- Autore: Elif Shafak
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Rizzoli
C’era una volta un derviscio di poche parole. Un giorno la sua cavalla fuggì. Quando i vicini appresero la notizia, andarono a trovarlo. «Che sventura» commentarono. «Può darsi» replicò lui. L’indomani la cavalla fu ritrovata in compagnia di uno splendido stallone. Tutti si congratularono con il derviscio per la sua fortuna. Ancora una volta, lui rispose solo: «Può darsi». Una settimana dopo, mentre suo figlio cercava di cavalcare lo stallone, cadde e si ruppe una gamba. I vicini espressero il loro rammarico al derviscio. «Che grande disgrazia» esclamarono all’unisono. «Può darsi» disse lui. Il giorno dopo, alcuni funzionari statali andarono nel villaggio per arruolare giovani da mandare in guerra. Tutti i ragazzi dovettero partire a eccezione del figlio del derviscio, che era a letto con la gamba rotta.
Latte nero di Elif Shafak (pubblicato in turco nel 2007 con il titolo Siyah Süt, poi tradotto nel 2011 in inglese col titolo Black Milk: On Motherhood, Writing and the harem within e in italiano nel 2010 con la traduzione di Roberta Zuppet), esce per Rizzoli con il sottotitolo “Storia di una madre che non si sente abbastanza”. Scrittrice turco-britannica di fama internazionale, offre al suo pubblico una riflessione autoironica e coraggiosa sull’esperienza della maternità. L’autrice si mette a nudo come donna e ripercorre le tappe psicologiche attraversate fino a raggiungere l’accettazione della tensione tra maternità-scrittura nella propria vita.
Una nota a margine sulla discutibile scelta editoriale relativa alla traduzione del titolo originale: non è chiaro se il titolo in turco contenesse anche la spiegazione su maternità, scrittura e harem interiore, tuttavia lo contiene la traduzione inglese, mentre nella versione italiana, così come in tante altre traduzioni, il titolo omette sia il dialogo tra maternità e scrittura, sia l’elemento “harem interiore”, privandolo in tal modo della matrice psicologico-culturale da cui prende il via la riflessione di respiro universale dell’opera. Il sottotitolo in italiano rimanda invece a una valutazione del tutto arbitraria e parziale del messaggio dell’autrice. La narrativa di una madre che non si sente abbastanza è del tutto retorica e segue un’opinione prevalente e superficiale, univoca e priva di nuances che rendano giustizia alla complessità della tematica sia da un punto di vista psicologico che sociologico e culturale.
L’apologo del derviscio, diffuso nella tradizione sufi e spesso attribuito a Lao Tzu, pur avendo radici orali più lontane, rappresenta una vera e propria chiave interpretativa. L’atteggiamento sospeso del derviscio, quel suo reiterato “Può darsi”, introduce il tema centrale dell’opera: la relatività degli eventi e l’impossibilità di giudicare immediatamente ciò che ci accade. Fortuna e sventura si intrecciano e si trasformano. È esattamente questo movimento che Elif Shafak riconosce nella maternità: ciò che temeva come limite si rivela anche apertura; ciò che appare come perdita può diventare metamorfosi viscerale.
L’opera si colloca in una zona ibrida tra memoir, saggio e narrazione allegorica: non è un semplice diario della maternità, ma un’indagine sulla costruzione dell’identità femminile contemporanea. Shafak non si limita a raccontare l’esperienza personale; la trasforma in un laboratorio di pensiero in cui si interrogano cultura, tradizione, letteratura e spiritualità.
Donna dotata di talento e ambizioni, l’esperienza della maternità in senso stretto, ovvero di concepimento e cura di un bambino, non rientrava nei suoi orizzonti. Già madre di tanti progetti e di creazioni letterarie, non era sicura di essere pronta ad affrontare la quotidianità e le responsabilità che deve affrontare una madre biologica. Il saggio è prima di tutto una riflessione semiseria, tuttavia molto accurata e profonda, sull’opportunità che ogni svolta rappresenta nella nostra vita.
