Comandai di andar a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii sonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: “Dove vai, signore?”. “Non lo so” risposi. “Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così posso raggiungere la meta”. “Dunque sai quale è la tua meta” osservò. “Sì” risposi. “Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia meta”.
In questo brevissimo racconto, La partenza, scritto da Kafka nel 1922 e pubblicato solo postumo nel 1936 dall’amico Max Brod, il protagonista si accinge a viaggiare senza conoscere la meta. Nelle ultime cinque righe del racconto, non pubblicate da Brod, il servo osserva: “Non hai provviste con te”. Il signore risponde di non averne bisogno, perché
Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario.
La meta nel racconto “La partenza”
Il protagonista non la conosce e forse neppure l’ateo ed ebreo Kafka, ma senz’altro lo scrittore boemo si riferisce al territorio dell’aldilà, all’altro mondo, a ciò che ci attende (ci attende?) dopo la morte, a qualcosa di sconosciuto, a una dimensione inconcepibile che non può essere pensata dalla mente umana, come non lo possono essere le grandezze, anche quelle infinitesimali, dell’universo. Come non lo può essere la stessa morte o la stessa vita: inconcepibile!
Il viaggio, verso una meta sconosciuta, può essere interminabile come quello del cacciatore Gracco, altro personaggio dei racconti, ma sarà certamente un viaggio fuori dall’ordinario. Tutta l’opera di Kafka – racconti, romanzi, lettere, diari – è di una eccezionale straordinarietà che fa “viaggiare” il lettore nel mondo e nel tempo dell’assurdo (absurdus), a qualcosa che è sordo e stonato con l’esperienza e le conoscenze dell’essere umano che, come il servo, non sente suonare la tromba e non sa nulla. Non comprende perché il padrone - o coloro che si mettono in ascolto (come i Filosofi, gli Artisti e i Mistici) - decida di partire (o qualcuno o qualcosa lo costringe a partire?) senza conoscere la meta.
Il lettore, accingendosi a leggere Kafka, deve mettere da parte il cosiddetto buon senso e navigare, storia dopo storia, a bordo di una scialuppa nelle acque dell’irrazionale, tra i marosi dell’angoscia esistenziale, verso una meta incomprensibile, pure senza uno straccio di carte di navigazione se non, forse, il desiderio di viaggiare verso l’ignoto. Fatto sta che per la rottura del timone o per l’errore del nocchiero la scialuppa può viaggiare in lungo e in largo senza mai gettare l’ancora.
I racconti nella produzione di Kafka
Di Kafka, oltre allo straordinario racconto La metamorfosi (1915), sono noti al grande pubblico i romanzi Il processo (1925) e Il castello (1926) da cui sono tratti anche due film per le regie di Orson Welles e di Rudol Noelte. Nel 1970 sono stati pubblicati per la prima volta negli Oscar Mondadori Tutti i racconti a cura del traduttore e germanista Ervino Pocar (1892-1981), il quale nella Premessa al volume scrive che
Certo è che non può dire di conoscere Kafka chi ha letto soltanto i suoi romanzi. I racconti stanno non solo a uguale livello, ma superano i romanzi: non esito a dire che un racconto come La metamorfosi vale certo Il Castello.
Sappiamo che Kafka, avvocato che esercitò la professione presso un istituto di assicurazione, era restio a pubblicare cose sue e distrusse molti dei suoi manoscritti e altri furono bruciati, per ordine suo, dalla sua ultima amante. Inoltre, la Gestapo nel 1933 sequestrò e certamente distrusse molti manoscritti inediti. Pure i regimi comunisti e totalitari non amavano l’opera e il pensiero di Kafka, autore considerato sovversivo.
Per fortuna l’amico fraterno e scrittore Max Brod (1884–1968), esecutore testamentario dell’opera di Kafka, non ascoltò le sue volontà e dopo la sua morte ne diventò il suo biografo ufficiale.
