I quaranta giorni del Mussa Dagh
- Autore: Franz Werfel
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Corbaccio
Il romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel (Corbaccio, 2013, trad. di Cristina Baseggio) venne pubblicato nel 1933, e lo scrittore austriaco di origini ebree si affermò con questa opera. Si tratta di un romanzo storico.
La vicenda si svolge nell’impero ottomano nel 1915, dove convivevano molte popolazioni, in gran parte mussulmane, arabe o turche, ma anche cristiane, come gli armeni. Negli anni che precedono la Prima Guerra mondiale, l’impero ottomano stava cercando di modernizzarsi con l’aiuto di militari e imprese tedesche; si progettava fra l’altro la ferrovia Istanbul Baghdad. Sembra che molti armeni svolgessero a Istanbul dei compiti amministrativi importanti e l’amministrazione tedesca voleva sostituirli. Nel 1915 i turchi, che si dedicavano prevalentemente alle attività militari, in questo progetto di modernizzazione del paese, con al governo i giovani turchi, un partito fortemente nazionalista, mettono in atto uno sterminio degli armeni.
Vicino Antiochia, ai piedi di una montagna chiamata Mussa Dagh, la montagna di Mose, vivono in sette villaggi migliaia di armeni che cercano di informarsi di quanto avviene, e capiscono che andranno anche loro incontro allo sterminio. Grazie alla presenza di uomini che avevano fatto il militare e avevano dimestichezza con le armi decidono di rifugiarsi in montagna e difendersi. I turchi arrivano e si trovano di fronte una resistenza accanita e organizzata che li coglie di sorpresa; dopo 40 giorni di resistenza. scendono sulla costa dove pensano che ormai sia finita. Vengono avvistati e salvati da un incrociatore francese che aveva il compito, insieme ad altre navi, di fare un blocco navale. La notizia si diffonde in tutta Europa, sconvolta dalla Prima Guerra mondiale ma totalmente ignara del genocidio. I combattimenti nel romanzo, anche quando condotti da civili non professionisti, assumono per molte pagine dei toni epici. Gli armeni, prima dell’arrivo dei turchi, costruiscono un abile sistema difensivo con tre ordini di trincee, come si combatteva allora.
Grande e travolgente romanzo, I quaranta giorni del Mussa Dagh narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso l’inizio del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, quando iniziarono a scarseggiare i viveri e le munizioni, sarebbero stati certamente sconfitti se non fossero riusciti a segnalare la loro posizione a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in una comunità improvvisata tenuta insieme da un’appartenenza allo stesso popolo, si ripete in piccolo la storia dell’umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell’afflato religioso che permea la vita dell’universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che dà un senso anche al male con una lungimirante, suprema ragione di bene. Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest’opera fondamento dell’epica moderna.
Pubblicata nel 1933, I quaranta giorni dl Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa. Anni dopo Werfel, in fuga dai nazisti, trovò rifugio a Lourdes, prima di partire per le Americhe. A seguito di questa permanenza scrisse La canzone di Bernadette. Ha scritto Werfel:
Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita.
I quaranta giorni del Mussa Dagh
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