- Autore: Raffaella Arpiani
- Genere: Arte, Teatro e Spettacolo
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788807175473
Di fronte all’arte contemporanea lo sguardo dell’osservatore medio è sabotato da abitudini visive e luoghi comuni talvolta sprezzanti, svilenti, infastiditi che spaziano dalla domanda retorica “Cosa significano questi segni?” al presuntuoso “Sarei capace di farli anch’io”. Ciò dimostra quanto, nella vulgata, l’apprezzamento estetico sia proporzionale alla qualità tecnica della mimesi, perché a disorientare è ciò che non capiamo, non riusciamo a collocare nell’arredamento del cervello; sono i colori irrealistici, le pennellate che rendono difficile riconoscere l’oggetto rappresentato.
Parte da qui il saggio della professoressa, artista, scrittrice Raffaella Arpiani Non ci capisco un Picasso. Una storia dell’arte per affrontare le sfide della vita, in libreria dal 14 aprile 2026 per Feltrinelli Editore. Il termine saggio è corretto, ma incompleto. Piuttosto un romanzo d’avventura, una guida anticonvenzionale nel cuore dei movimenti storico-artistici che hanno cambiato l’arte del Novecento, il nostro modo di vedere e pensare il mondo, con un approccio, emotivo e documentato, che non assomiglia a nessuno. È un incontro ravvicinato con alcuni avanguardisti e la loro grammatica espressiva, che inizia con Edvard Munch (1863-1944), il primo a dar voce alle emozioni; si congeda con l’inno alla vita testimoniato dall’attività di Henri Matisse (1869-1954) che nel momento più difficile scelse di non arrendersi.
Gli spunti sono tanti: bellezza classica ed estetica dell’imperfezione a confronto, il brutto, il concetto di arte, il ruolo dell’artista, la concorrenza della fotografia, l’onda lunga dell’esperienza estetica e della percezione. Senza posture assertive, ma tanta curiosità da una pagina all’altra, rimbalzano aneddoti, micro e macro storia, psicologia dell’arte, filosofia, scienze, analisi di opere che hanno fatto la differenza, costume, società, colpi di scena, in un dialogo continuo tra passato e presente. È un libro di alta divulgazione, pensato per un pubblico ampio, per chi ha poca dimestichezza o soggezione dell’arte, o il non figurativo fatica ad accettarlo.
Vi presentiamo alcuni autori alla spicciolata.
È violenta la ribellione alla tradizione condotta da Picasso, che introduce sulla tela la dimensione del tempo attraverso la simultaneità della visione e dei punti di vista e inventa lo spazio decostruito dell’io. Sono gli anni della nascita della psicanalisi che scava proprio nell’io e affascina un altro esponente delle avanguardie novecentesche, il surrealista André Breton. Pur di incontrare Freud, per il viaggio di nozze scelse Vienna, allora meta di scarso appeal. Ironia della sorte o miopia relazionale, il matrimonio giunse presto al capolinea e l’autore de “L’interpretazione dei sogni” si guardò bene dal diventare il nume tutelare del movimento surrealista in erba.
A usare il linguaggio della psicanalisi ci pensa Edvard Munch perché nel suo iter pittorico affiora il contenuto latente dell’interiorità, la sua, che diventa anche nostra. La sagoma di un individuo in una stanza spoglia e oscura racconta la solitudine e il senso di vuoto che hanno accompagnato la sua vita, una via crucis di malattia, follia, morte perché è macabro il destino dei Munch. L’urlo dell’omonimo quadro continua a gridare dentro di noi: non conta l’identità del soggetto pittorico ma il sentimento da lui provato a rinnovarne la contemporaneità ogni volta che lo sguardo dello spettatore si posa sulla tela:
Chi ha vissuto qualcosa di analogo è invitato a identificarsi, perché il sentimento è il medesimo.
Qui tocchiamo il punto cruciale del modo, bellissimo, proposto da Raffaella Arpiani per raccontare e interpretare l’arte. È vero che la componente emotiva da sempre accompagna l’arte. Però tradizionalmente riguardava emozioni e sentimenti dei protagonisti delle opere – non degli autori – e grazie alla cassa di risonanza dell’identificazione e dell’empatia coinvolgeva lo spettatore. Invece le avanguardie del Novecento rivelano l’interiorità di chi l’arte la crea e al contempo affrontano temi universali nell’orizzonte umanissimo e sghembo delle nostre fragilità. Pensiamo all’ansia da prestazione o al timore del fallimento, professionale, sentimentale, emotivo, scolastico. Su questo fronte, che impegna in prima linea le nuove generazioni e troppi adulti, entrano in gioco a sorpresa quei guerrafondai, contraddittori e fracassoni dei Futuristi. Proviamo a cambiare prospettiva. Oltre ad alimentare battage e marketing, cosa fa Marinetti quando auspica la voluttà di essere fischiati? Suggerisce di depotenziare l’onda d’urto del giudizio altrui a fronte di una performance così così, perché non è su di essa che dobbiamo misurare il nostro valore. Sulla stessa frequenza interpretativa si pone Balla, che svela le occasioni di crescita generate da un fallimento. Un quadro meno noto immortala un negozio della capitale costretto a chiudere i battenti, uno importante colpito chissà da un rovescio di fortuna. Ma al centro di quel quadro ci potremmo essere noi; un amico, un conoscente; un sogno andato in frantumi, la spettro di essersi imbarcati in un’impresa troppo grossa. Un altro male del nostro tempo è l’indifferenza di fronte alla violenza, all’orrore della guerra. E per schierarci contro l’indifferenza ecco Goya, che eccezionalmente viene inserito nella cordata novecentesca. Sempre Goya, aperto agli aspetti che la pittura di solito non mette in mostra, come la mediocrità dei potenti e il brutto, dimostra che la perfezione della bellezza sia il peggior nemico dell’arte, perché la tiene a distanza dalla vita, meravigliosamente imperfetta. Chiosa l’autrice:
Il bello non è una qualità innata che appartiene a un oggetto per essenza, ma è l’effetto di una serie di relazioni tra noi che guardiamo, l’oggetto stesso e il contesto in cui è stato creato […] Il disordine della nostra vita è più simile a un quadro astratto che a un dipinto del Rinascimento: più a un Pollock, con linee aggrovigliate e macchie sgocciolanti, che a una pala d’altare, con i personaggi allineati in prospettiva e le aureole d’oro. L’arte può farci ancora una volta da specchio. Guardandola possiamo scoprire qualcosa di noi. Possiamo ‘usarla’ a nostro piacimento.
Prima di immergervi nella lettura, date un’occhiata al capitoletto in coda “Un cuore in più”. Troverete lo spirito che anima l’attività divulgativa di Raffaella Arpiani (premio Silvia Dell’Orso 2025 per il miglior lavoro di divulgazione dei temi inerenti ai beni culturali) di cui questo libro è solo l’ultima fatica.
Non ci capisco un Picasso. La storia dell’arte per affrontare le sfide della vita è un saggio travolgente. La capacità comunicativa di Raffaella Arpiani è tale che convertirebbe all’arte anche un sasso.
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