Carissimo Max, la mia ultima preghiera: tutto quello che si trova nel mio lascito (dunque nelle librerie, nell’armadio della biancheria, nella scrivania a casa e in ufficio, o dovunque qualcosa dovesse essere stato portato via e che ti capiti a tiro), diari, manoscritti, lettere, di altri e mie, disegni ecc., bruciarlo interamente e senza leggerlo, come anche tutti gli scritti e i disegni che tu, o altri a cui tu dovessi chiederlo a nome mio, possedete. Chi non voglia consegnarti delle lettere, dovrebbe almeno impegnarsi a bruciarle di persona.
(Franz Kafka, Lettera a Max Brod, 1919-1921)
Via-di-qua: Kafka nel saggio di Umberto Curi
Questa locuzione kafkiana diventa il titolo di un saggio del filosofo Umberto Curi: Via di qua. Imparare a morire (Bollati Boringhieri, 2011).
Curi, professore emerito di Storia della filosofia nell’Università di Padova, aveva già affrontato il tema della morte con un altro interessante saggio: Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche (Bollati Boringhieri, 2008). Due brillanti saggi di filosofia con incursioni interdisciplinari nel campo della mitologia, della drammaturgia greca e latina e della letteratura dell’Ottocento e del Novecento: da Apuleio, Omero, Aristofane, Ovidio, Eschilo, Sofocle, Virgilio fino a Dante, Hölderlin, Leopardi, Goethe, Dostoevskij, Rilke. Senza tralasciare teologi e mistici come San Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Boff, Simone Weil, Ravasi.
Allo scrittore praghese, Curi dedica un capitolo del suo saggio Via di qua: "Raccontare la morte. Kafka e l’inconcepibile”, scegliendo tra i racconti La partenza, Il cruccio del padre di famiglia, Il cacciatore Gracco e ne cita altri, in una seducente e profonda interpretazione: La rinuncia, Prometeo, Il silenzio delle Sirene, L’esame, Il ponte, Durante la costruzione della muraglia cinese.
La rinuncia alla meta nell’omonimo racconto di Kafka
Quando ci si mette in viaggio lo facciamo conoscendo la meta. A volte partiamo anche verso una destinazione sconosciuta, per la ragione che quando termina la strada c’è comunque un posto che può accoglierci e strada facendo possiamo chiedere informazioni. A volte basta chiedere la via a qualcuno, come fa il protagonista del brevissimo racconto La rinuncia (1922) che in una città che poco conosce chiede a una guardia un’indicazione, la quale gli risponde: “Da me vuoi sapere la via?”. “Appunto, dato che non so trovarla da me”, rimarca il protagonista. Al che la guardia risponde: “Rinuncia, rinuncia!”.
Questo racconto si lega con quello della Partenza e il nocciolo è quello della meta. Umberto Curi scrive in una nota del suo saggio, citando Kafka:
Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra esitazione.
(Confessioni e diari, Mondadori, 1972)
Secondo Curi:
La meta non è dunque un luogo verso il quale si vada: Coincide piuttosto con un ’andare via’, con un allontanarsi. Con un non essere più qui, senza che si possa dire dove si sta andando.
E nessuno sarà in grado di indicarci la strada. Neppure il teologo, il filosofo, il curato di campagna. Nessuno di loro la conosce, perché il “sapere”, scrive Curi, non è in grado di fornire “riposte esaurienti a questi interrogativi”. L’inconcepibile non può essere spiegato, forse lo si può solo immaginare. Ci affascina e nello stesso tempo ci terrorizza. Come la morte (un’immanenza che incombe) e l’aldilà, che ci danno preoccupazioni. La morte è annientamento del nostro essere o il passaggio verso un’altra esistenza, verso l’immortalità o una nuova nascita? Su questo argomentano i sapienti, ma non hanno risposte esaustive per indicarci la via, se non quella di “imparare a morire”.
