- Autore: Adélaïde de Clermont-Tonnere
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: E/O
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788833579450
Milady non è una donna che piange. È una di quelle che si vendicano.
Fin da bambino, nel leggere la saga dei moschettieri di Dumas, mi ha colpito questo personaggio dell’antagonista, tanto rara, originale, totalmente perfida nella sua cattiveria da vipera rivestita in bellissime sembianze femminili. Grande manipolatrice, spia ineffabile, il tradimento fatto donna, la quintessenza dell’impostura. Sbagliavo: lo ha dimostrato la giornalista e scrittrice francese Adélaïde de Clermont-Tonnere, che rivede totalmente il ruolo e rovescia la figura, in chiave anti paternalistica. Un romanzo imperdibile il premiatissimo Je voulais vivre, tradotto in italiano da Alberto Bracci Testasecca col titolo Milady e pubblicato dalle Edizioni E/O di Roma (gennaio 2026, collana “Dal Mondo”, 384 pagine).
Ha letteralmente incantato madame de Clermont-Tonnerre, che ha voluto riscattare la sua dignità e autenticità di donna, senza lasciarsi andare però a una filippica femminista rivendicazionista. E di questo la ringraziamo. Certo, definisce l’esecuzione di Milady nel romanzo dumasiano “il più grande femminicidio della letteratura francese”, ma lo fa soprattutto per amore di questa espressione cronistica. Ha tratteggiato una persona e una personalità diverse da quelle native letterarie in Dumas padre. Ne ha fatto una ragazza molto moderna, sia pure nel XVII secolo e alla corte francese di Luigi XIII, tra magnificenze sovrane e intrighi, trame e trine, mantelli, cappe e spade. Un valido strumento nelle mani del cardinale, un uomo quindi. Non solo un’adescatrice, ma una donna e tante insieme: Anne de Breuil, la contessa de La Fère, lady Clarick, Charlotte Backson, lady de Winter baronessa di Sheffield. Sono tutte unificate in una sola protagonista, però, dall’autrice parigina, in questo romanzo storico-letterario in costume davvero elegante, leggibile, bello da fare invidia ai colleghi della narratrice cinquantenne.
Vediamo innanzitutto cos’è Milady per Dumas: la classica dark lady, la femme fatale della vicenda narrata, una sirena incantevole, perfidamente capace, cinicamente fredda, femminilmente seducente. Volto angelico, animo perduto. Usa come armi la straordinaria bellezza e l’indubbio fascino esercitato sugli uomini. Ci cascano anche le donne, perché raggirate, ingannate, sebbene non sedotte, conquistate, irretite, come invece il marchese de la Fere (il moschettiere Athos) o lord de Winter e i tanti uomini di cui sfrutta la debolezza, da sapiente e potente maliarda.
Vive nell’altissima aristocrazia come se fosse il suo ceto di pertinenza naturale, ma nasconde un passato miserabile, da povera, conversa in fuga e ladra, impresso sulla sua pelle con un sigillo come del peccato originale: il giglio marchiato a fuoco sulla spalla dei criminali giudicati dalla legge. Agente e sicario al servizi del cardinale Richelieu, che trama contro la Corona, Milady è causa della morte di Constance Bonacieux (grande amore di D’Artagnan) e del duca di Buckingham, amante della regina consorte di Francia, Anna d’Austria.
Prima di diventare Athos, il conte de la Fère si era innamorato della sedicenne Anne e l’aveva sposata, a costo di mettersi contro la famiglia, scoprendo solo casualmente, per una caduta da cavallo, che l’innocenza della fanciulla era una finzione: il giglio sulla spalla sinistra dimostrava ch’era fatta di ben altra pasta. Avvampando per il tradimento ed esercitando il diritto nobiliare di vita e di morte sulle sue terre, l’aveva impiccata a un albero, dandola per morta. Lei era sopravvissuta, lui aveva trascurato il titolo nobiliare e seguito la vita militare, unico indenne dal fascino della sposa rediviva, nelle belle vesti di Milady.
L’autrice francese ricorda che Dumas la descrive senza mezze misure e sfumature come un essere esclusivamente spregevole. Non c’è traccia di chiaroscuro, è del tutto “nera”.
Vipera, demonio, avvelenatrice, traditrice. Figlia di Eva, immonda tentatrice le cui capacità di simulazione e i cui delitti hanno distrutto la vita di tanti.
Anche la dodicenne Adélaïde vibrava di sdegno leggendo le pagine dei moschettieri. Era terrorizzata da Milady, preferiva la buona e perfetta Constance, era innamorata di Athos, nobile e coraggioso. Ci sono voluti più di trent’anni perché il velo si squarciasse, mettendo a nudo la verità. La storia non è quella creduta, la fine della donna non è giustizia ma rappresaglia e la vita dell’ex giovane Anne, scampata al cappio nel parco, non è stata vendetta ma resistenza di genere, all’oppressione maschile.
È lei in credito con la giustizia: la scrittrice di Parigi si è sentita “chiamata” a realizzare la catarsi di un personaggio femminile tanto esecrato dall’autore che le ha dato vita da renderlo esecrabile per i lettori. Dumas è stato spietato nei confronti di Milady, non le ha dato che una piega, maligna, un volto bello ma crudele, traditore. Morgana, Malefica, Grimilde, una strega tratta dalla realtà o dalla fantasia, non importa.
D’altra parte, il romanziere la racconta poco, sempre a fin di male, mentre Adelaide, discendente nell’arte del bello scrivere, riempie i vuoti, sviluppa una figura e racconta l’infanzia e la caduta di una donna che, colpita ma non annichilita, trova nella spregiudicatezza una risorsa per combattere i nemici con le loro stesse armi, per quanto sleali.
Il giglio sulla spalla non è il simbolo d’infamia di una natura rea, ma il marchio imposto dal potere maschile al genere assoggettato. Milady non piange sulla se stessa marchiata, ma si ribella al predominio maschile, con le armi migliori del suo sesso. Dietro la sua immagine, si sente
battere il cuore di una bambina, poi di una giovane donna piena di forza e di ideali... La sua voce è limpida. È determinata. È la voce di una donna al tempo degli uomini.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Milady
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