- Autore: Giorgio Manganelli
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2026
Può sembrare curioso parlare, in una rubrica di recensioni, di uno scrittore che ha scritto un libro di recensioni, Giorgio Manganelli, un autore di cui si sa poco ma che mi ha incuriosito parecchio. Fu recensore, critico letterario e romanziere raffinato e non facile, ma soprattutto uno dei teorici della neoavanguardia del Gruppo 63; un personaggio di peso, quindi, tanto più che si dedicò al cinema e alla televisione.
Laboriose inezie (Adelphi, 2026) è un libro di recensioni, genere su cui lui ironizza molto nella prefazione del libro - e nello stesso tempo un’opera d’arte in cui l’autore utilizza un italiano "alto", desueto, di stampo cinquecentesco, in cui racconta delle sue recensioni che in realtà non sono tali ma lampi di genio. Innanzitutto il titolo Laboriose inezie: le recensioni sono cose da nulla ma sono costate all’autore fatica, labor quindi, sono importanti e notiamo l’ossimoro nel titolo come segno di grande acutezza. L’opera, scritta nel 1986, in tempi di postmoderno e nello stesso tempo di grande conformismo (che dura ancora peraltro), è fatta di riscoperte o di modi diversi di vedere i classici.
Il primo capitolo, "Che cos’è un classico?", mette in luce il continuo parlare del classico ai moderni. La trama è abbastanza lineare: si parte da Omero, fondatore della poesia occidentale, per arrivare a Collodi, verso cui l’autore prova un amore sconfinato. I primi capitoli sono dedicati ad autori greci, come Eraclito, e latini (Fedro, Ovidio, Sallustio). Interessante è la visione di Fedro, autore umile ma la cui cifra è "il rancore verso il mondo" che non rispetta i deboli, ma anche di Plinio il Vecchio. Un cenno particolare Manganelli lo dedica agli autori cristiani, magari a quelli non troppo noti, come Gregorio di Nissa.
Ma la grande passione di Manganelli è la letteratura italiana dei primi secoli, da Marco Polo ai componenti del controrinascimento come Aretino. L’autore non nasconde il suo imbarazzo nel recensire Dante, di cui traccia un breve profilo, per dire che la Divina Commedia va letta nella sua interezza, senza la pretesa di capire tutto. Gli sono particolarmente congeniali i novellieri come il Sercambi o Masuccio Salernitano o La novella del grasso legnaiolo, in cui analizza la lingua più che la vicenda in sé. Antidesanctisiano per natura, si allontana dalle grandi figure scolastiche per avvicinarci ai minori, a figure bizzarre, di pochi mezzi linguistici, ma che rappresentano un sano controcanone. Non mancano i perseguitati come Giordano Bruno, del quale viene esaminata la commedia Il candelaio, piena di riferimenti sessuali e che De Sanctis non avrebbe gradito. E proseguendo sulla stessa falsariga, viene mostrato il Seicento, secolo infame della letteratura italiana con Daniello Bartoli, Paolo Segneri, Pona, Ciro di Pers, autori che danno del Barocco un’immagine più variegata di quella di Marino. E anche l’Arcadia del Metastasio viene valorizzata e paragonata con la sua musicalità "a un continuo Festival di Sanremo".
Ma anche i classici vengono messi sottosopra. Alfieri, nel suo giovanilismo titanico, non piace molto a Manganelli e Foscolo fa pensare ai romantici e decadenti castelli in Romania. Leopardi è valorizzato come filosofo più che come poeta e slegato dall’immagine di infelice che lo perseguita ancora oggi. Ma la sorpresa più autentica è il secondo Ottocento, secolo considerato arido con il più strano degli scapigliati, Carlo Dossi, di cui recupera la stramberia verbale come segno di un italiano vero e rovescia il duro giudizio di Cassola su Renato Fucini dicendo che l’autore toscano "è un’ocarina" che ha una sua musicalità. Rimane un minore ma non un cattivo scrittore come Capuana, di cui Manganelli dice tutto il male possibile. Scopre Antonio Rajberti, Remigio Zena e l’unica donna, la Contessa Lara, nella quale riconosce un talento autentico di scrittrice.
Insiste sull’Aretino e la letteratura canagliesca di Vignali, l’insistenza al lupanare contrapposto a De Sanctis considerato "il sindaco di una città perbene" da cui "i cittadini vogliono andarsene". E infine Collodi, la canaglia per eccellenza, che viene considerato tragicamente un esperimento sociale di quel filone educativo lamentoso che ha tediato l’infanzia dei giovani italiani (unica eccezione Gianburrasca).
E si conclude un’opera che mi ha tenuto compagnia nei soleggiati pomeriggi di fine primavera con il piacere di aver gustato un italiano colto e umile, tragico e divertente, con parole di cui ora solamente ho appreso l’esistenza. Grazie, Manganelli, per il dono che mi ha fatto riflettere su una letteratura sperimentale sulla quale ho avuto molti pregiudizi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Laboriose inezie
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