- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2022
- ISBN: 9788831490849
“Eonìa i mnimi!, Eterna memoria a te, conte Lev Nikolaevic Tolstoj”. Sono gli ultimi giorni del grande scrittore, sceso in una stazioncina sperduta nella Russia occidentale, una storia nella storia e si raccordano alla sua vita ed opera, raccontati e immaginati da Massimo Trifirò nel romanzo Il gigante in fuga. Lev Tolstoj alla stazione di Astàpovo, edito da Nepturanus (agosto 2022, collana “Il Nome della Prosa”, 64 pagine).
Nel 1910, ottantaduenne, il colosso della letteratura si sta allontanando dalla sua casa e dalla sua esistenza, quando è costretto, indebolito da una forte polmonite, a scendere dal treno “in un luogo sperduto, silenzioso tristissimo”. Astàpovo è nell’oblast di Lipeck, Russia europea. È accompagnato dal dottor Duschan Petrovic Makovickij, amico e medico che ha giudicato le condizioni dell’anziano scrittore incompatibili con la prosecuzione del viaggio.
È partito dalla sua tenuta in campagna, a Jasnaja Poljana (radura chiara), di nascosto dalla moglie Sof’ja Andreevna, più giovane di sedici anni (gli ha dato tredici figli, otto viventi). È praticamente evaso di notte, per scampare all’oppressione ormai insostenibile della consorte - scrive Trifirò - e per trovare lontano dai luoghi cari, forse dalla stessa Russia, “il senso ultimo della propria esistenza”. L’ha fatto in compagnia di Makovickij, lasciando un biglietto sulla scrivania dello studio, un ultimo addio alla famiglia che non lo capisce. Durante una sosta a Samordino, nel convento che ospita la sorella, è stato raggiunto dalla figlia minore, la ventiseienne Saša, Aleksandra L’vovna Tolstája, accompagnata dalla cara amica Varvara Mihajlovna.
Poi l’auto esilio è proseguito, finché l’età avanzata, la fatica e le avversità atmosferiche di un freddissimo ottobre hanno minato la tempra, aprendo un varco all’infiammazione polmonare con febbre alta e costringendo i “preoccupati accompagnatori” a chiedere di fermare il treno alla prima stazione, per far scendere Lev Nikolaevic e ricoverarlo da qualche parte, in attesa di più efficaci soccorsi. Il funzionario delle ferrovie dello zar Ivan Ivanovic Osolin ha messo la sua intera dimora, “modesta, ma calda”, a disposizione “di Sua Signoria il conte”, noto, amato e rispettato da tutti nella Santa Madre Russia. Certo, l’ospitalità è per il tempo che... insomma, non per sempre.
Lev è ancora in grado di muoversi autonomamente, per quanto debilitato. Più che nel fisico, lo sta consumando nella mente, dove si agitano pensieri di morte, una profonda crisi psicologica. Il bilancio esistenziale non torna. L’autore italiano prova a ricostruirlo, collegandolo alla grande produzione narrativa.
Tolstoj muore fuggendo da una vita snaturata, dall’oppressione della moglie, dalle strettoie imposte dal denaro, dalle accuse di una sessualità diversa o da una semplice amicizia che non poteva vivere con gioia.
Era un grande della Terra, si spegne in un luogo minimo e disperso, avviando l’ultimo viaggio verso l’eternità dalla sperduta stazione di Astapovo, abbandonata al centro del nulla,
nudo a cospetto di Dio, lui che si era rivestito dei panni dorati dell’aristocrazia e di quelli splendenti della gloria.
Era nato il 9 settembre 1828 a Jasnaja Poljana, nel distretto di Scekino del governatorato di Tula. I genitori appartenevano alla nobiltà antica. La madre, principessa Marja Nikolaevna Volkonskaja, era più anziana del marito e aveva portato in dote quella vasta proprietà. Il padre, Nikolaj Il’ič, discendeva da Petr Andreevič Tolstoj, creato conte dallo zar Pietro il Grande.
Lev, rimasto orfano - a due anni della madre, a nove del padre (pare avvelenato da due sevi) - affidato a parenti, studiò senza mai laurearsi. Incline a una vita dissipata ma dotato di un forte senso morale, si arruolò nell’esercito nel 1851 e partecipò da ufficiale zarista ai combattimenti nel Caucaso e al conflitto in Crimea. Dette buona prova e l’esperienza bellica lasciò tracce profonde. Nei Racconti di Sebastopoli (1855-56), espresse l’orrore della guerra, il silenzioso eroismo dei soldati, la vanità degli ufficiali a caccia di gloria. Poco dopo la caduta della piazzaforte, si congedò e partì in Europa, per allargare i propri orizzonti e acquisire nuove conoscenze. Fu a Parigi e in Svizzera, più tardi in Germania, Belgio, Inghilterra, Italia, ancora in Francia. Intanto continuava a scrivere, ininterrottamente.
Vedeva, scopriva, annotava, spesso si scandalizzava per la miseria materiale e morale dell’essere umano, per le condizioni dei lavoratori della prima fioritura industriale, anche per l’arroganza del potere e infine per la pena di morte
avendo assistito a Parigi a un’esecuzione pubblica con la ghigliottina. In Russia, lo stato miserevole dei contadini lo avviliva. I mugiki vivevano in modo primitivo, intollerabile per chi, come lui, era nato nel privilegio e nell’abbondanza. Esempio isolato di aristocratico che credeva nell’uguaglianza, cercava di correggere le ingiustizie, ma la gente del popolo non era abituata e lo guardava con sospetto. Nella tenuta di Jasnaja Poljana, aprì una scuola per i figli dei contadini, impegnandosi direttamente.
Il matrimonio risale al 1862, dopo un brevissimo fidanzamento. La crescita di una grande famiglia e la tranquillità domestica iniziale favorirono la creazione di un’opera di vastissimo respiro. Guerra e pace nacque in quegli anni, dal 1863 al 1869, capolavoro seguito da Anna Karenina, tra il 1873 e il 1877, il più potente ritratto di un’eroina femminile che sia mai stato scritto. Chi lascia quelle opere, in verità non è mai morto, conclude Trifirò.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il gigante in fuga. Lev Tolstoj alla stazione di Astàpovo
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