I personaggi di Kafka s’interrogano e pongono domande, raccolgono solo suggestioni, dunque suggerimenti per andare via-di-qua. Nel racconto Delle similitudini, a proposito dei saggi, Kafka scrive:
Quando il saggio dice “Vai di là” non intende che si debba passare dall’altra parte della via […] ma intende qualche “di là” favoloso, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui saprebbe indicare meglio e che pertanto qui non ci può giovare affatto.
“Il cacciatore Gracco”: un racconto di Kafka
Qualcuno è partito, non conoscendo la meta, ma si perde lungo la strada, in un viaggio che dura già millecinquecento anni. Questo è il caso del Cacciatore Gracco e del Frammento per il cacciatore Gracco, racconto in due parti scritto nel 1917. I personaggi sono il sindaco di Riva sul lago di Garda, Gracco, cacciatore della Foresta Nera, un barcaiolo, due barellieri.
Una mattina nel porticciolo del comune lacustre approda una barca, da cui scendono il barcaiolo e due giovanotti che reggono una barella su cui giace
un uomo con la barba e coi capelli selvaggiamente arruffati, con la pelle abbronzata, che poteva somigliare a un cacciatore […] faceva pensare che forse era morto.
Conducono la barella in un’abitazione dove sopraggiunge un vecchio con il cilindro listato a lutto. È il sindaco. Il vecchio posa una mano sulla fronte dell’uomo disteso e inizia a pregare. Al che l’uomo sulla barella apre gli occhi e si presenta. Inizia un lungo e surreale dialogo tra il sindaco e l’uomo.
Il Sindaco: “Domani arriverà il defunto cacciatore Gracco, ricevilo a nome della città”. Il Cacciatore: “Ma crede, signor sindaco, che debba restare a Riva?”. Il Sindaco: “Non posso dirlo ancora. Lei è morto?”. Il Cacciatore: “Moltissimi anni fa, nella Foresta Nera, precipitai da una rupe mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto”. Il Sindaco: “Lei vive però anche”. Il Cacciatore: “In certo qual modo sono anche vivo. La mia barca funebre ha sbagliato rotta [...] so soltanto che sono rimasto sulla terra e che da allora la mia barca solca solo acque terrene. Così io che volevo sempre vivere sulle mie montagne viaggio dopo morto per tutti i paese della terra”. Il Sindaco: “E non partecipa aldilà?”. Il Cacciatore: ”Sto sempre sulla scala che vi sale. [...] Ma quando prendo il massimo slancio e già vedo brillare il portone lassù, mi sveglio nella mia vecchia barca incagliatasi desolata in qualche acqua terrena” Il Sindaco: “Straordinario E fa ora conto di rimanere qui da noi a Riva?”. Il Cacciatore: “Io non faccio conto. Sono qui, non so altro , altro non posso fare. La mia barca è senza timone”.
Qualcuno è colpevole per questo disguido metafisico? Forse il barcaiolo, che ha smarrito la rotta. Qualcuno può venire in soccorso del cacciatore? Non si sa, forse nessuno.
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Odradek, il simbolo polisemico di Kafka
Se il cacciatore Gracco è un non morto e pure un non vivo, se il signore che monta il cavallo verso la meta di via-di-qua, se il viaggiatore che non conosce la città chiede dove si trova la strada, il personaggio del racconto Il cruccio del padre di famiglia (1917) è un oggetto, una specie di rocchetto a forma di stella, ed è pure qualcosa d’altro. Un oggetto che respira, ma non possiede polmoni, che risponde alle domande come lo può fare un bambino. Odradek ride, ma spesso se ne sta a lungo silenzioso. Non ha dimora, ma vive nei solai, per le scale, nei corridoi e, a volte, si trasferisce in altre case. È un automa, una macchina che riproduce i movimenti degli esseri viventi? È un essere che possiede più esistenze, senza avere una precisa identità e anche il suo nome è un rompicapo. Così ne scrive Kafka:
C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce dare un senso alla parola.
Secondo gli studiosi, Odradek è simbolo polisemico. Ci sono diverse letture, fra cui la lettura marxista e quella psicanalitica, ma io apprezzo quella squisitamente della suggestione e del rompicapo letterario. E pure il cruccio del padre di famiglia quando si domanda se Odradek “Può morire?”.
