La nostra collaboratrice Isabella Fantin ha intervistato Raffaella Arpiani, tornata in libreria con il suo nuovo saggio Non ci capisco un Picasso. Una storia dell’arte per affrontare le sfide della vita, pubblicato da Feltrinelli nel 2026.
L’intervista a Raffaella Arpiani
- Per ogni scrittore il secondo libro è una sfida, perché significa misurarsi con sé stesso e irrobustire la propria identità autoriale senza deludere le aspettative del pubblico. Anche per lei è stato così?
Assolutamente sì, anche se fatico ancora a considerarmi una scrittrice. Ho iniziato a lavorare al secondo libro mentre ero impegnata nella presentazione di Notte di luna con Van Gogh e mi sono resa conto subito della necessità di alzare la posta in gioco. Non voglio dire che fossi insoddisfatta del saggio d’esordio. Piuttosto sentivo l’esigenza di migliorare l’impatto comunicativo affinché il mio approccio alla divulgazione dell’arte risultasse ancora più utile, piacevole, interessante per il pubblico. In fondo, come docente, mi confronto quotidianamente con la mediazione del sapere, che è il punto nevralgico della didattica. Non ci capisco un Picasso nasce proprio da questa esigenza.
Recensione del libro
Notte di luna con Van Gogh
di Raffaella Arpiani
- In due parole, qual è l’intento di questo saggio? Si può considerare una monografia anticonvenzionale?
L’idea di partenza era quella di rendere più accessibile l’arte contemporanea. Poi mi sono resa conto che occorreva fare un passo indietro nel tempo e risalire agli albori del secolo scorso, perché in base alla mia esperienza in troppi faticano ancora a confrontarsi con le avanguardie storiche del primo Novecento. Così mi sono concentrata su questo filone con un duplice obiettivo. Parlare degli artisti e delle opere che hanno cambiato l’arte del Novecento insieme al nostro modo di vedere e pensare il mondo. Mostrare la loro vicinanza a tutti noi, in quanto uomini e donne con un vissuto che è diventato creazione artistica, perché le loro emozioni sono universali, pre-linguistiche, indefinibili ma specchio delle nostre.
- Tra arte ed emozioni c’è un legame antico. Recenti studi di neuroscienze hanno dimostrato che a toccare le nostre corde più profonde è l’arte astratta, la stessa che sembra intimidire o confondere. Qual è la sua opinione a riguardo?
Partirei da un dato curioso. Molte delle immagini che provengono dal passato sono astratte, geometriche, decorative, spesso caricate di valenze simboliche. Eppure l’osservatore medio le accetta di buon grado con un atteggiamento di apertura e curiosità. Paradossalmente davanti all’arte astratta del Novecento lo stesso osservatore si chiude. Penso accada perché quando scompaiono i punti di riferimento visibili, cioè le cordinate figurative note, ad avere la meglio è il disorientamento. Ed è in questa apparente criticità che l’astrattismo può darci una grande lezione introspettiva. Per esempio Kandinskij, Mondrian, Malevič invitano a guardare l’arte e noi stessi con un nuovo orizzonte di sguardo.
Credo nella necessità di andare oltre la superficie visibile per apprezzare un’opera, benché le emozioni più profonde non abbiano una forma univoca che possa essere traducibile in qualcosa di visibile. Qual è la forma della gioia, del terrore, della rabbia? Non c’è, eppure sulla tela la riconosciamo.
A proposito del legame tra arte astratta ed emozioni, mi viene in mente Mark Rothko, esponente dell’espressionismo astratto americano insieme a Jackson Pollock. Ho pianto a dirotto davanti ai suoi quadri, più di una volta e contro ogni aspettativa.
- Rispetto a “Notte di luna con Van Gogh” il corredo iconografico non c’è: come mai?
Molte delle opere che cito sono di proprietà di musei stranieri che applicano complesse politiche di diritti di immagini. Tenete presente che ci sono ancora moltissimi eredi che reclamano i diritti su quelle opere. Per evitare di incorrere in contenziosi o per non dover coprire costi insostenibili, abbiamo deciso di non inserirle. Però si possono facilmente trovare sul web.
- Tra i grandi assenti spicca Salvador Dalì. Ce ne sono altri che a malincuore ha escluso dalla cordata novecentesca?
Naturalmente: la selezione è stata difficile e dolorosa. Oltre alla poliedrica Hannah Höch, per esempio, mi sarebbe piaciuto concedere più spazio alle voci femminili. Non ho affrontato l’espressionismo tedesco o le avanguardie russe. Ho scelto di privilegiare la ricerca di Magritte rispetto a quella di Dalì nell’ambito del surrealismo perché mi permetteva di affrontare temi che ritengo più attuali e urgenti. Infatti l’osservazione dei suoi quadri, equilibrati, ordinati, essenziali, può aiutarci a fare ordine nel caos della nostra vita.
Per fortuna la storia dell’arte è ricca di opere e artisti uno più interessante dell’altro, quindi di fatto il mio lavoro è potenzialmente infinito. Magari in futuro ci sarà spazio per loro.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Raffaella Arpiani, in libreria con “Non ci capisco un Picasso”
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