Ritratto di Gottfried Wilhelm Leibniz conservato presso la Biblioteca regionale di Hannover
Quante volte, in presenza di una colossale ingiustizia, ci è capitato di chiederci come può Dio permettere che ciò accada? Come si concilia l’esistenza di un Dio buono e misericordioso con l’immane violenza che in mille forme appartiene al genere umano fin dalla notte dei tempi?
Questa eterna e complessa argomentazione ha impegnato anche, fra gli altri, il pensiero del filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716) che, in riferimento a ciò, ha scritto che "viviamo nel migliore dei mondi possibili". La frase è divenuta famosa e si tratta probabilmente di una delle citazioni filosofiche più popolari in assoluto: ecco tutto quello che c’è da sapere sul suo conto.
“Viviamo nel migliore dei mondi possibili”: chi l’ha detto e dove sta scritto
"Viviamo nel migliore dei mondi possibili" è la sintesi della teoria dell’ottimismo elaborata dal filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz. La frase è contenuta nell’opera Saggi di teodicea (1710) sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male.
Tra la fine del ’600 e l’inizio del ’700, la teodicea (termine coniato dallo stesso Leibniz unendo theos, ovvero Dio, e nike, cioè giustizia) occupava gran parte delle riflessioni di filosofi e studiosi di varie discipline, diventando uno dei temi più dibattuti dell’epoca. La questione fondamentale era questa: se ogni cosa è stata creata da un Dio infinitamente buono e misericordioso, come si spiega la presenza del male? Come si giustifica il dolore che riguarda indistintamente tutte le creature?
Nei Saggi di teodicea l’autore si proponeva di trovare una risposta a queste domande di portata a dir poco smisurata.
La teoria dell’ottimismo metafisico di Leibniz
Leibniz giunge alla conclusione che "viviamo nel migliore dei mondi possibili" al culmine di un ragionamento articolato e complesso noto come teoria dell’ottimismo metafisico. Questi i punti cardine della tesi:
- la scelta di Dio: dato per assodato che Dio è onnipresente, onnisciente e infinitamente buono, va da sé che tra la miriade di mondi che poteva concepire nella sua mente, alla fine ha optato per quello che ha la massima combinazione possibile di perfezione, ordine e varietà. Se ve ne fosse stato un altro migliore, Dio lo avrebbe scelto;
- la giustificazione del male e del dolore: l’ottimismo non sa spiegarsi come il male e il dolore che imperano sulla Terra siano rapportabili ad un Dio giusto e misericordioso. La risposta della teodicea è che essi siano una conseguenza ineliminabile della finitezza delle creature. Il mondo è stato sì creato da Dio, ma non ne possiede la stessa perfezione;
- i tre tipi di male: Leibniz distingue il male in tre tipi differenti, ovvero quello che dipende dall’imperfezione intrinseca delle creature rispetto a Dio (metafisico), quello necessario ad un bene più grande o al riequilibrio di una situazione (fisico) e il peccato, permesso da Dio perché relativo al libero arbitrio dell’uomo, un valore talmente alto e importante da superare l’eventualità del male che ne può conseguire.
In conclusione, nulla accade senza una ragione sufficiente; ciò che ci appare come male e ingiustizia, in realtà appartiene ad un disegno superiore nel quale il bene complessivo prevale sempre e comunque.
La critica a Leibniz in Voltaire
La teoria dell’ottimismo di Leibniz venne ferocemente avversata dal filosofo francese Voltaire, che nel romanzo satirico Candido, o l’ottimismo, edito nel 1759, rappresentò l’illustre collega tedesco in maniera caricaturale, prendendosi gioco non soltanto di lui ma anche degli altri pensatori ottonari, ben rappresentati nella figura del precettore Pangloss, che anche di fronte alle catastrofi ripete a se stesso e agli altri che "tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili".
