“La storia, vera, di una donna realmente vissuta”. Con queste parole prende avvio Firdaus. Donna al punto zero, volume pubblicato da Giunti nel 2026 con la traduzione e introduzione di Silvia Federici, un romanzo breve e potente della militante, femminista e intellettuale egiziana Nawal al Sa’dawi (1931-2021), figura di spicco della lotta per i diritti civili del mondo arabo. E tutte le tematiche centrali della sua produzione sono presenti in queste pagine; prendendo in prestito i termini utilizzati dalla traduttrice nella sopracitata introduzione, in Firdaus si mescolano la “lotta per liberarsi dalle soffocanti restrizioni e dai soprusi a cui una società e cultura patriarcale sottomette le donne” e “la denuncia all’ipocrisia e alla corruzione”, “la critica […] alla politica economica e sociale dei paesi arabi” e “le politiche antidemocratiche”, fino al “compromesso [dei paesi arabi] con il capitalismo internazionale”.
Non solo una storia vera, ma la parentesi di esistenza di una donna che al Sa’dawi ha incrociato davvero. “La incontrai, alcuni anni fa”, scrive l’autrice, “nella prigione di Qanatir, mentre svolgevo una ricerca su varie donne, accusate o condannate per crimini vari”; in quella stessa prigione, poi, al Sa’dawi verrà imprigionata anni dopo, insieme a un migliaio di altri intellettuali, per una lunga serie di colpe contro la società misogina e patriarcale egiziana.
Ero ben lontana dal pensare che un giorno, in seguito al decreto Sadat del 5 settembre 1981, avrei dovuto varcare quei cancelli non come psichiatra ma come detenuta, insieme ad altre 1035 persone. In quel mattino di ottobre del 1974 non pensavo certo di finire prigioniera dietro quelle mura, alte, nude e tetre.
Nell’asfissia di desolazione delle celle, fra i volti spenti delle detenute, Paradiso (questa la traduzione del nome Firdaus) si erge come un unicum incomprensibile; finita dietro le sbarre per omicidio e comportamenti contro la morale, la donna si è infatti rifiutata di chiedere la grazia al presidente egiziano e attende il momento della condanna a morte senza ricevere visite e rifiutando qualsiasi colloquio. Inizialmente anche i tentativi di approccio di al Sa’dawi risultano infruttuosi; più e più volte torna alla prigione sotto l’influsso di una chiamata bruciante, e sarà soltanto alla vigilia della pena capitale, quando le speranze di incontrarla si erano assottigliate fino allo zero, che Firdaus le accorda un incontro. La riceve così nella sua cella, figura imperiale e gigantesca nella sua fissità, e dopo aver fatto segno all’autrice di prendere posto per terra le riversa addosso il fiume di parole della sua vita.
Lasciami parlare, non interrompere. Non ho tempo per darti ascolto. Mi vengono a prendere, questa sera, alle sei. Domani mattina non ci sarò più. Sarò in un luogo che nessuno conosce. Questo viaggio, in un luogo a tutti sconosciuto, sulla terra, mi riempie d’orgoglio.
Firdaus racconta le mille tappe della sua esistenza, ponendo l’accento sui soprusi che la sua condizione di donna e povera le ha sempre gettato addosso. Dall’infanzia con il padre e la matrigna alla casa dello zio, dall’appartamento alquanto abbiente che può permettersi come prostituta alla stanzetta minuscola e asfissiante che si può a malapena concedere con lo stipendio da impiegata, l’esistenza della donna assume le sembianze di un vortice che sembra sempre ritornare a uno stesso ritornello: la fuga e la ricaduta. Molte scene, infatti, si ripetono a intervalli regolari, e protagonisti sono sempre gli uomini; la figura maschile, sia essa padre, parente, capo, cliente o uomo sconosciuto che incrocia i propri passi con quelli di Firdaus, schiaccia quest’ultima, fisicamente e moralmente, dettando il ritmo di uno schema che la tiene prigioniera. Ma anche le donne, fatta eccezione per alcune, partecipano all’incatenamento; sottomesse, perpetuano la sottomissione a loro volta, sfruttando con ostinazione chi è più debole e bisognosa di loro.
Eppure da questo martellante svilimento, cui partecipa anche il più nobile e apparentemente liberatorio sentimento, quello dell’unione amorosa, Firdaus apprende e, testimoniando, ci interpella. Nel suo resoconto sono infatti presenti quelle che Silvia Federici definisce “epifanie”, ovvero “momenti in cui la verità nascosta viene rivelata”. I canonici, in Occidente, elementi della stanza tutta per sé e del corrispettivo denaro che si possiede vengono traslati nel percorso di questa giovane donna egiziana, che impara ugualmente tanto dal fatto di ottenerli quanto dalla disgrazia di perderli, fino alla liberazione di poter letteralmente distruggerli.
Ritornai sui soldi che avevo in mano, e con furia raddoppiata strappai le banconote che mi rimanevano in pezzetti più piccoli. Era come se stessi distruggendo tutti i soldi che avevo mai avuto, la piastra di mio padre, le piastre di mio zio, tutte le piastre che avevo mai conosciuto, ed era come se, allo stesso tempo, stessi distruggendo tutti gli uomini che avevo mai conosciuto, in fila, uno dopo l’altro: mio zio, mio marito, mio padre […], come se dovessi farli tutti a pezzi, uno dopo l’altro, liberandomi di loro una volta per tutte, rimuovendo tutte le tracce che le loro piastre avevano lasciato sulle mie dita, strappando la carne stessa dalle mie dita, perché non vi rimanesse nient’altro che l’osso, per assicurarmi che non ci restasse neppure una sola traccia.
Così Nawal al Sa’dawi ci mostra le coordinate della lotta intersezionale, dove le differenti manifestazioni del potere si insinuano fra i generi e le disuguaglianze; e raccontandoci la storia di Firdaus ci mostra come prenderne coscienza. Il resoconto della donna si basa infatti sui sensi: udito, tatto e vista, ovvero i principali elementi con i quali entriamo in contatto col mondo, compartecipano alla comprensione. Sono soprattutto gli occhi ad avere il primato di questo ruolo; le pagine di Firdaus li chiamano in causa costantemente. Gli uomini sono anzitutto uno sguardo che si posa sul corpo, le donne sono occhi che possono salvare, le lacrime sono abbondanti e gli sconosciuti, pericolosi e onnipresenti agli angoli bui della città durante la notte, non sono nient’altro che il bagliore di una pupilla nera incorniciata nel biancore bruciante del cerchio concentrico che la include. Ci sono poi gli sguardi che sfuggono, che ruotano per non vedere, che si abbassano. I moti del bulbo oculare sono movimenti fondamentali dell’emancipazione, sembra gridarci addosso quest’opera.
La consapevolezza di Firdaus è esemplare. Bisogna attraversare tutta la sua storia per capirne la portata e per comprendere, infine, da quale forza interiore, da quale osservazione globale della società scaturisca il coraggio con la quale si erge nell’umidità della cella. Da dove provenga quel potere, non c’è altro termine per definire la cosa, con il quale può affermare, nelle pagine finali:
Quello che chiami il mio crimine non era un crimine. […] E preferisco morire per un crimine commesso da me, piuttosto che morire per un crimine commesso da voi.
- Autore: Nawal Al-Sa’dawi - Nawal Al-Sa’dawi
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Firdaus. Donna al punto zero
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