- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788831490191
Di solito, Massimo Trifirò scrive romanzi legati a un evento storico epocale e decisamente più brevi, ma se più di cinquecento pagine non spaventano, fa per voi la lettura del cospicuo, mai domo nella trama e inesauribile d’invenzioni, anche lessicali, La marchesa milanesa. Ridicola storia di due meneghine a caccia di marito nell’oscuro Seicento, un prodotto Nepturanus, nella collana d’elezione dello scrittore lombardo, “Il nome della prosa” (agosto 2022, 544 pagine).
Riferiamo spesso della sua attività, ma parliamo poco di lui. Trifirò è nato e vive a Lecco, che lo ha riconosciuto Cittadino Benemerito. Laureato in scienze politiche, specializzato in storia, scrive fin da giovane: racconti, satira politica, ricostruzioni veridiche e romanzi brevi a puntate. Ha collaborato a giornali nazionali, regionali e locali, a riviste nazionali e alla nota collana di spy stories Segretissimo Mondadori. Decine i suoi libri, tra antologie di racconti, romanzi di spionaggio, lavori di genere comico e fantastico, biografie religiose, studi evangelici, rievocazioni storiche in forma saggistico-narrativa, dialoghi filosofici, raccolte di aforismi, antologie poetiche e libri di satira politica a fumetti. È l’autore che ha dedicato più pagine di narrativa alla sua città, e anche la vicenda in quest’opera si sviluppa tra il Lario e dintorni.
Oggi la Bovisa è un quartiere di Milano, nella parte settentrionale della metropoli, ma distava un po’ nel XVII secolo, in pieno Governatorato spagnolo in Lombardia. È in quelle terre che giunge un trabiccolo sgangherato, su stradacce ancora più rotte. A bordo, due improbabili nobildonne, malconce per il continuo saltare e sbatacchiare nel veicolo. È a nolo, non consentendo le finanze delle due Della Barbuta la proprietà di un cocchio, magari con stemma nobiliare apocrifo. Un tempo la situazione patrimoniale sarà stata pure florida, ma le risorse sono ridotte al lumicino. Per questo stanno raggiungendo l’abitazione dell’appena defunto zio e prozio Canino. Avide e bramose di denaro come sono (“meij ves catif che puaret”, meglio essere cattivi che poveri), si stanno precipitando a mettere le mani su tutti gli averi del parente, di cui sono uniche eredi e che ritengono ingenti. Di certo, non si aspettavano di trovare tutto in abbandono, sfacelo, rovina: “l’è propii un mortuori!” (un cimitero).
Sono madre e figlia. La prima, mastodontica come un cetaceo, seno super abbondante, posteriore da non aggettivare se non si vuole incorrere in accuse di body shaming, è Gerundia, barbuta di nome e di fatto. È per via di una lanugine non depilata, una vera e propria barba che non sfuggirebbe a un cieco e che, almeno quella, non figura sul mento della “Duchessa brutta” (decisamente), riprodotta in copertina, un particolare del dipinto di Quentin Massys (1513) nella National Gallery di Londra. L’onore del mento (più un dis-onore, in questo caso) fa pensare che la lombarda sia ancora più impresentabile dell’obesa con lineamenti maschili gonfi e cascanti ritratta dal pittore fiammingo. L’altra passeggera, “seccagna come un’aringa a dieta”, è Alma Candida, unica figlia. Una che nel gergo polentone si direbbe “un ciospo”, ibrido tra “cesso e rospo”. Di un marito e padre non se ne parla da decenni, nell’allegra famigliola, sparito e forse morto, dopo avere assolto al dovere d’ingravidare la sposa megattera, scrive Trifirò con acume oggettivo, tutt’altro che saccente.
Alma Candida, due cosciuzze meschine e rinsecchite, vent’anni e decine di chili di peso in meno della genitrice over 60, vive nell’attesa “finora insoddisfatta e smaniosa” di un uomo, per via dell’inesistente avvenenza congenita e del capitale in scarsella modesto, anzi nullo. “La sua anima l’ha quasi consumata per il desiderio frustrato”. Gerundia è più che determinata però a porre rimedi. “Ghe pensi mi!”. Provvederà da sola, senza chiedere il permesso a nessuno, al matrimonio con un bravo giovane o magari uno più stagionatello, della sua “tusa, dolce ragazza in calore ormai da un’intera era geologica”.
Proprio qui sta il romanzo, da sfogliare col sorriso, ricco di circostanze paradossali, rovesciamenti di fronte e situazioni divertenti e ironiche. C’è poi la componente umana: personaggi grotteschi e picareschi, alcuni irresistibili. Da citare Ciro Esposito, con tutta evidenza di origini partenopee e parte napoletane (diceva Totò), quindi originario della “Teronia”. È il notaio a suggerire di farlo impalmare volente o nolente con lo “scheletrino”. A Gerundia sembra “un maschietto deferente e schiavizzabile”. Quello, però, non è un polentone... chissà che non ne sappia una più del diavolo.
Oltre al 1671 lombardo, età manzoniana con o senza “gride”, risultano un valore aggiunto narrativo le protagoniste, i comprimari, i molteplici caratteri, le personalità distorte da ogni possibile umana deficienza o vizio.
Grandissima e matura l’inventiva di Massimo Trifirò. Altre suggestioni derivano dal frequente ricorso a frasi in dialetto locale o in spagnolo, anche in napoletano, che intercalano di frequente il racconto. Per non dire delle citazioni colte, letterarie e manzoniane, di cui l’autore è come sempre maestro.
Conta di superare entro la fine del 2026 quota novanta libri pubblicati. Scrive molto, ma senza trascurare la qualità e la varietà degli stili. Per lo più, si tratta di lavori sulle duecento pagine. Un’altra eccezione, oltre alla “marchesa” è stato Strategia dell’assenza, un volumone di spionaggio e guerra fredda che ne impegna 751, edito da Nepturanus nel 2025.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La marchesa milanesa
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