La raccolta dei 154 Sonetti (Sonnets) di William Shakespeare viene pubblicata per la prima volta nel 1609; il Sonetto 18, quello il cui celeberrimo incipit recita "Shall I compare thee to a summer’s day?" (“Dovrei paragonarti a un giorno d’estate?”), appartiene alla prima macro-sezione dell’opera (comprende le poesie che vanno da 1 a 126), dedicata a un giovane uomo di cui a tutt’oggi si ignora l’identità e nel quale una parte di critica vuole vedere un amore di natura omosessuale. In realtà il Fair Youth (bel giovane) non ha per noi né un nome né un cognome, ma è certamente qualcuno unito a Shakespeare da un forte e intenso legame emotivo e intellettivo.
Anche il Sonetto 18 ribadisce questo dato di fatto e segna inoltre un’importante svolta argomentativa all’interno dei Sonetti stessi: se nelle prime 17 liriche, quelle dette "matrimoniali", il Bardo esortava il giovane a sposarsi e ad avere dei figli affinché la genetica potesse perpetuarne la straordinaria avvenenza, da questo momento in poi Shakespeare mette da parte la biologia e giunge alla conclusione che soltanto l’arte, e la poesia soprattutto, può preservare la giovinezza dal naturale processo di invecchiamento che riguarda tutti gli esseri viventi, rendendo in tal modo eterna la bellezza.
“Sonetto 18”: testo in inglese della poesia
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate.
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date.Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance or nature’s changing course untrimmed;But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou owest;
Nor shall Death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st:So long as men can breathe or eyes can see,
So long lives this and this gives life to thee.
“Sonetto 18”: traduzione e parafrasi
Devo paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più bello e più equilibrato.
Venti tempestosi sferzano i cari boccioli di Maggio
E l’estate dura troppo poco (la durata dell’estate ha scadenza troppo breve)
Talvolta troppo caldo splende il sole (occhio del cielo)
E spesso la sua faccia dorata ci appare oscurata
E ogni bellezza dalla bellezza presto o tardi declina (le bellezza sfiorisce prima o poi)
Dal caso o dal corso mutevole della Natura viene privata di ornamenti
Ma la tua eterna estate non appassirà mai
Né dovrà fare a meno di quella bellezza di cui sei debitore
né la morte si vanterà che tu ti aggiri nella sua ombra
Quando in versi eterni (nella poesia) nel tempo tu accrescerai la tua bellezza
Finché gli uomini potranno respirare (esisteranno) o gli occhi vedranno
allo stesso modo vivrà questa poesia, e questa farà vivere te.
“Sonetto 18”: metrica e figure retoriche
Dal punto di vista metrico, il Sonetto 18 è un perfetto sonetto elisabettiano (o shakespeariano) composto da tre quartine e un distico finale a rima baciata. La misura del verso è il pentametro giambico (frequente nella lirica inglese), dove sussiste l’alternanza fra sillabe accentate e non accentate.
Lo schema rimico è ABAB CDCD EFEF GG.
Tale struttura, perfettamente geometrica e fissa, consente all’autore di esprimere in modo scorrevole e fluente un pensiero elaborato e profondamente avvertito. Le prime due quartine, infatti, espongono la questione e ne accentuano gli aspetti negativi (la bellezza dell’estate in contrapposizione alla volubilità della natura e l’impossibilità di sfuggire alla vecchiaia); la terza quartina, dove il tono muta improvvisamente, presenta una soluzione irreale, mentre il distico finale, che di solito consiste in un riassunto di quanto scritto in precedenza, qui assume i connotati di una vera e propria rivelazione, impartendo alla poesia una conclusione che non solo ribadisce il concetto di fondo, ma lo rende anche talmente chiaro e lineare da potersi così imprimere tenacemente nella mente del lettore.
