- Autore: David Szalay
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2025
A volte ci sono romanzi che mentre li leggi ti suscitano perplessità, perché non sei in grado di capire se ti stanno piacendo immensamente o il contrario; ti accorgi di essere catturata, quasi intrappolata nell’urgenza di andare avanti ma nello stesso tempo ti domandi costantemente dov’è che voglia andare a parare l’autore nella narrazione che intanto corre sulle pagine.
Nella carne di David Szalay, pubblicato da Adelphi nel 2025 con la traduzione di Anna Rusconi, è uno di quelli; è scritto benissimo, con dialoghi ricorrenti e naturali, che svelano la storia e la personalità di Istvan, un uomo che vive un lasso di tempo di cinquant’anni che è quello contemporaneo all’ultimo nostro mezzo secolo. Un periodo storico fatto di sconvolgimenti politici epocali da cui originano cambiamenti sociali che non vengono mai nominati espressamente, ma che si intravedono nello sfondo di un’esistenza che sembra andare avanti per inerzia.
Anni ’80, nel grigiore di un paesino dell’Est europeo la vita è dignitosa e a colori, nonostante le foto appaiano in bianco e nero o con colori innaturali. La gente vive vite di provincia del tutto simili a quelle di altri luoghi a ovest, cercando un qualche tipo di riscatto; un albergo sul lago raggiunto con una vecchia Skoda fa da confine materiale alla libertà astratta di due giovani che già intuiscono - nella carne - il cambiamento che da là a qualche anno sarebbe arrivato. La guerra del golfo negli anni ’90 vede militari, giovani ed estranei a quelle terre e a quel conflitto, che per necessità varie e senza alcun ideale rischiano quella vita a cui non sentono di appartenere. Istvan è tra loro: mercenari eppure uomini. Il lusso di una Londra sfavillante, attraversata a bordo di limousine o BMW potenti, prima come autista e poi come padrone, fa saggiare un capitalismo fatto di malcostume e benessere dove basta una mostra d’arte per dare respiro.
Istvan è un personaggio laconico ed essenziale che più che vivere si lascia vivere, cavalcando quasi per caso gli eventi tragici e fortunati che la vita gli propone; si muove in questi ambienti come scivolando su una lastra di ghiaccio, viene trafitto e trafigge ma in tutto questo rimane come uno spettatore in attesa, impersonando probabilmente l’uomo contemporaneo, spettatore di un mondo che sembra andare avanti da sé prevaricando il senso stesso dell’esistenza. Intrecciando relazioni che lo vedono sempre distaccato, se non nella carne che sembra essere il suo unico strumento di misura a fargli da guida, vivendo la vita nelle sue diverse sfaccettature: una storia adolescenziale con una donna più grande dall’epilogo inimmaginabile, l’esperienza nell’esercito, un lavoro spersonalizzante che gli consente, grazie a un incontro fortuito... nella carne... la salita nella scala sociale, e poi l’amore mai provato veramente ma vissuto, come Istvan vive ogni cosa: senza slanci, subendo gli accadimenti, brutti o belli che siano, con rassegnazione. Non ama come non riesce ad odiare.
La risposta alla domanda dove voglia andare a parare l’autore arriva nel finale. E allora ci si ritrova a rileggere il romanzo per mettere tutti i tasselli in fila, e scoprire – come nella migliore letteratura pasoliniana – che il riscatto umano ha una natura diversa da quella che il capitalismo vuole farci credere; ed ecco che Istvan, senza saperlo, impersona l’uomo contemporaneo dove con amara consapevolezza è facile specchiarsi. Ora posso dire che questo romanzo mi è piaciuto immensamente.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Nella carne
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