Gladiatori sulla sabbia
- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Quattro squadre, formate ognuna da ventisette robusti fiorentini. Recano i colori e i nomi di quartieri della città gigliata. Ogni rete segnata è una caccia, il campo di gara si chiama sabbione, i giocatori calcianti, la partita pugna (combattimento), e di una mischia quasi guerresca si tratta, compresi colpi violenti e atterramenti. È il calcio storico, orgoglio e vanto di Fiorenza e oggetto di un saggio dell’infaticabile “cittadino benemerito” di Lecco, Massimo Trifirò, diciassettesimo titolo nella tutta sua collana “Il nome della Prosa” delle Edizioni Nepturanus, Gladiatori sulla sabbia. 17 febbraio 1530. La partita di calcio durante l’assedio di Firenze (ottobre 2025, 96 pagine), con tante illustrazioni in bicromia nel testo.
Calcio per modo di dire, non si prenda alla lettera, perché si gioca con le mani, come il rugby moderno e come i giochi di palla dell’antichità da cui deriva, il latino harpastum, “portare via con la forza”, scoperto, apprezzato e fatto proprio dai soldati romani che avevano osservato l’arpaston greco. Presi per mano dallo scrittore lombardo - che ha diviso il testo in due parti: “la Storia” e “la Pugna” -, cerchiamo di approfondire la conoscenza di questo sport, un tantino più anziano del nostro calcio, ben oltre cinque secoli contro l’uno e mezzo del football.
La partita di calcio storico disputata a Firenze in Piazza Santa Croce il 17 febbraio 1530 venne voluta, organizzata e interpretata come una beffa, un’onta da infliggere agli imperiali che assediavano il cuore vitale della Repubblica. Arrivati alla fine del 1529, erano spagnoli e mercenari tedeschi lanzichenecchi, di ritorno dall’occupazione di Roma, dopo la conquista e il tremendo Sacco del 1527. Oltre che rinnovare la tradizione carnevalesca del gioco, nonostante la guerra, l’incontro tra i Verdi e i Bianchi doveva recare scherno agli assedianti, tanto che sui tetti intorno a Santa Croce vennero fatti salire dei suonatori, per richiamare l’attenzione. Difatti una rabbiosa cannonata partì da una posizione elevata, sul Giramonte, ma passò alta sulla piazza, senza provocare danni.
L’Accademia della Crusca, fin dall’edizione 1612 del vocabolario, definiva il calcio cittadino come proprio e antico della Città di Firenze,
a guisa di battaglia ordinata, con una palla a vento (gonfia d’aria), rassomigliantesi alla sferomachia (battaglia cioè della palla), passato da Greci a’ Latini e da’ Latini a noi.
Prendeva atto di un certame, una competizione ormai consolidata nei secoli. Per lo scrittore lecchese, si può sostenere che già nel XV secolo quel calcio tra i fiorentini si giocasse di frequente, un po’ dappertutto: nelle vie, nelle piazze, nei rioni, soprattutto tra un quartiere opposto a un altro. Probabilmente, si praticava ugualmente in precedenza, ad esempio nel 1200, ma non ci sono testimonianze. Dante non lo cita e parla di “calci” in un solo verso del Purgatorio, non nel senso di gioco, ma come vere e proprie pedate.
Considerato l’esercizio di forza tra soggetti fisicamente massicci e con poco self control agonistico, si deve pensare che la pratica del calcio in spazi pubblici provocasse disordine, danneggiamenti, ferimenti e che si dovette provvedere inevitabilmente a regolamentarlo. Da sfogo, da atletismo gladiatorio, si trasformò in rituale e intorno crebbero le insegne, i simboli e l’orgoglio di una fiorentinità che significava appartenere “alla storia di un’intera città rispetto al resto del mondo, estraneo ed escluso al di là delle mura storiche”.
Fu così che, nelle pugne organizzate in spazi predeterminati e non dovunque, in un primo tempo scesero in campo a Firenze soltanto gli aristocratici, dai 18 ai 45 anni, all’epoca età più che matura. Erano i soli a poter sfoggiare tenute di gioco sgargianti e costose, che il popolo non poteva permettersi. Di solito, le sfide si tenevano nel periodo di Carnevale. Nel XVII secolo, dopo l’episodio della partita del 1530 durante l’assedio di Firenze delle truppe dell’imperatore Carlo V, la localizzazione venne fissata alla Porta al Prato, risalente al 1285, una delle più antiche di accesso al tessuto urbano attraverso le fortificazioni. Giovanni Bardi, conte di Vernio (1534-1612), codificò le regole nel 1580, in trentatré capitoli, nel Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino. Quattro le squadre cittadine del calcio storico: i Bianchi di Santo Spirito, gli Azzurri di Santa Croce, i Verdi di San Giovanni, i Rossi di Santa Maria Novella.
I ventisette “calcianti” per squadra si pongono sul sabbione in quattro “datori indietro” (portieri), tre “datori innanzi” (terzini), cinque “sconciatori” (mediani) e quindici “innanzi” o “corridori” (attaccanti).
Nel Settecento, però, il calcio fiorentino decadde, fino al punto che non si disputarono più partite. Prima della rinascita in epoca recente, si ebbero soltanto pugne rievocative: il 20 gennaio 1739, in presenza di Maria Teresa d’Austria; il 28 aprile 1898, nel programma delle onoranze all’astronomo Paolo Toscanelli e al grande navigatore Amerigo Vespucci; il 17 maggio 1902, tra le rievocazioni storiche dei fasti del Granduca Cosimo I de’ Medici. Risale al 1930 la decisione di un comitato cittadino di riprendere a gareggiare per le celebrazioni di Francesco Ferrucci (1489-1530), nella coincidenza del quattrocentesimo anniversario della partita durante l’assedio. Da allora si riprese, anche perchè l’esercizio garbava tanto ai fascisti. Interruzioni esclusivamente a causa della Seconda Guerra Mondiale, dopo l’alluvione del novembre 1966 e per il Covid 19.
Gladiatori sulla sabbia. 17 febbraio 1530. La partita di calcio durante l'assedio di Firenze
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