Lucrezia Lombardo è nata a Arezzo nel 1987, dove vive. Collabora con varie riviste filosofiche e il suo saggio più bello è la biografia di Anna Freud. Ha scritto moltissima poesia e vari saggi. Cura una collana per Divergenze edizioni di filosofia e saggistica, mentre per Helicon edizioni cura la narrativa. Esperta in arti figurative, ha vinto premi e riconoscimenti. Inoltre è docente in filosofia.
L’intervista a Lucrezia Lombardo
- In primis, vorremmo iniziare con un suo ricordo di Francesco Guccini.
Guccini è stato per me tante cose insieme: la mia giovinezza, spesa tra studio e ideali. Lo ascoltavamo durante le occupazioni al liceo, ma divoravo i suoi album anche a casa, soprattutto quando mi mettevo a scrivere. Erano anni visionari, in cui ci sembrava di avere tutta la vita davanti e, con essa, che i sogni fossero certezze realizzabili. Penso che il mio amore per le canzoni di Guccini derivi da questa stagione – la gioventù – in cui tutto è più semplice, più istintivo, meno mediato, in cui l’esperienza della delusione è ancora parziale e il corpo ha il vigore che gli fa credere che ogni traguardo sarà raggiunto, mentre reale e ideale si fondono.
Inoltre, lego Guccini a un altro ricordo, di cui voglio parlare brevemente: le sue canzoni le ho scoperte grazie a un’amica carissima, che se n’è andata troppo presto. Si chiamava Marta ed eravamo compagne di classe; insieme condividevamo la passione per il cinema, la musica e i libri. Guccini mi riporta a lei e a tutti i momenti trascorsi in un abbaglio di cui resta ormai solo il ricordo.
- Perché ha scelto un titolo così impegnativo?
Il titolo che ho scelto – vale a dire Il tempo dissolto. Riflessioni sulla filosofia artistica di Kandinskij, Mondrian, Miró e degli spazialisti – deriva dal concetto fondamentale che il libro intende analizzare: il tempo, come dimensione meramente oggettiva, non esiste, ma è il frutto dei nostri vissuti e ha un aspetto qualitativo oltreché quantitativo. L’arte, come la poesia, è uno dei linguaggi deputati all’analisi del mondo delle qualità e, per questo, protagoniste del libro sono le opere di tre grandi artisti del XX secolo, che nella loro ricerca hanno rappresentato in pieno la straordinaria rivoluzione filosofica e scientifica che ha portato alla scoperta del tempo come dimensione legata alla memoria, agli affetti e al ricordo, prima ancora che come dimensione oggettiva e quantificabile.
- Non poter vedere i quadri dei tre pittori più famosi lascia questo saggio agli addetti ai lavori?
Spero sinceramente che il libro non si rivolga solo agli addetti ai lavori. Come ho più volte precisato, si tratta di un saggio di filosofia e non di storia dell’arte, poiché il libro analizza le fondamenta di alcune teorie estetiche e le trasformazioni del pensiero che hanno condotto poi allo sviluppo di certe correnti artistiche. Oggetto principale del testo non è dunque la storia dell’arte propriamente intesa, ma i presupposti teorici che hanno reso possibile lo sviluppo di certi linguaggi.
Le opere sono descritte e attraversate con le parole, non inserite visivamente in forma di immagini, perché l’obiettivo era proprio quello di creare un libro tascabile, breve e accessibile a tutti, e credo che chiunque possa godere di queste poche pagine, che vogliono essere, fondamentalmente, un invito ad approfondire la bellezza dell’arte in quanto linguaggio universale.
- Inizia con Kandinskij e al pittore segue una distesa di nomi di filosofi che mette ansia. Perché così tanto?
