- Autore: Ivan Sergeevic Turgenev - Ivan Turgenev
- Genere: Classici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
Nelle pagine di Ivan Turgenev, c’è una capacità singolare di cogliere l’universale nel particolare, l’eterno nel quotidiano. Un re Lear della steppa, nella traduzione di Ettore Lo Gatto per Quodlibet (2026), ne è un esempio luminoso. L’opera, un racconto lungo pubblicato nel 1870, non è una semplice riscrittura in chiave russa del capolavoro shakespeariano, ma una meditazione originale e amarissima sul potere, l’ingratitudine e la fragilità che si cela persino dietro la più titanica delle figure.
La vicenda è incorniciata da una conversazione notturna tra amici, in cui si discute della verità umana dei personaggi shakespeariani. Uno di loro, un uomo attempato, dichiara di aver conosciuto un vero e proprio Re Lear. E così prende avvio il racconto di Martyn Petrovič Charlov, un possidente della steppa russa, gigantesco nella stazza come nell’orgoglio, discendente di un nobile svedese e uomo dal carattere ferocemente indipendente. Cedendo a un presagio di morte e a un impeto di volontà paterna, Charlov decide di dividere tutte le sue terre e i suoi beni tra le due figlie, Anna ed Evlampija, trattenendo per sé solo il diritto di abitare la propria casa e di ricevere il mantenimento. L’atto, compiuto con solennità quasi liturgica, è però il sigillo della sua rovina. Le figlie, sobillate dal genero, si rivelano ingrate, meschine e spietate, riducendo il padre – il colosso che un tempo salvò la narratrice da un burrone – a un vecchio barbuto e lacero, seduto su una diga a pescare senza amo.
Turgenev non si limita a trasferire la trama di Shakespeare nella provincia russa. Ne coglie l’ossatura tragica – il vecchio re che si spoglia del regno, la crudeltà filiale, la follia scatenata dall’abbandono – ma la riveste di una sostanza profondamente autoctona. Se il Lear di Shakespeare impazzisce nella tempesta, Charlov impazzisce in un autunno russo di piogge infinite e fango, e la sua follia si traduce in un gesto terribilmente concreto: sale sul tetto della propria casa e, con le sue mani da gigante, lo demolisce, trave dopo trave. La scena è di una potenza visiva sconvolgente, resa con la prosa misurata ma incisiva di Turgenev. Non c’è la tempesta metaforica elisabettiana, ma il vento gelido della steppa, il rumore sordo delle assi che si schiantano al suolo e il silenzio dei contadini che, pur riconoscendo il torto subito dal padrone, non osano intervenire.
Il genio di Turgenev sta nell’aver creato personaggi che sono insieme archetipi e creature di carne. Charlov è il bogatyr, l’eroe delle antiche leggende russe, ma anche un uomo ottuso, orgoglioso fino all’autodistruzione, incapace di immaginare l’ingratitudine perché incapace di uscire dal proprio narcisismo autoritario. Le sue figlie non sono mostri, ma donne spietate con sfumature: Anna è la "superbona" calcolatrice ed efficiente; Evlampija è la bellezza selvatica, capace, alla fine, di un moto di pentimento troppo tardi. E poi c’è la galleria dei comprimari, dipinta con l’ironia sottile di Turgenev: il parassita Souvenir, che con le sue pungenti provocazioni innesca la catastrofe; l’amministratore polacco Kvitzinskij, razionale e distaccato; il maggiore Žitkov, "battuto e rotto", che sogna di comandare i contadini a piattonate. Ognuno è un piccolo ritratto morale, un tassello di quel mondo della steppa dove la giustizia è solo un’eco lontana e la legge del più forte – o del più astuto – regna sovrana.
La prosa di Turgenev, qui tradotta con maestria da Ettore Lo Gatto, slavista di fama e già traduttore di Puškin e Dostoevskij, è di una limpidezza classica. Non c’è ridondanza, non c’è sentimentalismo. Turgenev descrive la forza bruta di Charlov, la bellezza ambigua delle figlie, la desolazione della steppa autunnale con un realismo che sa farsi simbolico senza mai diventare astratto. Ogni dettaglio – la cavalla zoppa che mangia l’artemisia, la "casetta su zampe di gallina", il volume de L’uomo attivo in riposo letto a sillabe – costruisce un mondo vivo, tangibile, memorabile. L’edizione Quodlibet, nella collana che ospita autori come Celati e Cavazzoni, si presenta con una veste tipografica elegante e curata, restituendo dignità a un testo che merita di essere riscoperto al di là degli schermi.
Un re Lear della steppa non è solo un racconto. È una piccola tragedia greca ambientata nell’Ottocento russo, un’indagine sulla natura del potere e sulla sua perdita, una riflessione sull’amore filiale che diventa, troppo spesso, un debito da ripagare con la crudeltà. Turgenev non giudica i suoi personaggi: li osserva con quello sguardo partecipe e disincantato che è il suo marchio più autentico.
Consigliato a chi ama la grande narrativa russa, a chi cerca un classico breve ma denso, a chi non teme di confrontarsi con l’ombra di Shakespeare e ne esce con un’opera viva, originale e dolorosamente russa.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Un re Lear della steppa
Lascia il tuo commento