- Autore: Georgi Gospodinov
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Voland
- Anno di pubblicazione: 2025
Di cosa parliamo quando parliamo della morte? Della vita ovviamente, di tutta la sua incantevole fugacità.
Questo si chiede e così si risponde, a meno di dieci pagine dall’inizio, Georgi Gospodinov nel suo nuovo libro Il giardiniere e la morte, in libreria da pochi giorni per Voland nella traduzione di Giuseppe Dell’Agata. Dopo i romanzi, i racconti e le poesie, con i quali il romanziere bulgaro si è imposto come uno dei più amati autori contemporanei nonché fra le più coinvolgenti voci affabulatorie dell’Europa (vincitore tra l’altro del Premio Strega europeo e dell’International Booker Prize), in queste pagine la sua penna si ripiega verso la più personale intimità, penetrando nel dolore della perdita e nelle sofferenze del lutto.
Il giardiniere del titolo è infatti il padre di Gospodinov, uomo estremamente alto e provato dagli incidenti della vita che, finché gli attacchi infidi della malattia glielo hanno permesso, si è preso cura del proprio giardino dietro casa, lontano dalla capitale, fra fiori e alberi da frutto, osservatore attento e tutto traboccante cura delle meraviglie floreali che, seguendo il mutare delle stagioni, sanno insegnare e mostrare il lento lavorio del bocciolo che si tramuta in petali. Ed è proprio dalla morte, il secondo elemento nel binomio del titolo, che la narrazione prende avvio; quando le prime frasi dell’incipit si concludono, infatti, il lettore sa già che
Mio padre era giardiniere. Ora è giardino.
Ma chi conosce l’autore di Cronorifugio sa già bene come tipico della narrazione dello scrittore sia lo stravolgimento della linearità temporale, l’ondeggiare perenne fra passato, presente e futuro, alla ricerca di elementi che, come la malinconia o i ricordi, mandino all’aria questa suddivisione per tessere legami solidi e invisibili fra un ipotetico prima e un altrettanto ipotetico dopo. Così, se il cuore pulsante dei primi capitoli è l’adesso della malattia, carica di diagnosi e sofferenze, a Gospodinov bastano una mezza frase del padre, un rimorso, l’inganno della colpa nel sentirsi impotenti o in ritardo sulla vita del genitore, un conto alla rovescia destinato a esaurirsi prima del nuovo arrivo della primavera per far scattare la grande indagine sul tempo dell’esistenza umana. Eppure, benché sia sempre stupefacente la sua arte narrativa, rispetto ai capolavori precedenti Il giardiniere e la morte sembra abbandonarsi un po’ all’incapacità di gestire questi piani temporali, nella consapevolezza che
Raccontare una morte non è più facile che viverla.
Quella della scomparsa del padre è una tematica centrale nella narrativa occidentale e questo libro non si sottrae alle sue immagini tipiche. Sono tanti i quesiti e i tentativi di risposta che si fanno avanti fra queste pagine. Il padre è sì giardiniere, ma è al contempo archivista, motore di scrittura, centro della cura e della difesa nella crescita, paroliere, mito, individuo singolo e della comunità, corpo; in lui e nella sua esistenza si racchiudono quella del figlio e quella del paese, la Bulgaria, come se le sue membra si trovassero a metà strada fra la piccola storia e quella con la S maiuscola. Pertanto, ai ricordi personali, riassunti in oggetti e viaggi, si alternano anche fotografie del regime comunista, dall’infanzia del padre alla sua vita adulta, quando i sogni di quest’ultimo si son dovuti scontrare via via con gli obblighi e i divieti del secolo passato.
Fra le pagine de Il giardiniere e la morte, lo strazio di fronte al dolore del corpo e al lutto lasciano così spazio alla vita e Georgi Gospodinov, con un’intensità incredibile che ci spinge costantemente alla commozione, si rende conto delle due grandi eredità che il padre gli ha lasciato: la prima è, ovviamente, la scrittura e la seconda è proprio il giardino. Quel quadrato magico e rigoglioso, di cui l’autore fatica a comprendere i meccanismi ora che la figura paterna è scomparsa e che rischia di essere invaso dall’erba incolta, mostra infatti tutta la potenza della “botanica della malinconia” e detta le semplici regole di una complessa metafisica floreale.
Tutte le piante, che noi riteniamo una fase primitiva dell’evoluzione, in realtà conoscono un prodigio in più, possiedono un superpotere in più rispetto a noi. Sanno come morire, in modo da tornare in vita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il giardiniere e la morte
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