Schiavi di New York
- Autore: Tama Janowitz
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2024
Vi ricordate gli anni Ottanta? Denaro, eccessi, capelli cotonati, feste improbabili; è questa l’immagine (sbagliata) che alcuni ventenni di allora hanno di quegli anni ormai lontani. Tra i fenomeni del tempo ci furono giovani scrittori americani che facevano parte di un gruppo: i minimalisti. Tra loro spicca la scrittrice di cui vorrei parlare, Tama Janowitz, di cui vorrei recensire il suo stravagante libro di racconti Schiavi di New York, uscito nel 1986 e nel 2024 in una nuova edizione della casa editrice Accenti, curato dall’ottima traduzione di Rossella Bernascone.
Il libro, da cui è stato tratto un film del 1989, è fatto di racconti in cui conosciamo personaggi più o meno eccentrici, che si muovono in una New York rutilante, allora meta di artisti, e che sembra divorarli. Non appartengono agli yuppies perché non sono ricchi, ma vivono ai margini di quel mondo considerato dorato. Sono marginali, più che emarginati. Non hanno interessi finanziari, non investono in Borsa, sono artisti di scarso talento che cercano un’occasione per emergere o si dedicano a passatempi come disegnare gioielli, residuo della cultura hippy di qualche anno prima.
Nonostante siano racconti, ci sono personaggi ricorrenti come Eleanor, disegnatrice di gioielli e di monili, costretta a convivere con Stash che la tratta da amante e domestica mentre lei vorrebbe una storia più autentica (e che alla fine se ne andrà). New York è però una città costosa e le difficoltà economiche si fanno sentire, tanto da indurre ad attività non lecite o moralmente discutibili come la protagonista del primo racconto, Una santa moderna, 271, costretta a prostituirsi, oppure nel racconto Schiavi di New York, dove si parla di donne obbligate a diventare schiave sessuali per un monolocale a New York.
Artisti falliti, donne single in cerca di sistemazione, manager poco rampanti sembrano succubi della Grande Mela, adoratori di una dea che a volte li ricambia, più spesso no. La caratteristica che colpisce maggiormente è l’eccentricità di questa fauna umana che non sembra avere ideali se non lo stare insieme, seguire le proprie velleità artistiche e fare il meno possibile. Sono perlopiù trentenni, ma hanno modi e comportamenti da preadolescenti attenti solo al loro presente piacere. Alcuni soffrono di manie strane, come Fred, attore disoccupato, che compra gioielli a donne sconosciute senza pagarli, o Kurt, che cerca di dominare sessualmente Natasha ma in realtà ne è dominato. Personaggi legati a un’epoca, quella degli anni Ottanta, in cui si voleva cancellare la pesantezza degli anni precedenti e mostrarsi liberi in una società fortemente capitalista che sfruttava gli individui e li rendeva privi di valore e di coscienza di sé.
Ma la libertà non è niente senza i soldi che garantiscono benessere, e tutti ne sono schiavi. E l’amore? Un’utopia in un mondo di sesso consumistico (ma su cui incombe l’AIDS), e la stessa Janowitz nel racconto di Wilfredo ed Elinor ne fa un’ironia spietata, buffonesca anche se non crudele, come se fosse una storia da relegare al passato. Impossibile amare ed essere amati in un mondo in cui tutto è in vendita; la creatività artistica è schiacciata dall’economia, in un inferno fatto di plastica e apparenza.
Concludendo, Schiavi di New York è una raccolta di cui si sentiva la mancanza, preceduta dalla bella prefazione di Veronica Raimo, che mette in rilievo la personalità della Janowitz e degli altri autori minimalisti. Un grande ricordo di un gruppo di giovani autori che seppero descrivere e capire il secolo che stava lentamente, ma inesorabilmente, declinando fino a morire.
Schiavi di New York (Accento grave)
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