- Autore: David Szalay
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2019
- ISBN: 9788845934070
Il tempo del volo è un tempo sospeso. Un tempo limbico, consumato fra lo spazio relativo della carlinga di un aereo e quello assoluto del cielo. In questo sovrapporsi di micro e macrocosmi, il passeggero è da solo; chiamato al confronto con se stesso e l’esiguità di una condizione che lo trascende, affidata all’ambiente atmosferico e all’abilità del pilota. L’intuizione di David Szalay - assumere cioè l’aeroporto come filo conduttore delle storie “a staffetta” contenute in Turbolenza (2019, traduzione di Anna Rusconi, di fresca ristampa per la collana Gli Adelphi) - è sottile.
Dodici storie di inquietudine interiore, metaforizzate tra un terminal e l’altro di aeroporto. Dodici frame di storie potenziali per dodici personaggi che si succedono in piano sequenza narrativo, riflesso dei trascorsi relativi di compagni di volo intersecati e perduti alla fine di ogni viaggio. I personaggi posti in essere da Szalay risultano accostabili, in sintesi, a un doppio filo rosso: il primo di prossimità nell’esclusiva circostanza di un tragitto aereo; il secondo di sospensione (fisica e interiore), in bilico tra stasi e imprevisto, solitudine e nuovi amori, scoramento e speranza. In appena poche pagine per capitolo, il miracolo di David Szalay consiste nella restituzione per ciascun personaggio di un piano interiore sfaccettato e al contempo riassuntivo del vissuto fin lì. Un’essenzialità formale, quella di Szalay, che unitamente all’imprevedibilità del destino di ogni personaggio, suggerisce al lettore il perturbante di una reiterata incertezza. Ciascun capitolo del romanzo è inquadrato dal focus di un diverso anti-eroe, e intitolato con la sigla di una diversa tratta aerea, a insinuare un relativismo ontologico, l’accezione instabile, quasi rarefatta dell’animo umano. Niente come il non-luogo asettico di un aereo agevola le riflessioni ontologiche: a 12.000 piedi dal mondo conosciuto è inverosimile nascondersi a se stessi. Improbabile fuggire dalle proprie zone d’ombra.
Allora, nonostante la vodka, lei sentì la paura montare come il rumore dei motori in una serie di stadi definiti – prima un tipo di sonorità, poi un altro, mentre veniva schiacciata contro il sedile e il mondo sicuro le scorreva accanto al di là del finestrino. A quel punto della manovra non credeva mai che l’aereo sarebbe effettivamente decollato. Ogni volta si ritrovava a pensare: Dovevamo essere già in volo, c’è qualcosa che non va, così si sorprendeva sempre, in un modo o nell’altro era sempre un momento di profondo stupore, quando il muso si sollevava e l’aereo si staccava da terra – o meglio quando la terra dava l’idea di precipitare sotto di lei.
In ultima analisi, Turbolenza si legge in poco più di due ore. La sua potenza intrinseca sta nel fatto che lo richiudi col desiderio di rileggerlo, per il tanto di ulteriore rintracciabile tra testo e sotto-testo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Turbolenza
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