- Autore: Arthur Schnitzler
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
Sigmund Freud lesse profondamente Arthur Schnitzler, uno scrittore, un drammaturgo e un medico austriaco, nato e vissuto fino al 1931 a Vienna, e che quindi non vide l’annessione dell’Austria alla Germania da parte di Hitler, avvenuta nel 1938. Uomo di grandi passioni: donnaiolo impenitente, si calmò dopo il matrimonio. Ha lasciato racconti lunghi e scritti di grande qualità. Nel 1913 scrisse Beate e suo figlio (Adelphi, trad. Magda Olivetti).
L’incipit racconta di una donna ancora molto attraente, che entra di soppiatto nella stanza del figlio, un diciassettenne molto bello che ancora dorme, coi libri dappertutto perché sta studiando anche in vacanza, in vista della maturità dell’anno successivo. La dimora è in un gruppo di case eleganti, nella campagna austriaca. Esce di soppiatto e le viene in mente suo marito, Ferdinand, che era un attore molto bravo, ma Beate lo ricorda per le sue parti in Amleto e nel re Riccardo; e suo figlio Hugo è bello quanto il padre, che morì improvvisamente in teatro, per una sincope.
Da poco tempo Beate non riesce a dare un bacio in fronte a Hugo, perché ormai si imbarazza. In un passaggio, Schnitzler scrive che Beate si trovava davanti alla villa della baronessa Fortunata, una donna di grande fascino, e da qui lo scrittore ammanta i suoi personaggi di una carica erotica che ci arriva tutta insieme, come se stessimo leggendo un altro libro. C’è una donna dal viso bianco, non abbronzato, che viene presentata a Beate a cui confessa che Ferdinand Heinold era il suo attore preferito, una sorta di venerazione. Intanto la baronessa fa sedere Beate, che resta abbagliata dallo charme della donna titolata, già truccata e con un rossetto sulle labbra di un rosso acceso. Sotto una lunga veste bianca, la baronessa è nuda. La donna parla dei successi teatrali con la sua amica, Beate sta in disparte, ma improvvisamente guarda la proprietaria della villa e, senza giri di parole, supplica Fortunata di lasciar stare suo figlio Hugo, così simile al padre, di tenersi lontana; perché sa che la donna ha o ha avuto diversi amanti. Schnitzler propone questa preghiera di non interferire col figlio, una mossa avventata perché per le donne come Fortunata non ci sono barriere morali e lo scrittore austriaco ci fa capire esattamente che il figlio avrà un’amante: la baronessa. La stessa che dice:
Veramente a pensarci bene, signora Heinold, mi convinco sempre di più, che sarebbe stato molto più saggio se lei fosse venuta da me con la preghiera opposta.
Se per così dire - e sorrise con gli occhi socchiusi - lei mi avesse caldamente raccomandato il suo figliolo.
Beate ha un gesto di rabbia, inammissibile tra persone di un certo rango.
E nella continuazione dell’opera tutto diventa opaco, sensuale, pericoloso e i lettori si ritroveranno in un luogo dove l’eros diviene preponderante nelle abitudini giornaliere. Anche per Beate. Lei stessa si accorge di non aver avuto rapporti intimi con nessuno, dopo la morte del marito, e i lettori rimarranno sorpresi dai cambiamenti radicali della sua vita, anche se il figlio, ormai grande e svezzato, resta la sua ossessione. Ecco perché Freud trovava illuminante questo breve romanzo, mentre scriveva del complesso di Edipo.
Molto spesso Schnitzler, veniva bacchettato dagli editori, per le sue continue digressioni sessuali. Nel frattempo noi lo troviamo meraviglioso.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Beate e suo figlio
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