Non abbiate paura
- Autore: Elif Shafak
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Rizzoli
- Anno di pubblicazione: 2020
Non abbiate paura (Rizzoli, 2020, titolo originale How to stay sane in an age of division, trad. di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani) è un saggio di Elif Shafak sempre attuale per le profonde riflessioni sulle radici e sulle emozioni umane.
Le patrie sono castelli di vetro. Per lasciarle bisogna infrangere qualcosa: un muro, una convenzione sociale, una norma culturale, una barriera psicologica, un cuore. Ciò che abbiamo infranto ci perseguiterà. Essere migranti significa quindi portarsi frantumi in tasca per sempre. È facile dimenticarsene, leggeri e minuscoli come sono, e andare avanti con la propria vita, le proprie piccole ambizioni e i propri importantissimi progetti, ma al minimo contatto le schegge di vetro ci ricordano la loro presenza. Ci tagliano in profondità.
Elif Shafak sa bene cosa significhi essere migrante, aver infranto quel qualcosa del suo castello di vetro, poiché nonostante porti Istanbul nel cuore, nella sua città non può più tornare perché ha scelto di essere libera di esprimere i propri pensieri e di dar voce a chi subisce limitazioni nell’esercitare i propri diritti, le donne in primis.
Questo prezioso libello parla di tutti noi e a tutti noi e al nostro diritto di vivere sereni, liberi da ansie. Shafak ne parla attraverso le emozioni, la disillusione, la rabbia, le analizza e investiga l’animo umano per capirne le reazioni e per indicare una terza via, quella della resilienza.
Che sia in televisione, alla radio o su internet, passiamo ore a discutere di “fattori tangibili e misurabili”: diamo la priorità all’economia, ai mercati finanziari e alla politica, dedicando pochissima attenzione a cose astratte e sfuggenti come le emozioni.
L’unica emozione che Shafak non menziona è la paura, che invece emerge lampante nella forzata traduzione italiana del titolo, peraltro di pontificia memoria, essendo una frase ricorrentemente pronunciata da Giovanni Paolo II. Il titolo originale dell’opera, infatti, che dà anche il titolo al capitolo iniziale, non nomina la paura, ma piuttosto la divisione che caratterizza i tempi odierni: How to stay sane in an age of division, come rimanere sani in un’epoca di divisione. Dunque nessuna paura, piuttosto una minaccia di divisione, di separazione che incombe sulla nostra sanità mentale, solidità e collettività.
Inoltre, vogliamo sembrare forti: e l’emotività, ci hanno insegnato, ci fa apparire deboli.
Nella prospettiva archetipica, le emozioni non sono semplici reazioni individuali, ma forze antiche e condivise che abitano l’inconscio collettivo, e l’autrice le mette in scena come presenze vive, personaggi interiori. Shafak invita il lettore a guardare le proprie emozioni come memorie ereditate, che chiedono ascolto più che controllo. In questa chiave, la rabbia, il dolore e il coraggio non sono stati d’animo contingenti, ma energie simboliche che attraversano culture e generazioni, rendendo l’esperienza emotiva un atto di appartenenza e di responsabilità. Leggere le emozioni in modo archetipico significa dunque accettare la propria vulnerabilità come parte di una storia più grande, dove il sentire diventa un gesto etico e politico, capace di contrastare la paura collettiva con la consapevolezza condivisa.
Bisogna stare molto attenti: la rabbia diventa facilmente ripetitiva, intransigente, urticante. E al tempo stesso, la rabbia può essere un’emozione che paralizza […]. A meno di riuscire a trasformarla in una forza più produttiva, più pacata, anche se non necessariamente meno intensa, la rabbia rischia di ardere cieca e distruttiva.
Quelle emozioni generalmente considerate negative (rabbia, paura, tristezza) non sono altro che forze ancestrali necessarie alla sopravvivenza. L’autrice rileva il rischio di una progressiva perdita del sé, processo particolarmente pericoloso poiché subdolo e silenzioso, che serpeggia e non lascia traccia se non quando l’impatto sul nostro equilibrio mentale è già devastante.
Allora qual è la soluzione? Shafak ritiene che la narrazione sia un’ancora di salvezza, utile a risvegliare coscienze e scuotere gli animi. Secondo Shafak, la Storia insegna che l’orrore non comincia con i campi di concentramento, né con lo sterminio di massa, la guerra civile o il genocidio. Tutto ha origine molto prima, nel linguaggio: negli stereotipi, nei luoghi comuni, nelle narrazioni ripetute senza essere messe in discussione. Per questo la lotta contro la disumanizzazione deve partire dalle parole, dalle storie che scegliamo di raccontare e da quelle che accettiamo di ascoltare.
L’apatia è più pericolosa di qualsiasi emozione negativa, ne è la completa assenza. Poiché emozione significa etimologicamente “muovere da”, dunque si tratta di una reazione che conduce all’azione e, se opportunamente indirizzata, può portare ad azioni costruttive. L’assenza di emozione è invece lo stare a guardare senza lasciarsi toccare nel profondo, il restare spettatore inerte dinanzi a tutto, ingiustizie, angherie, stravolgimenti.
Gli atti barbarici possono verificarsi in fretta e su larga scala non quando più persone diventano immorali o malvagie, non necessariamente, bensì quando diventano insensibili in un numero sufficiente. […] Disinteressati e impassibili al dolore dell’altro.
Qui possiamo sentire l’eco dell’esperimento dello psicologo statunitense Milgram condotto nel 1961, che dimostrò come, di fronte alle istruzioni impartite da un’autorità, la maggior parte delle persone diventano insensibili al dolore altrui, giustificando i propri atti crudeli con la risposta ad un ordine dall’alto. L’assenza di pensiero critico che si innesca di fronte alla possibilità di scaricare la responsabilità dei propri atti anastetizzando il nostro sentire, a conferma che l’apatia è la peggiore complice di atti barbarici, proprio come suggerisce Elif Shafak.
Ancora una volta questa autrice, che scriva saggi sagaci o romanzi dai profumi orientali, ribadisce, come scrittrice e come donna, il suo impegno sociale nel combattere ingiustizie e soprusi, nell’intento di migliorare il mondo in cui viviamo, con la ferma convinzione che la narrazione è un potente antidoto in grado di contrastare la perdita di identità verso cui rischiamo di sprofondare. Creare una narrativa comune, collettiva, contribuisce a quell’unità che stiamo perdendo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Non abbiate paura


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