- Autori: Viola Di Grado , Veronica Galletta - Anna Mallamo, , Bianca Fenizia e Giusi Arimatea
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Racconti al femminile di donne sole e coraggiose, della loro capacità di reagire con una profonda forza interiore nel sogno di una vita migliore. Cinque scrittrici (Anna Mallamo, giornalista e autrice; Viola Di Grado; orientalista e traduttrice; Veronica Galletta, ingegnera idraulica e scrittrice; Bianca Fenizia, autrice e collaboratrice nel mondo del cinema e della letteratura; Giusi Arimatea, giornalista, scrittrice e critico letterario) hanno saputo descrivere con intelligenza e sensibilità la vita in solitudine delle donne in una narrazione intensa ed emozionante, in una raccolta di storie che affronta il loro mondo invisibile, un terreno fertile in cui ridefinire i confini nella propria casa custode dell’identità intima, a volte reinventando il proprio destino, e il loro eroismo espresso da scelte radicali e silenziose, spesso devastanti.
In Atlante intimo (Apalòs Edizioni, 2026) leggeremo di Lucia, la Bampata, e del fuoco che abitava nella sua casa, nella sua cucina con le belle maioliche, le trecce di cipolle e la stufa: il suo regno. Portava sulla guancia la cicatrice di quando, piccola, era caduta nel braciere, e la nascondeva dietro una massa di capelli per non far notare la ferita. Il fuoco l’aveva marchiata e lei non aveva più nessuna paura. Pensando “alla vita maledetta e alla miseria ladra”, mentre il fuoco nella stufa andava quasi a parlarle, una notte seppe cosa fare.
Sapere cosa fare ed essere spinte a farlo, come la storia della studentessa di filosofia. Dal Sud a Torino, in una casa i cui spazi erano da condividere con altre due inquiline, tra giornate buone e altre vissute cattive, viveva nella sua stanza da letto; lì mangiava, lì studiava, lì pensava. Seppellirsi ognuno nelle proprie camere era il patto di convivenza. Una sindrome di adattamento che l’avrebbe portata a perdere colpi, a stare molto male fino a vacillare pericolosamente. La casa di Elena le sussurrava ancora: la sua vita non era andata come doveva e si sentiva in colpa. Un’amara solitudine, la sua, nella quale la memoria non le lasciava spazio di notte, sopraggiungeva con il ricordo delle feste, delle gravidanze, del piccolo mondo fuori la finestra.
A seguire il racconto dell’autrice Bianca Fenizia, dedicato a chiunque abbia perso la propria casa e non può più tornare, un tema così attuale per le guerre che ancora popolano il nostro mondo. Esther, figlia di una guerra e di tante privazioni, aveva sognato il padre mentre Netanyahu si era candidato in televisione “armato di sorriso e camicia nera”. Di origini polacche, era stata portata nella casa che sarebbe stata della sua famiglia, dove avrebbe disfatto le valigie, con intorno un piccolo aranceto che sarebbe diventato suo compagno d’infanzia, nell’estate del 1948. Molti anni erano trascorsi dal suo arrivo e in pochi istanti vide davanti a sé la storia della sua vita: il primo capo di governo nominato dalla Knesset a essere israeliano fino ai suoi nipoti, la terza generazione con le radici a Jaffa. Ricordò il mare, in compagnia del padre, e le piccole barche piene di persone andare nella direzione inversa al loro arrivo; piangevano in una lingua che non conosceva, “implorando un dio di cui non avrebbe mai saputo le suppliche”. Nella sua casa e nel suo cortile che stava lasciando per sempre c’era Israele, la sua origine e il suo futuro.
L’ultima storia racconta tre generazioni di donne: Bianca e il peso della memoria sulle sue spalle, la sua, della madre, della nonna. La loro casa con le voci che “infrangevano l’assenza” e che sapevano fingere era ancora lì, l’avevano vissuta costruendo muri di silenzi, e ora si preparavano ad andare altrove. Il suo ricordo ricorrente era con indosso il cappottino blu e il padre che non tornava più a casa la sera, “andava, tornava e andava di nuovo”, e il gelo che l’avvolgeva anche d’estate, dentro di lei. “Con gli uomini bisogna stare attenti”. Le case dovevamo essere famiglia, amore, e quelle della madre e della nonna non lo erano state. “Nessuno aveva colpe: era l’amore che si era distratto”. Intendevano la vita a modo loro: la nonna aveva vissuto abbassando gli occhi, bisognava saperselo tenere un marito, e la madre per contro, laureata e indipendente, aveva lasciato il marito. “L’amore bisognava dimostrarlo, non bastava sentirlo”. E adesso che la loro casa era spoglia, abbandonata, il silenzio inghiottiva le stanze.
Atlante intimo è una piccola raccolta antologica di luoghi simbolici, di rifugi intimi e di una geografia identitaria, la cucina con le belle maioliche come il giardino di aranci, che racconta la memoria delle donne, le loro ferite e quanto la loro solitudine possa essere una scelta dolorosa o possa essere una rinascita ritrovando in se stessi la forza di ricominciare.
La casa non è un insieme di mura, ma l’atlante intimo della nostra psiche.
Consigliato!
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Atlante intimo
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