- Autore: J. Wolfgang Goethe - J. W. Goeth
- Genere: Classici
- Categoria: Narrativa Straniera
E l’idea che percorre, come un basso continuo, tutto il Wilhelm Meister, un romanzo intellettuale e appunto perciò superiore a tutti gli altri...
(Arthur Schopenhauer, “Aforismi sulla saggezza del vivere”)
Lo spirito di Goethe si è diffuso in intere generazioni di pensatori, dal "poeta dei poeti" Hölderlin a Hegel. In Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister affiora un’anima classica e apollinea, distaccata dalla rivoluzione romantica di cui egli stesso era iniziatore con il Werther. Ciò darà modo a Novalis e altri esponenti della corrente di criticare il romanzo, definendolo una "parodia dell’arte poetica".
Il Meister, capostipite del bildungsroman (romanzo di formazione), è un’opera suddivisa in otto libri che vide la luce nel biennio 1795-1796. Si colloca dunque al tramonto del XVIII secolo, un periodo che, come i più eminenti geni affermano, rappresenta l’ultimo tentativo di unità spirituale e culturale. Wilhelm, giovane tormentato dal tumulto della passione teatrale, abbandona l’attività mercantile del padre. Nel suo scompaginato cammino si avvicendano riflessioni sul fato, sventure e passioni improvvise. Dalle compagnie girovaghe ai palazzi nobiliari, ogni elemento tornerà ciclicamente. Personaggi come la giovane Mignon e il misterioso arpista, o vitali e frivole come l’attrice Philine, concorreranno all’evoluzione del protagonista: un processo di autocoscienza scandito da contraddizioni.
Nell’opera si dischiude la ricchezza dell’umanità riassunta in una frase del II libro:
Quell’uomo ha solo il falso aspetto di una persona conosciuta, perché sembra un essere umano e non Tizio e Caio.
Tutt’intorno si compone un intricato tessuto carico di armonia. Niente è confinato in una sola rappresentazione, e il genio di Weimar mette in luce ogni prospettiva della mente umana. Non senza ragione qui si nomina l’opera shakespeariana: la psicologia per eccellenza, considerata "elemento della costruzione formativa dell’io". La candida innocenza di Amleto, scossa dalla morte del padre, si intreccia col destino di Wilhelm, prostrato dai doveri borghesi. E Goethe accentua questi tratti nei bivi esistenziali dell’uomo moderno, nelle messe in scena teatrali e nelle sfumature più intime del protagonista. Così, la misoginia del cupo Laertes diviene un tratto essenziale: un omaggio al personaggio shakespeariano (Laerte), rinfocolato, a mio giudizio, dalla perdita di una Ofelia interiore. La sua parte femminile, morta, inaridisce il sentimento verso le donne, ormai vuoto.
Per Goethe, in particolar modo in questo romanzo, spirito e materia non sono elementi separati, ma espressioni di un’unica forma. L’uomo, nel preservare un’autentica sensibilità, procede nella realtà senza rigettare la propria arte. Non deve isolarsi nell’idealità e nella passione. Il susseguirsi della narrazione poetica con quella prosaica è il carattere mutevole del libro. Niente è cristallizzato, proprio come la coscienza di Wilhelm. Una costruzione di parole diventa un eterno paesaggio al crepuscolo, che figura il cammino spirituale ormai lontano del protagonista. Le descrizioni dell’animo umano, il baratro dell’esistenza, la delusione delle aspirazioni e le gioie della fanciullezza imprimono al testo un movimento inesauribile.
Leggendo quest’opera si realizza di non poterla possedere del tutto, perché il Wilhelm Meister è una macchina universale: si rinnova e non perde la sua unicità. Non si ammaestra ma si accoglie, con amore e gratitudine, senza pretese, e ti arricchisce nel profondo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister
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