- Autore: Benedetto Croce
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788845941320
Benedetto Croce fu un filosofo, uno storico e un uomo politico. Ebbe molto coraggio, rimanendo orfano dei genitori e di una sorella nel terribile terremoto del 28 luglio 1883 di Casamicciola, sull’isola di Ischia, salvato lui stesso sotto i calcinacci. Fu mandato a studiare e a trovare serenità nella casa del suo tutore legale, Silvio Spaventa. Le prime lettere in questo volume prezioso, dal titolo Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi, 2026, curatela di Emanuele Cutinelli-Rendina), vedono un Croce già studioso anche lui nelle sudate carte, ma poi finì gli studi con la maturità classica, perché l’università non faceva per lui. Troppo dogmatismo e le giornate che passavano oziosamente. Non era nemmeno un autodidatta, dal momento che come liceale era una spanna sopra tutti. Questo non impedì a Antonio Labriola, un filosofo vicino alle idee marxiste, di rimproverare il giovane Benedetto, perché aveva fin troppi libri e troppe idee senza costrutto, dimostrando di essere troppo frivolo. Croce non andava in escandescenze, ma anzi studiava moltissimo e una parte della giornata, per l’intera sua vita, era spesa a rispondere alle tantissime lettere che riceveva. E quante ne spediva lui; l’amicizia che poi andò scemando fu quella con Giovanni Gentile, perché la troppa stima reciproca si scontrava con riserve mentali, per cui si limitavano a sontuosi saluti.
Abitando a Napoli dopo altri posti, Croce si lamentava dei giovani che non volevano più studiare né fare altro. Scrive:
Ho visto parecchi giovani napoletani (e siciliani) far come voi. Dar grandi speranze di sé, e poi perdersi, per mancanza di amore, di entusiasmo, di concentrazione, di serio appassionamento. Vite sbagliate: che pur di tanto in tanto, continuavano a dare belle speranze, che restavano speranze.
L’intellettuale napoletano aveva stima solo di chi faceva studi "matti e disperatissimi" oppure rinunciava e faceva altro. La sua severità, a volte bonaria con la moglie Adele, si riversava sui figli. Di solito erano i primogeniti a dover soffrire tutte le sfuriate, ma forse perché si riponeva su di loro maggiore fiducia.
Croce chiamava la sua Elenuccia a fare delle cose per lui. Elena Croce divenne poi, alla morte del padre, la testimone e la studiosa. Alla signora Croce dobbiamo la creazione di Italia Nostra e portò fino alla fine la sua battaglia per un ambiente più pulito, invogliandoci a preoccuparsi perché non potevamo prendere sottogamba l’ecologia.
Il Croce politico iniziò male, dando credito a Mussolini, e solo dopo il delitto Matteotti capì che il fascismo aveva nei suoi gangli la violenza, la misoginia, la paura del diverso. Lo capì soprattutto dopo le leggi razziali del 1938, a causa delle quali l’esimio professore di matematica stava a casa, perché era ebreo, a osservare i soprusi su donne e bambini sempre di origine ebraica.
Croce, anche a guerra finita, trovava la Democrazia Cristiana un covo di politici che usavano il cattolicesimo e il clericalismo come spada virtuale contro altri modi di pensare sul comunismo italiano, tale era la preoccupazione di infiltrazioni sovietiche in Italia che si presentò e si presenta tuttora la corsa verso il centro, cui spesso è associata la sinistra. Croce restò fino alla fine laico e liberale.
Le annotazioni e le note finali rendono questo libro necessario e alcune lettere sono veramente belle.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Perdersi negli altri e nelle cose. Lettere scelte
Lascia il tuo commento