Risulta doveroso tuttavia ricordare quanto in Voltaire e nei filosofi della sua generazione suscitò forte impressione il terribile terremoto che nel 1755 rase al suolo la città di Lisbona provocando un numero incredibile di vittime; in seguito, precisamente nel 1756, il francese pubblicò Poema sul disastro di Lisbona, in cui attaccò direttamente l’ottimismo radicale dei pensatori come Leibniz, dichiarandosi impossibilitato ad apostrofare come "bene" un evento terrificante come questo.
Un altro motivo per cui Voltaire contrastava con la visione di Leibniz è che egli la trovava troppo consolatoria rispetto ai tanti mali che affliggono il mondo; giustificare qualsiasi sciagura come se fosse parte di un disegno più elevato e perfetto era per lui inaccettabile, in quanto voleva dire rassegnarsi al male, non fare nulla per combatterlo e impedire in tal modo all’umanità di migliorare il contesto in cui vive e perciò anche se stessa.
La fortuna, la critica e la rivalutazione contemporanea
La critica alla teoria dell’ottimismo di Leibniz è stata molto polarizzata fin dal ’700, passando dall’essere una rigorosa tesi logico-filosofica all’inizio a oggetto di derisione in seguito fino ad arrivare alla totale rivalutazione in epoca contemporanea.
Come abbiamo visto, secondo Leibniz l’esistenza del male si spiega tenendo conto di una volontà creatrice superiore, grazie alla quale esso è sempre filtrato, bilanciato, giustificato e inserito in un quadro di piena armonia prestabilita dall’alto. Dunque Dio ha creato per noi il "migliore dei mondi possibili", dove poche leggi fisiche stabiliscono e garantiscono il massimo ordine e la massima varietà. Nel corso del tempo tale assunto, che a ogni modo ha segnato una pietra miliare nella filosofia europea, è stato dapprima accolto, poi vituperato ed è infine tornato in auge.
Nel ’700, in pieno periodo illuminista, la teoria venne fortemente avversata diventando oggetto di sarcastiche parodie. Alla fine del secolo dei Lumi, la questione fu affrontata anche da Immanuel Kant, secondo cui la ragione umana non ha gli strumenti per penetrare la mente divina e quindi la teoria leibniziana era vista come un maldestro tentativo metafisico dogmatico e assolutamente non dimostrabile.
Per quanto riguarda l’800, vale la pena segnalare le posizioni di Arthur Schopenhauer, che ribaltò completamente la teoria di Leibniz sostenendo che il nostro è il "peggiore dei mondi possibili" e bollando come cieca ed irrazionale la "volontà di vivere", e G.W.F. Hegel, che invece accolse in parte il ragionamento leibniziano riconoscendo al filosofo tedesco il merito di aver compreso quanto il male sia parte integrante e inscindibile della realtà e di come esso sia indispensabile all’interno della dialettica che porta alla nascita del bene.
Tuttavia, per giungere al pieno accoglimento della teoria dell’ottimismo bisogna arrivare ai secoli XX e XXI, quando finalmente viene accantonato il riferimento alla caricatura di Voltaire e capita la complessità del pensiero a sostegno della tesi di Leibniz, che non è la banale e rassicurante affermazione che "va tutto bene", bensì un costrutto di estrema profondità retto da un ottimismo tragico e razionale. All’interno di un universo infinito, carico di interconnessioni e ricco di dinamicità, il tedesco cerca un modello logico-matematico che ci permetta di accettare i limiti della nostra esistenza, della quale non c’è negazione del dolore, che anzi ne è parte costitutiva ed essenziale, ma l’imposizione di un inflessibile principio di responsabilità (principio di ragion sufficiente).
Ed è questo il senso dell’espressione "viviamo nel migliore dei mondi possibili" e ci sono voluti circa quattro secoli per comprenderlo appieno.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Viviamo nel migliore dei mondi possibili”: chi l’ha detto e cosa significa
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