- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2020
Condannate, perchè innocenti. A Parigi, nel luglio 1794, le monache di Compiègne vennero ghigliottinate per confondere la coscienze del popolo e consegnargli un nemico da odiare e punire. Massimo Trifirò lo fa rivelare esplicitamente da un suo personaggio scolpito nel marmo, nel romanzo Le necessità del bene. Un episodio della Rivoluzione francese, edito da Nepturanus (ottobre 2020, collana “Il Nome della Prosa”, 48 pagine). È il testo di certo più breve dello scrittore di Lecco che mi sia capitato di leggere, uno dei suoi sempre interessanti lavori storici, ispirato da situazioni attuali e caratterizzato da una riflessione sul bene e sul male. Il radicalismo, il fanatismo ideologico, il cinismo della ragione di Stato, che seminarono sangue nella Francia rivoluzionaria di fine 1700, ritornano oggi nelle dittature politiche e ideologiche, nell’assolutismo, nel millenarismo pianeticida di autocrati, dittatori, regimi teocratici, Stati canaglia e movimenti fondamentalisti.
La storia si ripete, è ciclica, e quindi potrebbe riproporre - se non sta già succedendo - l’equivoco tra il bene e il male che fece scorrere il sangue a fiumi in Francia dopo la presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789 e soprattutto nel periodo del Terrore (settembre 1793-luglio 1794), esasperato dall’estremismo cruento dell’area giacobina che controllava il Comitato di salute pubblica.
Era un organismo creato nel 1793 per sorvegliare l’attività del Consiglio esecutivo, ma venne reso da Robespierre e compagni il vero organo di governo della Francia rivoluzionaria, con poteri assoluti. Poco prima, era stato creato il Tribunale speciale rivoluzionario, che giudicava con riti sommari e senza appello i sospettati di tradimento o cospirazione contro la Repubblica. Processi male istruiti, fulminei, con poche garanzie legali per gli accusati, si concludevano con la condanna alla morte per ghigliottina. Tra mille eccessi, svolse appieno e senza pietà il compito di mantenere il controllo su cittadini e cittadine ed eliminare ogni sacca di dissenso.
Pubblico accusatore del Tribunale speciale era il quarantottenne Antoine Quentin Fouquier-Tinville (dopo udienze di dieci minuti, condannò alla decapitazione non meno di tremila persone, in neanche un anno e mezzo). Non è altri che il gelido e spietato inquisitore, impegnato a illustrare alla priora delle Carmelitane il perchè del sacrificio che le altre consorelle stanno già subendo, una dopo l’altra, sotto la lama inclinata. Nessuno ha mai sospettato che le sedici religiose del monastero in Picardia fossero responsabili di qualcosa “di reale, né tanto meno di grave”. Anzi, avrebbero meritato il rispetto dovuto a chi si è consacrata a una vita esemplare di preghiera.
Ma i tempi sono mutati, reverenda. In meglio per noi. In peggio per voi. E allora i Robespierre o i piccoli ma determinati Fouquier-Tinville si vedono costretti a cavalcare gli avvenimenti. Uno scarso manipolo religiose non può davvero mostrarsi pericoloso per la Nazione. Però, forzatamente dobbiamo fingere che sia così, senza dubbi o pentimenti.
Tutto per impadronirsi del potere e tenerlo ben stretto, recidendo oltre alle teste degli avversari ideologici anche il loro potenziale ascendente sulla gente.
Il contesto giuridico sommario in cui avvenivano i fatti era governato da feroci norme straordinarie: la Legge dei Sospetti, promulgata il 17 settembre 1793. Al proposito, Trifirò chiosa una frase attribuita a Danton: “Dobbiamo essere terribili, se vogliamo impedire al popolo di esserlo”, in pratica la spiegazione del regime del Terrore.
La norma elencava con pignoleria tutte le categorie sanzionabili, salvo considerare che alla prova dei fatti chiunque avrebbe potuto esservi compreso, per qualsiasi pensiero espresso, per le premesse dell’opinione, per le implicazioni derivanti, per tutto quello che un magistrato vi potesse sospettare, a suo giudizio insindacabile. Veniva “repressa la facoltà di ragionamento in se stessa”. Si considerava un crimine fare discorsi strani (senza specificare quali fossero); parlare delle avversità della Repubblica; tacere sui supposti delitti dei monarchici; frequentare i nobili (non più tanti); non difendere la libertà.
L’autore non si limita al dialogo tra il magistrato e la religiosa, ma ricostruisce fasi del periodo rivoluzionario, sale sul palco della ghigliottina accanto al re condannato (e non risparmia un particolare agghiacciante dell’esecuzione). Ma il cuore del romanzo è quel confronto a due, quasi un monologo dell’accusatore, che si dichiara vincitore. Aggiunge che una volta cancellati dissidenti, oppositori, controrivoluzionari e non allineati (un progetto che non ha un’epoca, vale anche per l’attuale), con la scomparsa di elementi pensanti forse non ci sarà più bisogno del terrore e di una legge dei sospetti.
A quel punto il popolo sarà completamente domato. Fin dentro la testa e nel cuore.
Due gendarmi prelevano di forza Madre Therese di Sant’Agostino, che lascia fare, ma giunta sulla soglia pronuncia una frase profetica: i vincitori molto presto saranno divorati dalla loro stessa vittoria, perché gli Dei della Ragione sono demoni spietati che si cibano della carne dei loro figli. Trifirò aggiunge:
Quando tutto questo inevitabilmente avverrà, nel deserto nel quale avrete ridotto il mondo tornerà allora a spirare inarrestabile il soffio vitale del Dio autentico.
È il 17 luglio 1794, Antoine Quentin Fouquier finirà sotto la lama della ghigliottina meno di dieci mesi avanti. Restano invece soltanto undici giorni a Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, l’Incorruttibile, il Tribuno della Rivoluzione, l’Avvocato dell’Idea.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le necessità del bene. Un episodio della Rivoluzione francese
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