Ospitare l’altro, l’ignoto che bussa all’uscio della nostra casa (non solo il luogo domestico, ma l’oikos, nella sua accezione più ampia) è un tema di grande attualità, le cui radici sono antiche e che ritroviamo nella narrazione dei miti.
Come rileggere oggi Ecale di Callimaco (300 a.C. 240 a.C) e Filemone e Bauci di Ovidio (43 a.C. - 18 d.C.), testi e archetipi sull’ospitalità, a fronte delle grandi migrazioni che stanno caratterizzando il Terzo Millennio e che mettono in discussione i temi dell’accoglienza? A maggior ragione quando l’altro è “uno dei tanti” e non Teseo, l’eroe che si accinge a uccidere il toro di Maratona, o gli dei Giove e Mercurio, sotto le spoglie di viandanti che bussano all’uscio di Filemone e Bauci.
Per inciso il viandante è una figura che sta sulla soglia, è l’altro che può portare un dono piuttosto che una minaccia. O la loro presenza può essere il presagio di un’imminente rovina, come lo è la figura tragica di Edipo.
I due miti rappresentano due modelli diversi di ospitalità: Ecale più eroico e arcaico, l’altro più domestico, morale e coniugale. La mitologia, parola abusata e il cui significato è stato banalizzato dalla fretta interpretativa insita nelle narrazioni spicciole sulla Rete digitale, potrebbe aiutarci a comprendere i nostri timori, tra cui la percezione di essere aggrediti e derubati da chi si presenta sul nostro uscio senza alcun invito o, piuttosto, ad acconciare il nostro animo verso l’accoglienza.
I due testi dell’antichità sono poco conosciuti al grande pubblico di oggi, nonostante Letteratura, Teatro, Cinema e le altre arti, oltre alle discipline delle scienze umane, se ne siano occupati pubblicando opere, studi e saggi sull’argomento. Come il libro della studiosa di mitologia classica Donatella Puliga Ospitare dio. Il mito di Filemone e Bauci tra Ovidio e noi (Il melangolo, 2009), che percorre il cammino del mito fino ai giorni nostri, accompagnando il lettore a riscoprirlo nella sua dimensione metamorfica.
Lo straniero, altro da noi
Il tema dell’ospitalità dello straniero è all’ordine delle politiche di accoglienza o di respingimento dei governi nazionali. Il problema delle migrazioni contemporanee verso Paesi ricchi e democratici, spesso causate da crisi economiche, guerre, sistemi autoritari e gravi cambiamenti climatici, ha aumentato il controllo e la difesa dei confini e ha reso più difficile l’accesso all’asilo per i migranti, anche in condizione di grave fragilità.
A ciò si aggiungono i pregiudizi nei confronti dello straniero, la cui simbologia ci restituisce una figura di alterità, un altro - diverso, differente - che spesso è percepito come minaccia. Un’entità che sta fuori di noi e che vuole entrare in noi, magari – e questa è la paura – corrompendo l’identità primigenia del modello dominante del noi, cioè le nostre tradizioni.
Ma quando lo straniero (xénos) si rivela essere un dio (theos)? Come è accaduto a Ecale, una vecchia donna che ospita Teseo nella sua capanna, o alla coppia di anziani sposi Filemone e Bauci che accolgono gli dei in cerca di riparo e di cibo, sotto le spoglie di viandanti, dopo essere stati respinti dagli altri abitanti del villaggio.
Le fonti di Ovidio
Possiedo tra i miei libri un’edizione de Le Metamorfosi pubblicata nel febbraio del 1946 da Carlo Signorelli editore in Milano, con una prefazione del traduttore e critico letterario francese Désiré Nisard (1806-1888) datata Parigi 1838, il quale, citando altri critici, commenta:
altri osserva la meravigliosa erudizione dimostrata da questo poema, ed hanno citato senza farne i nomi, circa quarantotto autori come le principali fonti a cui attinto Ovidio.
Pertanto Ovidio, uomo molto erudito, ha raccolto e rielaborato in lingua latina i miti della tradizione greca e di autori latini precedenti, tra cui Omero, Callimaco e Virgilio. Ovidio potrebbe aver anche tratto ispirazione pure dal grande lavoro di Igino (I sec. a.C. – I d.C.), il bibliotecario e mitografo romano autore dei Miti (Adelphi, 2000). Come fu senz’altro ispirato da Hekale, un poemetto epico (epillio) di Callimaco di Cirene, poeta e filologo greco (310 a.C.- 240 a.C.).
