Quel che non ha nome
- Autore: Piedad Bonnett
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Codice Edizioni
- Anno di pubblicazione: 2024
Quel che non ha nome (Codice Edizioni, 2024, trad. di Alberto Bile Spadaccini) è il racconto autobiografico della scrittrice colombiana Piedad Bonnett sulla perdita del figlio Daniel, morto suicida.
Daniel ha 28 anni e frequenta un master in arte alla Columbia University. È giovane, ha una grandissima passione per la pittura, è talentuoso, ha un futuro brillante e ancora da scrivere davanti a sé. Ma le malattie mentali, si sa, non fanno sconti a nessuno. La comparsa di un’acne tardiva segna per Daniel l’inizio di una serie di problemi. Gli arrossamenti e le screpolature gli causano disagio, isolamento e depressione. Il farmaco prescrittogli per curarla lo espone — tra i tanti effetti indesiderati — a “sintomi psicotici e tentativi di suicidio”.
Gli ultimi otto anni della sua vita sono segnati da “una terrificante malattia mentale” che lo costringe a vivere una continua sofferenza, perché non solo deve combattere contro i suoi demoni interni, ma anche quelli esterni, come i giudizi delle persone, l’incomprensione, la distanza. Il disturbo schizoaffettivo di cui soffre lo porta gradualmente a mettere in dubbio tutto, a cambiare spesso psichiatra, ad allontanarsi dalla sua passione per la pittura, che non gli garantisce quella stabilità di cui avrebbe bisogno. Un episodio psicotico dopo l’altro, i pensieri suicidi si fanno sempre più forti, fino a quando non decide di lanciarsi dal tetto di un edificio.
Il libro è un lungo flusso di coscienza della madre, una cronaca interiore che parte dal momento in cui apprende la notizia. Un tentativo di dare voce al dolore, di elaborare il lutto. Non c’è pathos, non c’è sentimentalismo, non c’è autocommiserazione: solo un’analisi lucida, distaccata, quasi chirurgica. C’è tristezza, ma anche una dolorosa accettazione del gesto. Accettazione di un epilogo che, col tempo, si era fatto sempre più concreto, quasi inevitabile. Dal racconto emergono i tanti dubbi di una madre che non sa più di chi fidarsi: medici che dicono che Daniel è in ripresa mentre lei lo vede spegnersi; diagnosi contraddittorie; liste (infinite) di potenzialità, di rischi a cui i farmaci sottopongono il paziente, senza dare in cambio la promessa di guarigione. E poi il senso di impotenza, la consapevolezza che la fine potrebbe arrivare da un momento all’altro, e non potrà far nulla per impedirla. Mentre quel bambino che aveva dato alla luce, quel ragazzo che aveva visto crescere, quell’uomo pieno di sogni infranti, svanisce poco alla volta.
La scrittura diventa quindi per Bonnett uno strumento palliativo, “per aprire e cicatrizzare ferite”, per distanziare e mettere in prospettiva, per — forse — provare a dare un senso. Scrivere diventa un modo per raccontarsi e raccontare, per dare voce a chi non ce l’ha più. Attraverso le parole, la madre cerca di riavvicinarsi al figlio, dialogando e cercando risposte in altri autori; ritorna ad esempio “il pensiero magico” tanto caro a Joan Didion, si confronta con l’isolamento del diverso vissuto da Samsa in Kafka, si riflette in Nabokov, in Ernaux, perché, come afferma l’autrice nel Commiato finale,
le parole sono mobili, parlano sempre in modo diverso, non pietrificano, non fanno le veci di una tomba. Sono il poco sangue che posso darti, che posso darmi.
Quel che non ha nome
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