La presenza nel testo di alcuni filosofi – che poi non sono molti, ma circa tre – era necessaria perché, come ho spiegato precedentemente, l’obiettivo del libro non era quello di elaborare un trattato di storia dell’arte descrittivo, ma quello di analizzare le teorie filosofiche alla base delle rivoluzioni artistiche più importanti del XIX e XX secolo. Questo obiettivo ha reso necessaria l’introduzione di riferimenti ad autori e filosofi che, con le loro prospettive di pensiero, hanno influenzato – molto più di quanto si possa credere – l’arte.
Il libro vuole quindi essere un invito a leggere e a decifrare il linguaggio artistico a partire dal rimando alla filosofia, perché dietro un’opera di spessore c’è sempre una visione del mondo: c’è, appunto, una filosofia, che ha radici ben più profonde delle immagini stesse.
In sostanza, gli autori a cui faccio riferimento, e che sono stati promotori della grande rivoluzione che ha condotto alla scoperta della coscienza e del tempo soggettivo, sono Bergson, Freud ed Einstein. Nello specifico riferimento a Mondrian, invece, il parallelismo è stato fatto con Platone, perché la ricerca degli archetipi geometrici dell’artista è la stessa che fa Platone nella sua dottrina delle idee.
- Mondrian, ma è solo un mio giudizio, è quello di cui scrive di più, tenendo comunque sotto controllo “lo spirito del tempo”. È una mia impressione? Miró si perde un po’ perché alcune sue caratteristiche le si trovano sempre nei filosofi e psicoanalisti, così come negli spazialisti?
Non ho molto chiaro cosa tu intenda per "si perde un po’"’. Probabilmente fai riferimento al fatto che l’analisi delle opere cede spesso spazio all’analisi dei presupposti filosofici che fondano la ricerca artistica di Mondrian. Proprio questa è la tesi centrale del saggio: ricercare gli archetipi e i fondamenti teorici alla base della pittura di alcuni dei principali maestri del Novecento artistico.
Per quel che riguarda Mirò, invece, lo scopo del libro era risalire ai fondamenti teorici, quindi non poteva non essere analizzato il legame tra le sue opere e la psicoanalisi freudiana. Come ho precedentemente spiegato, lo scopo del libro non era tanto quello di descrivere le opere d’arte, le biografie degli artisti e collocarli in un contesto storico, ma, piuttosto, quello di risalire alle rivoluzioni di pensiero e alle prospettive filosofiche che hanno reso possibile lo sviluppo dell’astrattismo, del neoplasticismo e di altre importanti correnti artistiche del XX secolo, correnti di cui sono figli i paradigmi artistici contemporanei. Infatti, se non comprendiamo la visione del mondo – ovvero la visione filosofica – alla base delle rivoluzioni artistiche, non possiamo comprendere neppure le opere, specie nell’arte contemporanea, laddove, come ho spiegato nel libro, la rappresentazione mimetica del reale cede il posto all’interpretazione soggettiva.
- Poesie, narrativa, biografie, saggi sul capitalismo, saggi su uomini e donne di lettere. La sua sembra una bulimia controllata. Perché scrive tanto?
Questa domanda mi stimola, perché mi sento spesso dire dagli altri: "Quante ne fai… Non ti stanchi? Non ti si sta dietro". E tra questi c’è chi lo dice in buona fede e chi meno, ne sono consapevole.
Rispondo dunque alla tua domanda con un esempio: una persona che lavora si sveglia la mattina alle sette, va in ufficio, fa le sue otto ore e torna a casa. Io concepisco la scrittura allo stesso modo: non come un passatempo, o un riempitivo, o un modo per darsi un tono, ma come un vero e proprio lavoro. Questo fa sì che io abbia sviluppato una disciplina nella formazione e nello studio costante, così come nella produzione.
Se la scrittura viene presa sul serio – diciamo, per semplificare, come un lavoro e come qualcosa che richiede dedizione, se veramente la si vuole curare – al pari di ogni cosa che si vuole curare, essa richiede tempo, dedizione, responsabilità e il mettersi alla prova. In questo mettersi alla prova, talvolta si incontrano approvazioni, talaltra disapprovazioni, ma tutto fortifica e accresce, facendo sì che ci si metta in discussione e che ci si evolva.