Secondo alcuni filologi lo stesso Callimaco a sua volta fu ispirato dall’attidografo (studioso delle cronache di Atene e dell’Attica) Filocoro (340 a.C. - 262 a.C). L’epillio di Callimaco, di cui abbiamo solo pochissimi frammenti e con grande fatica dei filologi è stato in parte ricostruito, narra dell’ospitalità ricevuta da Teseo quando, sorpreso da un temporale, viene accolto da una vecchia donna.
Una volta sul colle di Eretteo abitava una donna di Akte / e la onoravano tutti i viandanti / per l’ospitalità; teneva sempre schiuso il suo uscio.
che gli lava i piedi, lo rifocilla, gli racconta della sua vita
lo fece sedere sul lettuccio […] ma dimmi, in quale recipiente / devo versare l’acqua per lavarti i piedi
Teseo al mattino riprese il viaggio verso Maratona. Dopo aver domato il toro ritornò da Ecale per ringraziarla, ma la trovò morta. In suo onore, in cambio dell’ospitalità ricevuta, costruì un santuario dedicato a Zeus Ecaleo e istituì le feste ecalesie, dando il nome della donna sia al dio sia alla festa.
Questa di Ecale è la probabile fonte, magari trasmessa per via orale, a cui Ovidio si ispirò per il suo mito e dove molti sono i tratti in comune, tra cui la consacrazione agli dei, i culti e la costruzione di templi. Di entrambi i miti ne scrivono filologi e storici di grande caratura. A livello più accessibile – popolare – troviamo per esempio Guido Vital con Cantano i miti (Paravia, 1953), Robert Graves con I miti greci (Longanesi, 1955) e il più recente Dizionario illustrato di mitologia greca e romana (Crescere edizioni, 2022).
Il Mito di Filemone e Bauci
G. Vitali, nel suo dizionario, descrive così il mito di Filemone e Bauci narrato da Ovidio nel Libro VIII de Le Metamorfosi (vv. 618-724):
due coniugi della Frigia, che, ormai molto vecchi, vivevano lieti della loro povertà nella piccola capanna in cui si erano congiunti nei lontani anni giovanili,e ancora, come allora, si amavano. […] Or un giorno bussarono alla capanna e chiesero ospitalità, in aspetto umano, Zeus e Ermes, che erano respinti da tutte le altre case del villaggio. […] I due pii vecchi li accolsero e offrirono tutto quel poco che avevano […] I due Numi allora si svelarono e dissero che tutti gli abitanti del villaggio avrebbero avuto il meritato castigo; i due vecchi soli sarebbero stati immuni dal danno […] al cenno dei Numi ascesero con loro fin sulla cima di un alto colle, quando si volsero a guardare giù, videro tutte le case del villaggio scomparse sotto una gran palude; sola emergeva la loro capanna e questa si ingrandì trasformandosi in un tempio […] Invitati da Zeus a dire qual desiderio avessero […] Filemone disse che entrambi desideravano rimanere sacerdoti e custodi del tempio. […] Ciò fu loro concesso. E quando furono giunti al termine della loro vita […] furono mutati l’uno in una quercia e l’altra in tiglio.
Nel testo ovidiano quando Zeus consiglia i due vecchi con queste parole:
lasciate la vostra casa, seguite i nostri passi e salite sulla cima del colle.
Filemone e Bauci essi stessi diventano stranieri, sono sulla soglia tra umano e divino. Il villaggio è diventato una palude di morte, la loro capanna si è trasformata in un tempio. In questa esperienza ci sono il distacco, il viaggio, l’approdo, la nuova casa da accudire e da onorare. Inoltre, la loro trasformazione in alberi, con le radici ben piantate, offre pure l’immagine di una terra accogliente ed ospitale.
La trasformazione dei due vecchi in alberi è parte del senso della metamorfosi, ovvero del cambiamento che opera Ovidio sia sugli umani sia sulle divinità, trasformandoli ora in pietre, animali, vegetali, costellazioni. E qui possiamo riprendere il tema dell’ospitalità, in quanto nella forma di un nuovo essere, si riuniscono due nature diverse.
