dei gregari, ma certo non dei leader, di chi ha scelto di occupare le proprie ore in ufficio in modo dignitoso, pur evitando accuratamente di farsi in quattro, di sforzarsi più del dovuto, di timbrare il cartellino oltre l’orario di fine turno.
È l’atteggiamento di chi tira a campare, di chi fa quel che deve pur avendo tirato i remi in barca perché ha deciso di non impegnarsi più, convinto che, in fondo, il suo sforzo ulteriore non sarà riconosciuto né apprezzato o incentivato come meriterebbe e che, alla fin fine, non serva a nulla, dal momento che non può addurre vantaggi tangibili al diretto interessato.
Senza infamia e senza lode è, in definitiva, la filosofia del lassista, dell’uomo medio, per non dire mediocre, di chi non si spreca più del dovuto e preferisce godere del proprio tempo libero o, magari, evitare di prendere posizione, di scegliere, di parteggiare per una causa piuttosto che per un’altra.
L’origine letteraria del modo di dire senza infamia e senza lode
Tutti questi tratti li ritroviamo, almeno in nuce, anche in Dante: in un passo dell’Inferno, infatti, si individua generalmente l’origine della locuzione senza infamia e senza lode. Scrive il sommo poeta:
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?»
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo».(Inferno, III, vv. 31-36)
Ci troviamo nella prima cantica della Divina Commedia, più precisamente nell’Antinferno e non in un girone specifico: qui trovano posto gli ignavi, le anime tristi che nella vita non sono state capaci di prendere una posizione chiara, di volgersi al bene o piuttosto al male, di parteggiare per l’una o per l’altra parte, in una parola, di scegliere. È proprio questa loro incapacità a renderli indegni anche dell’inferno, a non fargli meritare una collocazione specifica in quella tassonomia delle colpe e dei peccati in cui Dante era riuscito a trovare un luogo e una pena appropriata per tutte le debolezze dell’umanità.
Agli occhi di Dante un traditore o un lussurioso, per quanto turpi possano essere le loro gesta terrene, hanno almeno il merito di essersi determinati, al male, certo, che però quanto meno hanno scelto. Gli ignavi, invece, timorosi, irresoluti, neghittosi o, più semplicemente, incuranti fino all’immobilità, hanno preferito non scegliere, non volgersi né al bene né al male, così da non meritarsi né una cattiva fama, come tutti gli altri peccatori, né una benché minima lode.
Secondo alcuni critici l’idea che nell’Inferno ci sia un luogo dedicato a coloro che non si sono rivolti né al bene né al male deriverebbe da un’opera precedente, la Visio Pauli, un testo apocrifo che riporta il resoconto di un viaggio all’Inferno, compiuto da San Paolo quando era ancora vivo. Qui gli ignavi erano descritti come immersi in un fiume di fuoco, mentre Dante riserva loro un contrappasso decisamente più truce: nella Commedia sono obbligati a correre dietro a un’insegna che si muove rapidamente e ruota anche su sé stessa, mentre vespe e mosconi li pungolano continuamente e il loro sangue, misto alle loro lacrime diviene cibo per i vermi. È questo il triste destino ultraterreno che attende chi ha deciso di non prendere parte: è il caso di molti angeli che non si schierarono né con Lucifero né con Dio ma anche di Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, colui che
"fece per viltade il gran rifiuto"
perché, sicuro della sua inadeguatezza, rinunciò a diventare successore di Pietro, quando nel 1294 venne eletto al soglio pontificio.
Potremmo dire che Dante, come Gramsci, odia gli indifferenti, nella vita spirituale ma soprattutto nella società e nella città: anche se nel medioevo l’esistenza mondana era tutta finalizzata e orientata all’esito ultraterreno, l’impegno politico era motivo di orgoglio – Dante stesso non solo sposò apertamente la causa dei guelfi bianchi ma pagò anche cara questa scelta – mentre coloro che avevano preferito non schierarsi “mai non fûr vivi”: oltre a dar prova di vigliaccheria si erano condannati a una vita così anonima e incolore da farli apparire morti anzitempo.
Storia minima dell’infamia nella letteratura
Mentre il termine ignavi, per indicare i pusillanimi e i dubbiosi, non è usato da Dante quanto piuttosto dai suoi commentatori, più interessante è considerare il termine infamia che nel Medioevo accoglieva in sé due differenti sfumature:
- Era utilizzato per indicare la cattiva fama derivante da un comportamento disonorevole;
- Ma poteva segnalare anche l’atto con il quale si diffondevano informazioni malevole, o anche false, sul conto di qualcuno;
In letteratura il tema ritorna nella Storia della colonna infame, un saggio storico nel quale Manzoni narra, appunto, la storia di una colonna eretta sulle macerie della casa e della bottega di un barbiere che, insieme a un concittadino, era stato ingiustamente accusato di essere un untore da una miserabile popolana. La vicenda, ambientata nella Milano del 1630, proprio come i Promessi Sposi, porta Manzoni a riflettere sull’ingiustizia commessa dai giudici e sugli abusi che il potere può commettere quando nel volgo alberga un’ingiustificata paura. La stessa colonna divenne simbolo dell’iniquità dei magistrati e fu poi distrutta.
Anche Jorge Luis Borges non rimase indifferente a questo termine, il grande scrittore argentino, infatti, raccolse nella Storia universale dell’infamia una serie di racconti che partendo da fatti realmente accaduti ne stravolgevano completamente i tratti distintivi, erano modificati i nomi dei protagonisti, dei luoghi, le date e, a volte, anche gli stessi avvenimenti, così da renderli quanto mai distanti dalle situazioni che li avevano ispirati. L’infamia, in questo caso, diventava un modo per esercitare la sua inesauribile fantasia, realizzava geografie fittizie e memorie inventate, si concretizzava in discriminanti stilistiche che ancora oggi lo rendono inconfondibile.
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Senza infamia e senza lode”: significato e origine dantesca del modo di dire
Naviga per parole chiave
Cultura Dante Alighieri News Libri Aforismi e frasi celebri Significato di parole, proverbi e modi di dire
Lascia il tuo commento