Più che una bulimia – termine che indica un atteggiamento psicopatologico e di fuga dalla realtà – definirei il mio scrivere - che non è fuga ma, al contrario - volontà di comprendere il reale e di attraversarlo con consapevolezza, un vero e proprio lavoro, che richiede serietà e impegno, oltre che tempo. C’è purtroppo uno stereotipo forte, che ho incontrato tante volte, ed è quello di persone che si sorprendono del lavoro nella produzione culturale. Ma, ripeto, pongo loro questa domanda: una persona che va in ufficio e lavora otto ore deve produrre qualcosa… perché allora continuiamo a sorprenderci di una persona che, invece di produrre andando in ufficio, produce scrivendo? Una persona che svolge qualunque mestiere deve lavorare per un certo numero di ore e produrre qualcosa: come mai questo scandalo nei confronti di chi svolge un mestiere intellettuale? Questo è sintomo di uno stereotipo molto forte, che purtroppo è presente nel nostro Paese. All’estero non succede: si concepiscono la cultura e la letteratura non come riempitivi, ma come qualcosa che, quando viene portato avanti con serietà e dedizione, va riconosciuto e pagato. Qui, invece, siamo abituati a concepire la cultura, l’arte e la letteratura non come attività vere e proprie, che richiedono rispetto, ma come passatempo, tanto che ci si stupisce se c’è chi, invece, prende sul serio simili attività. Questa ignoranza traspare purtroppo anche nel tipo di atteggiamento che molti hanno.
- Come vede il futuro nell’arte, nella politica, nelle sillogi? No, perché tanto studio... ma negli Stati Uniti abbiamo Donald Trump.
Lo studio non ci salva dagli autoritarismi e dalla violenza. La Germania nazista era il Paese con il più alto tasso di laureati. Esistono, infatti, vari tipi di studio e varie modalità di studio: c’è lo studio didascalico e c’è il pensiero critico, che è quello che viene trasmesso e insegnato sempre meno nelle scuole e nei luoghi di formazione…
Non sono una veggente né una statista, e il mio parere si basa sull’osservazione del reale a partire dalla mia condizione: il futuro non è certo roseo, ma credo comunque che dobbiamo sforzarci di avere speranza e di essere costruttori di nuovi mondi. Non servo io per sostenere che la violenza dilaga ormai in ogni ambito: è diventata un paradigma ed è stata normalizzata. Essa domina le relazioni politiche internazionali, attraverso guerre continue, così come domina nelle relazioni interpersonali e private e nei luoghi di lavoro. Si va in una direzione sempre più disumana e disumanizzante, nel senso che l’essere umano è considerato sempre più un numero, una cosa, così la vita umana vale zero. Emerge sempre più la prepotenza, che aumenta all’aumentare della precarietà economica, della frustrazione e dell’incertezza generale e globale. Diciamo che, dall’alto, sicuramente hanno fatto il possibile per creare una situazione come quella attuale, dominata dalla distopia, dal caos, dalla sfiducia e nella quale gli individui fossero soli e frammentati, oltre che disperati.
Credo che ognuno di noi abbia oggi un compito, che è quello di farsi costruttore di paradigmi di speranza, di esempi e testimonianze positivi. Soprattutto chi si occupa della formazione dei giovani e chi svolge mestieri intellettuali ha il compito fondamentale di riattivare nelle persone la coscienza e il pensiero critico, di risvegliarle dall’oblio e dalla disperazione nei quali il sistema ci sta trascinando. Spero che non arriveremo a toccare il fondo, ma che ci sveglieremo prima e, se così non dovesse essere, che la crisi ci darà uno scossone radicale, spingendoci inevitabilmente a mettere in discussione il nostro modo egoistico di vivere.
Nonostante tutto, voglio comunque credere che il male non avrà l’ultima parola e che l’uomo possieda ancora in sé la capacità di essere buono.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Lucrezia Lombardo, in libreria con “Il tempo dissolto”
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