Se i protagonisti dei racconti finora citati sono alla ricerca di una strada - sconosciuta e piena di insidie - per andare via-di-qua e, dunque, agiscono mettendosi in viaggio verso il “morire”, forse l’unica certezza dell’esistenza umana, il padre di famiglia esprime sgomento:
Tutto quello che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e di conseguenza di ciò si è logorato, ma non questo il caso di Odradek [...] l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.
Come può addolorare il lettore di Kafka che si chiede: “Dopo di me, chi mi sopravvive?”. Senz’altro i figli e i figli dei figli. Ma dopo tre, cinque, dieci generazioni, neppure il mio nome sarà ricordato.
Sarò il nulla. Che senso ha la mia vita se diventerò un non essere?
Il dopo-di-noi è inconcepibile. Anche il concetto di nulla è inconcepibile. A meno che il lettore non impari a morire, che paradossalmente significa imparare a vivere, vita e morte si specchiano, per la ragione che non può esistere l’una senza l’altra.
Kafka impara a morire?
Lo scrittore praghese muore a 41 anni per una grave tubercolosi. Durante la sua breve vita, il quadro clinico comprende vari disturbi: insonnia, acufene, astenia, stipsi, disturbi neurovegetativi e polmonari. Deve lasciare la professione di assicuratore e passare molto tempo ricoverato in diversi sanatori, tra cui quello di Riva del Garda dove è ambientato il racconto Il cacciatore Gracco. La tubercolosi non gli dà tregua e muore per alcune complicazioni, all’epoca non curabili. Muore di fame, per la ragione che non fu possibile alimentarlo, a causa di una grave forma di laringite.
L’amico Max Brod scrive nella biografia che sul letto di morte Kafka stava modificando il racconto Il digiunatore. Kafka impara a morire? Noi lettori conosciamo il dramma esistenziale dello scrittore, l’angoscia dei suoi personaggi, le domande sull’inconcepibile a cui i sapienti danno solo risposte vaghe con le similitudini, ma senz’altro Kafka, attraverso l’arte della scrittura, il viaggio a bordo della scialuppa delle storie, ha cercato di imparare a morire. Detto ciò, ritengo personalmente, a scanso di scrivere una sciocchezza, che i grandi scrittori, fino a quando esisteranno buoni lettori, saranno sempre vivi e morti. Del resto, per un artista, il desiderio di “rimanere-di-qua” attraverso le proprie opere è insopprimibile.
Il Lettore: “Lei, caro signore, è morto?”. Lo Scrittore: “Sì, ma quando qualcuno apre le pagine dei miei romanzi, in un certo qual modo sono anche vivo.”
Kafka narrato da Bruni
In occasione del centenario della morte di Kafka (3 giugno 1924) lo scrittore e critico letterario Pierfranco Bruni ha pubblicato il saggio Kafka, la verità tragica (Solfanelli, 2024). Ho chiesto a Bruni un breve pensiero circa il racconto La partenza e la locuzione “via-di-qua”.
Mi risponde Bruni:
C’è un Kafka che diventa F. e uno che diventa K.? Il gioco imprevedibile del senso del paradosso è inevitabile. Si viaggia sempre non attraverso binari, ma scambi di curve che diventano labirinti. La vita e la letteratura. Non è necessario far tornare i conti. L’oste a volte diventa il cliente. Siamo dentro il castello delle metamorfosi perché sempre subiamo un processo. Il passaggio dalla nascita alla giovinezza è un processo nel quale restiamo imputati. Condannati d’aver commesso un delitto metafisico. La giovinezza ci conduce a un altro tempo. Ancora sotto processo nel racconto del via-di-qua e del via-di-là. Siamo un intreccio di destino. Un bel giorno F. si sveglia e si trova di qua. Kafka forse di là. Il resto inventatelo voi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Via-di-qua: il viaggio, la meta e la morte nei racconti di Kafka
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