Scrive Donatella Puliga:
La quercia e il tiglio, i due alberi in cui vengono trasformati Filemone e Bauci, sono associati fin dai tempi remoti a valenze religiose o miracolose […] Il culto delle querce è stato molto diffuso in Europa […] si trattava di un albero oracolare: il dio si manifestava parlando per il tramite di una sacerdotessa […] il tiglio era considerato dagli antichi un albero medicinale di straordinarie virtù.
Ovidio descrive così la trasformazione:
Bauci vide Filemone e il vecchio Filemone vide Bauci rivestirsi di fronde. E mentre sopra il loro volto oramai freddo, spuntava la cima degli alberi, finché poterono, si scambiarono parole e dissero insieme: “Addio consorte!” e l’albero crebbe così da nascondere per sempre la faccia.
Qui, oltre il tema dell’ospitalità e della dedizione verso gli dei si celebra quello della fedeltà coniugale: sempre uniti nella vita, uniti nella trasformazione e uniti al momento della morte. La morte, si sa, è pure un viaggio nell’ignoto, verso un al di là sconosciuto, un approdo nella terra straniera dove, forse, qualcuno ci aspetta e ci accoglie. E una coppia di amanti fedeli desidera fare insieme quel viaggio per la ragione che l’amore, pur non eliminando l’’esperienza del morire, l’attraversa.
Così parla Filemone rivolto a Giove:
poiché vivemmo sempre concordi, la stessa ora metta fine ad ambedue; possa io non vedere mai il sepolcro della consorte, né essere da lei seppellito.
Scrive Donatella Puliga:
Il legame tra ospitalità e amore coniugale costituisce un elemento fondamentale del racconto […] Nell’amore, come nel gesto dell’accoglienza ospitale, c’è un passaggio da un sé a un altro da sé, un flusso che coinvolge comunque una realtà misteriosamente straniera, e che già per questo possiede i tratti del divino.
Negli ultimi versi del poemetto c’è la consacrazione di Filemone e Bauci:
Io stesso vidi pendere da quei rami corone votive e ne appesi anch’io delle fresche, esclamando: "I buoni sono cari agli Dei, e coloro che onorano sono onorati”.
Pertanto, saranno onorati e avranno corone votive le persone buone che accolgono le divinità nel segno antico dell’ospitalità verso gli dei, da theós (dio) e da xenia (l’atto di accogliere lo straniero con doni o allestendo un banchetto).
Scrive Donatella Puliga nel suo saggio, citando altri autori :
Esiste un’ospitalità della narrazione […] un topos letterario […] che si è affacciato in culture diverse, prendendovi variamente dimora. È il caso del racconto di Filemone e Bauci […] attraverso il quale il poeta di Sulmona conferisce ospitalità narrativa ad un topos di origine antichissima.
Da Ovidio in poi
Se, come abbiamo già rimarcato, le fonti del mito di Filemone e Bauci sono antiche e il sentimento dell’ospitalità dello straniero e della fedeltà coniugale lo troviamo già nelle opere omeriche, la storia narrata da Ovidio ha ispirato in ogni parte del mondo poeti, scrittori, pensatori, teologi, psichiatri, musicisti, artisti figurativi e cineasti, tra cui: Goethe, La Fontaine, Jonathan Swift, Joseph Haydn, Nikolaj Gogol, Charles Gounod, Ernst Jünger, C.G.Jung, Bramantino, Rubens e Rembrandt.
Ognuno di loro ha spesso rielaborato e riscritto il mito della tradizione greco-romana, soffermandosi su alcuni temi: la vecchiaia, l’ospitalità, l’amore coniugale.
Scrive un giovane André Gide nel suo breve saggio del 1891 Traité du Narcisse. Théorie du symbole:
Voi conoscete la storia. Tuttavia noi la diremo ancora. Tutto è già stato detto; ma, poiché nessuno ascolta, bisogna sempre ricominciare.