Voglio che consideri la borsa di ricerca nel Massachusetts non come un’imposizione, ma come un’opportunità. Turchia o Stati Uniti, non importa granché. Quel che conta è il viaggio interiore. Non viaggerai verso l’America, viaggerai dentro te stessa. Vedila in questo modo.
Non si tratta di attraversare un continente, ma di attraversare se stesse. In questo passaggio si percepisce l’influenza del pensiero mistico, che invita a leggere ogni cambiamento come trasformazione spirituale prima ancora che geografica.
A parlare è la sua voce interiore, o piuttosto una delle sue molteplici voci interiori, ciascuna deputata a un aspetto specifico della sua personalità. Le chiama ironicamente le “Pollicine” (Thumbelinas) e, in un catartico esercizio di visualizzazione, le descrive al lettore come personificazioni psicologiche, ciascuna con il suo carattere e le sue priorità, presenti dentro di lei come un piccolo harem, una sorta di coro di grilli parlanti con cui l’autrice si confronta costantemente in questo percorso interiore. Le Pollicine costituiscono uno degli espedienti più riusciti del libro. Non sono semplici personificazioni psicologiche: rappresentano le stratificazioni culturali e storiche che abitano ogni donna. La Tradizionalista, la Femminista, la Sognatrice, la Madre potenziale: ognuna rivendica spazio e legittimità. Attraverso questa coralità, Shafak smonta l’illusione di un’identità lineare e compatta, restituendo invece un io plurale e dialogico.
Ciò le offre la possibilità di esplorare questioni di genere, in particolare legate al mondo dell’arte e della letteratura.
L’approccio esclusivista ai rapporti tra i generi, tuttavia, non è affatto una caratteristica specifica delle società tradizionali. Benché in costante cambiamento, è sostanzialmente universale. Dai miti antichi ai moderni romanzi a fumetti, dal folklore alla pubblicità, questa mentalità dualistica si è insinuata in molti ambiti della nostra vita. […] Stranamente, anche le donne sono abituate a concepirsi in questi termini.
L’analisi delle questioni di genere si estende oltre il contesto turco. Shafak insiste sul carattere universale della mentalità dualistica, maschile/femminile, ragione/emozione, pubblico/privato, mostrando come essa attraversi tanto l’Oriente quanto l’Occidente. Citando la scrittrice statunitense Erica Jong, evidenzia come il pregiudizio verso le autrici si annidi ancora nelle recensioni e nella ricezione critica. L’approfondimento è prezioso perché sposta il discorso dalla possibilità di pubblicare, oggi più accessibile, al problema, ancora attuale, dell’autorevolezza riconosciuta.
Le scrittrici di oggi non hanno troppe difficoltà a terminare o pubblicare le loro opere. Il vero problema è farci prendere sul serio. Secondo lei [Erica Jong, ndr], il pregiudizio verso le scrittrici diventa ancora più evidente nelle recensioni letterarie. Non ho mai visto la recensione di un’autrice di cui non si menzionasse in qualche modo il sesso.
Shafak prosegue esaminando vari aspetti della discriminazione di genere, dal concetto di matrimonio ai condizionamenti della società, ma soprattutto si sofferma a lungo a scandagliare i rapporti tra maternità e scrittura, tra autrici e libri:
Paragonare i bambini ai libri non è un’operazione frequente nel mondo della letteratura, ma paragonare i libri ai bambini sì. Jane Austen considerava i suoi romanzi come figli e parlava delle sue eroine come «la mia Emma», «la mia Fanny» o «la mia Elinor». Quando George Eliot parlava dei propri libri, li definiva i suoi figli. Allo stesso modo, i diari di Virginia Woolf sono pieni di riferimenti alla scrittura come esperienza materna. Sebbene gli esempi non manchino, trovo affascinante che siano sempre le scrittrici a usare questa metafora. Non ho mai sentito parlare di uno scrittore che equipari i suoi romanzi a figli.