Il Sonetto 18 è ricco di figure retoriche, fra cui le più importanti sono le seguenti:
- domanda retorica: è quella famosissima che apre la poesia, "Shall I compare thee to a summer’s day?" (Dovrei paragonarti a un giorno d’estate?). Essa non viene formulata con l’intento di ottenere davvero una risposta, ma è un espediente per dare inizio al discorso;
- metafore: sono l’estate come simbolo di giovinezza e l’espressione "the eye of heaven" (l’occhio del cielo), che paragona il sole all’occhio umano;
- iperbole: figura retorica che si può estendere all’intero componimento, dove tutto viene esagerato al fine di lodare l’amato;
- perifrasi: le riscontriamo nelle espressioni “the eye of haeven” (l’occhio del cielo, ad indicare il sole) ed "eternal lines" (i versi del poeta).
Analisi e tematiche del “Sonetto 18”: il significato dell’estate
Intorno all’iniziale "summer’s day" ruota l’intero Sonetto 18. Nella tradizione letteraria e poetica così come nell’immaginario collettivo, l’estate è la stagione bella per eccellenza, simbolo di luminosità, maturazione e splendore, ma Shakespeare non la utilizza come metro di paragone per elevare l’amato, bensì per dimostrare la palese superiorità di quest’ultimo al suo confronto.
Egli, infatti, è di gran lunga più amabile e mite, equilibrato e dolce dell’estate, che erroneamente riteniamo perfetta, ma solo perché non ci soffermiamo abbastanza sulle sue pur evidenti criticità, dai venti impetuosi che sferzano i boccioli rovinandoli agli sbalzi di temperatura, dal caldo eccessivo ai capricci del clima. E poi l’estate è simile a un affitto (“summer’s lease”) troppo breve, un’affermazione che il Bardo spiega mutuando felicemente i termini dal mondo del lavoro e dell’economia e utilizzando una metafora legale un po’ azzardata ma efficacissima.
E comunque, aggiunge ancora Shakespeare, forze brutali minacciano di continuo la bellezza naturale, tutto ciò che è terreno e umano è caduco ed è inevitabile che ogni cosa abbia un inizio e una fine. Il tempo a nostra disposizione ci è dato soltanto in prestito, e prima o poi dovrà essere reso.
L’avversativo "but" (equivale al nostro "ma"), all’inizio del verso numero dieci, mostra un cambio di passo dell’autore, il quale dichiara che l’estate dell’amato è destinata a non finire o appassire mai. Ciò dipende dal fatto che il ragazzo è oramai protagonista di poesie dai "versi eterni", una condizione che sfida e vince sull’oblio e sulla Morte. Il contrasto si sana nel distico conclusivo, dove si specifica che l’amato resterà vivo fino a quando gli uomini leggeranno questa poesia.
L’immortalità, infatti, non ha nulla a che vedere con la fisicità, poiché essa è soltanto letteraria: la perfezione del verso cristallizza la sostanza di cui l’amore si nutre. Nel Sonetto 18, in pratica, Shakespeare introduce i temi dell’amore eterno e della funzione salvifica della poesia, che grande successo avranno nella letteratura inglese posteriore. Il sentimento per l’amato è assoluto al punto tale che egli non ha tratti fisici ma è pura essenza; il Tempo, che tutto segna, divora, distrugge, è, invece, il suo unico nemico.
Assodato che tutto quanto è naturale è soggetto a deperimento, Shakespeare considera scrivere e comporre poesie una colossale ribellione contro i limiti imposti dalla biologia: l’arte assume un’aura di sacralità e la lirica diventa uno scudo protettivo contro il quale nulla possono le leggi della fisica.
Sconfiggendo il Tempo e la Morte, nutrendosi dell’inchiostro che bagna la carta, il Fair Youth vivrà fino a quando esisterà un’umanità in grado di leggere: alla poesia, egli deve la sua estate eterna.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Sonetto 18 di William Shakespeare: la poesia eternatrice di bellezza
Shakespeare mente (e lo fa ben sapendo di mentire): il "bel giovane" (che non sempre è da considerarsi maschio: non di rado, nei sonetti di Shakespeare è, invece, una bella giovane donna: Shakespeare non fu mai attratto da maschi, preferì sempre e solo le belle donne... e due di esse furono i suoi veri amori -ma la moglie non rientra fra di esse,- anche se in questo, sonetto è possibile che al centro ci sia un giovane ragazzo) non viene mai indicato in alcun modo: dunque è impossibile che i versi del Bardo lo rendano "immortale".