Gide sostiene che, nonostante i miti siano conosciuti e che tutto è già stato raccontato, è possibile ricominciare per far tendere le orecchie del lettore. Significa riscrivere il mito, dargli nuova vita. I miti nel tempo, pur mantenendo le proprie antiche radici, si trasformano, sono oggetto di cambiamento. Si metamorfizzano! Se le radici sono solide (ben conosciute), il fusto, i rami, le foglie e i frutti sono differenti, in particolare se sono coltivati in tempi e luoghi geografici diversi. Qui, forse, sta la forza e il radicamento del mito: per non scomparire, si trasforma, anche a costo di apparire completamente nuovo. La storia la conosciamo, ma noi la diremo ancora.
Per dirla come Ovidio, che nel Libro XV de Le Metamorfosi, ricalcando il pensiero del filosofo e matematico Pitagora (570 a.C. - 495 a.C.) scrive:
tutto si muta, nulla perisce: il soffio vitale va errando e di là viene qua, di qua va là […] E come molle cera riceve l’impronta di nuove figure, né rimane quale era, né conserva le medesime forme, e tuttavia essa rimane la medesima: così dico che l’anima è sempre la stessa, ma emigra in corpi diversi […] Tutto scorre, e ogni aspetto che le cose assumono si forma in modo instabile.
Il mito di Filemone e Bauci è come molle cera che riceve dalla penna di nuovi autori l’impronta di nuove figure. Non è stato solo rievocato o ricalcato, ma emigra, a volte diventa un testo satirico. Come fece nel 1709 lo scrittore inglese J. Swift con il breve racconto Sulla sempre lamentata perdita dei due tassi nella parrocchia di Chilthorne, dove nel finale Filemone e Bauci sono trasformati in alberi di tasso, di cui poi uno - Bauci - fu tagliato dal parroco per riparare un granaio. O, piuttosto, una vicenda malinconica e drammatica come quella descritta nel romanzo I proprietari terrieri del Vecchio Mondo, scritto nel 1835 da Nikolai Gogol.
O addirittura stravolgendolo, come fece Goethe nell’Atto Quinto del Faust Secondo.
Filemone e Bauci riscritti da Goethe
Questa volta la coppia di anziani sposi non è premiata e né onorata per aver un tempo ospitato un viandante - un naufrago, non un dio - ma viene uccisa, insieme al viandante, da tre bravacci su ordine di Mefistofele che interpreta il desiderio di Faust, ormai prossimo alla fine, di impossessarsi di quella vecchia proprietà - essa rappresenta il mondo antico e sacro - che ostacola i suoi progetti di modernità.
Dice Bauci di Faust, poco prima della tragedia:
è un uomo empio: a lui fan gola la nostra capanna ed il nostro bosco!
La loro povera casa non si trasforma in un tempio, come nel testo di Ovidio, ma viene incendiata.
Pochi versi che esprimono la malvagità e la violenza della tragedia. Così Mefistofele racconta a Faust l’episodio:
Bussammo all’uscio, picchiammo e non ci si apriva mai: demmo scossoni e continuammo a bussare e l’uscio di legno putrido cadde a terra. Gridammo forte e minacciammo assai, ma non ci si diede ascolto, e, come accade in tali casi, non sentirono o non vollero sentire! Ma noi non abbiamo indugiato e li abbiamo tolti di mezzo in breve tempo. La coppia non ha sofferto molto, cadde a terra per la paura. Uno straniero che si era nascosto là e voleva far resistenza, venne liquidato. Nel breve tempo della pugna selvaggia, la paglia s’incendiò a cagione dei carboni sparsi tutto intorno. Ora l’incendio divampa senza freno, un rogo per quei tre.
Se, ahimè, oggi un lettore o un giovane studente sono poco curiosi delle narrazioni dei miti, ho la certezza che Ecale, Filemone e Bauci continueranno il loro cammino, anche attraverso altre forme.
Puliga nel suo saggio Ospitare dio presenta i “cammini” del mito ovidiano in Italia, in Francia, in Spagna, nel mondo anglosassone, i Germania, in Russia e addirittura “tra le stelle” e tra il mondo dell’ornitologia:
attestazione significativa della fama acquisita dalla mitica oppia della Frigia […] è costituita dalla scelta di assegnare a un asteroide il nome di Baucis. […] Filemone è il nome assegnato a un genere di uccelli passeracei che vivono nelle foreste dell’Australia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Filemone e Bauci: un mito sull’ospitalità, da Ovidio a Goethe
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