Quando pensiamo a Goethe, la mente corre alla solennità del Faust o a I dolori del giovane Werther. Eppure il poeta di Weimar coltivava un’anima più oscura, affascinata dal folklore, dagli spettri e dal perturbante. La danza dei morti (Der Totentanz), composta nel 1813 e stampata nel 1815, è il suo esperimento più ritmato, visivo e beffardo in questo campo, perfetta lettura nella notte di Halloween.
Il testo è inserito in alcune raccolte di opere di Goethe, ma si può leggere integralmente online in un’edizione storica digitalizzata su Google Libri: la raccolta La fidanzata di Corinto, Il Folletto e la danza de’ Morti, stampata a Milano dalla Tipografia di Felice Rusconi nel 1824, nella traduzione ottocentesca firmata dal misterioso A.B.
Nella notte di Halloween che ci attende, lasciamo da parte le storie di paura convenzionali e analizziamo questa meravigliosa ballata dove la trama e lo stile si fondono verso dopo verso, e il brivido corre a tempo di musica.
La danza dei morti di Goethe: testo e analisi
La notte di Halloween è quella in cui, si dice, il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia. La morte torna a farci visita, invade le strade nebbiose e fredde di ottobre, le tombe si risvegliano e gli scheletri diventano il simbolo per eccellenza della festa. Ma chi li ha messi lì, e da quanto tempo ballano?
La risposta ci porta indietro di secoli. Tra il 1424 e il 1425, sotto il portico del cimitero parigino degli Innocenti, un pittore rimasto anonimo dipinse un lungo corteo di scheletri che prendevano per mano i vivi e li trascinavano a ballare. Nessuno veniva risparmiato e nessuno poteva rifiutare l’invito. Era la danza macabra e nel tardo Medioevo ebbe un solo significato: ricordare all’uomo che doveva morire. C’era ben poco da ridere.
Poi, secoli dopo, un poeta riprende quel corteo e gli toglie la predica. I suoi scheletri non vogliono insegnare niente a nessuno: escono dalle tombe a mezzanotte, si sfilano i sudari e ballano per puro piacere. Quel poeta è Goethe e la ballata è La danza dei morti.
Il componimento si apre senza preamboli, catapultando il lettore direttamente nel cimitero attraverso gli occhi del sagrista, nell’originale tedesco il Türmer, il guardiano della torre campanaria. È la mezzanotte a dare il via al prodigio:
La notte che poggia a metà del suo impero,
La luna che brilla, che splende
Contempla il Sagrista, e sovr’ al cimitero
Dall’alto lo sguardo protende.
Le tombe si schiudono e ne escono uomini e donne in vesti di lino. I morti del poeta tedesco non hanno una forma evanescente: sono fisici, scarni e rumorosi. E c’è un dettaglio quasi comico: il lino con cui sono stati sepolti li intralcia nei movimenti, così si spogliano e gettano i sudari sul prato, per ballare più liberi.
Goethe non vuole semplicemente spaventare il lettore, adotta un registro di ironia grottesca. Il terrore della morte viene esorcizzato attraverso le immagini delle ossa che scricchiolano e tintinnano a tempo di musica invisibile, gli scheletri appaiono quasi buffi in questa sarabanda notturna.
Ripiegano e snodan gli stinchi e i ginocchi
Con strani ridicoli gesti:
E suonan quai tasti di legno ritocchi
Gli scheltri al ravvolgersi presti.
A spezzare questa macabra commedia interviene il sagrista, che preso dalla curiosità e spinto dal demonio in persona, scende nel cimitero. Vede una veste isolata nel prato, si allunga e la ruba, correndo a rifugiarsi dentro il campanile.
Ma nelle sue orecchie susurra il maligno:
Va, prendi, rapisci una veste.
Poco a poco la danza si spegne. Gli scheletri si disperdono uno dopo l’altro, in cerca dei propri sudari, e rientrano nelle tombe. Ma uno resta indietro: il proprietario del lenzuolo rubato. Il ritmo concitato della danza si trasforma così nel ritmo sincopato e ansioso di un inseguimento. Lo scheletro rimasto bloccato nel mondo dei vivi per via del furto, arrabbiato dà la caccia al ladro.
Prova ad aprire la porta della chiesa che però lo respinge, perché è ornata di croci metalliche. Allora l’inseguitore si attacca alle pareti, aggrappandosi con le unghie ai merli, come un ragno d’ossa. I versi serrati sembrano scandire lo scatto delle dita ossute che si aggrappano alla pietra.
Il sagrista è intrappolato in alto, terrorizzato mentre vede lo scheletro avvicinarsi. C’è assoluta tensione, che viene risolta dal colpo di scena finale, nell’istante in cui lo scheletro sta per afferrare il ladro. Mentre l’uomo trema di paura e il morto allunga le grinfie, interviene il tempo a salvare la vita al vivo. Il lembo del lenzuolo si impiglia a un uncino, la luna si offusca, la campana risuona. La magia della notte svanisce e lo scheletro precipita dalla torre, frantumandosi al suolo.
La luna si offusca, il suo raggio allontana;
Risuona con fioco dan dan la campana,
E piomba, sfracassa lo scheltro.
Nell’originale tedesco il rintocco è quello dell’una, l’ora che chiude il tempo concesso ai morti; nella traduzione ottocentesca di A.B. resta solo il suono della campana. L’effetto è lo stesso, l’ora dei morti è passata e la magia della notte è svanita.
La danza dei morti, da Goethe all’immaginario pop
Nell’Ottocento a riprendere gli stessi motivi di Goethe è il poeta Henri Cazalis, sotto lo pseudonimo di Jean Lahor, scrive un componimento in versi in cui la Morte, a mezzanotte, suona il violino e fa ballare gli scheletri avvolti nei loro lunghi sudari. Su quei versi Camille Saint-Saëns compone nel 1874 il poema sinfonico Danse macabre (op. 40), eseguito per la prima volta a Parigi nel 1875. Lì lo xilofono imita il tintinnio delle ossa, il violino solista ha la corda più acuta scordata di un semitono, e la danza si interrompe di colpo quando l’oboe imita il canto del gallo che annuncia l’alba. Come il rintocco in Goethe, anche qui è un suono a rimandare i morti nelle tombe.
Questa potente iconografia ha poi contagiato la cultura pop moderna, gettando le basi per il cinema d’animazione. Infatti, è praticamente impossibile leggere questa ballata senza visualizzare l’esatto spartito visivo di The Skeleton Dance (1929), storico corto in bianco e nero di Walt Disney, dove quattro scheletri escono dalle tombe a mezzanotte e ballano una bizzarra coreografia.
Allo stesso modo, l’intuizione di Goethe di muoversi, in questa poesia, tra il macabro e il divertente è la stessa che ha permesso a Tim Burton di creare film d’animazione per tutta la famiglia come Nightmare Before Christmas (1993) o La sposa cadavere (2005).
Resta il ballo dal quale siamo partiti. Scheletri affrescati nel medioevo che ci prendevano per mano per ricordarci che tutto ha una fine. Quelli di Goethe non ci vogliono ricordare nulla: tornano per ballare, nella loro notte, e l’unico a disturbarli è un vivo un po’ troppo avido. Forse la lezione è questa: la morte fa meno paura quando viene presa con ironia e ci si balla su.
Se in queste spettrali notti di ottobre vi capiterà di passare davanti a un cimitero a mezzanotte, tendete l’orecchio. Se sentite tintinnare, non scappate: potrebbe esserci in corso una festa.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La danza dei morti”: la ballata di Goethe perfetta per la notte di Halloween
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