La metafora dei libri come figli, ricorrente nelle autrici, diventa un modo per legittimare la creazione artistica in un mondo che riconosce alle donne soprattutto la funzione materna. È come se la scrittura fosse stata, per molte, un territorio alternativo di generazione.
Il riferimento al sufismo aggiunge un ulteriore livello di lettura. La concezione del mondo come grembo materno e della morte come separazione ribalta la prospettiva occidentale, trasformando la maternità in archetipo cosmico. In questo contesto, la madre nera non è solo un simbolo di creatività, ma anche l’ombra della depressione post-partum, che Shafak affronta con onestà. L’approfondimento su questo tema è particolarmente attuale: nominare il buio significa sottrarlo al silenzio e alla vergogna.
Il sufismo si mescola con l’Occidente in Elif Shafak, che ne coglie i frutti di cui sente necessità senza aderire completamente a nessuno stile di vita. Guarda con interesse alle donne turche e al loro concetto di maternità, che assume una dimensione pubblica, collettiva, dove ognuna si sente in diritto, e in dovere, di dare consigli, di intervenire e dire la sua, ma anche di condividere una torta preparata per l’occasione.
Elif Shafak ci ricorda che secondo il sufismo il mondo è l’utero materno e la morte è la separazione da esso. In ognuno di noi vive una madre nera, metafora della voce dell’intuito, della creatività e della passione, e la donna ne è spesso più consapevole dell’uomo. Latte nero è dunque il latte di una madre nera, creativa, passionale, è nutrimento che assume il colore dell’inchiostro, quell’inchiostro che salverà la madre dal buio della depressione post-partum.
La maternità assume qui una risonanza archetipica che rimanda alla figura della Grande Madre, principio originario di generazione e distruzione insieme. Come Demetra, dea del grano e della fertilità che conosce la perdita e attraversa il lutto per la discesa di Persefone negli inferi, la madre nera evocata da Shafak custodisce una doppia natura: nutriente e oscura, feconda e abissale. Il latte diventa così simbolo ambivalente, bianco e insieme notturno, un latte dalle sfumature lunari, capace di alludere tanto alla creazione quanto alla crisi, alla continuità della vita quanto alla necessaria discesa nelle profondità dell’io. In questa prospettiva, la maternità non è solo esperienza biografica ma archetipo universale, ciclo stagionale dell’anima che alterna fioritura e inverno, pienezza e sottrazione.
Particolarmente significativo è il confronto con le scrittrici del passato che, come mentori spettrali, mettono in luce una genealogia e una matrilinearità simboliche. L’autrice passa in rassegna note figure della letteratura e il loro rapporto con la maternità, da Simone de Beauvoir a Virginia Woolf, da Doris Lessing a Dorothy Parker, Audre Lorde e Sandra Cisneros fino a Sylvia Plath, costruendo un mosaico di esperienze di maternità e di scelte intorno ad essa. Ne emerge un panorama variegato che conferma la sua conclusione: non esiste un modello di maternità unico.
Il suo è un percorso che rifiuta tanto le prescrizioni tradizionali quanto le retoriche emancipatorie troppo rigide. Shafak non offre soluzioni, ma restituisce complessità. E forse è proprio questo il suo dono più grande ai lettori e alle lettrici: insegnare, come il derviscio, a sospendere il giudizio e ad accogliere le trasformazioni con un prudente e più fertile “Può darsi”. Esplorando l’intelletto e l’anima alla ricerca di conciliazione, l’autrice fa invece emergere le numerose e diverse sfaccettature di quel diamante sfaccettato che è l’io femminile per giungere alla conclusione più scomoda e più realistica:
Non esiste una formula universale per la maternità e per la scrittura.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Latte nero
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