- Autore: Raoul Precht
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Lo scrittore, poeta e traduttore Raoul Precht dedica il piccolo, interessante saggio letterario Lo scrittore infedele (Editoriale Scientifica, 2025) a un autore tedesco ormai poco noto o comunque dimenticato, Carl Sternheim, di cui in gioventù aveva tradotto in italiano un racconto, Schuhlin, ma che poi aveva abbandonato. Ora, giunto alla maturità della sua carriera di autore di numerose opere (l’ultima che ho potuto leggere e apprezzare dal titolo Quintetto romano), Precht decide di riprendere in mano la vita e le opere di Carl, sepolto a Bruxelles nel cimitero di Ixelles, dove si era rifugiato già prima della Grande Guerra e dove aveva vissuto venti anni della sua vita, per dedicare al commediografo e celebre autore tedesco del primo Novecento l’attenzione critica che meritava.
Il viaggio in Belgio di Precht sulle tracce dello scrittore, morto nel 1942, comincia dalla visita alla sua tomba. La lapide reca non solo il nome di Sternheim, ma anche quello di un’altra persona, Marcel Hastir: perché tale prossimità, tale intimità fra i due, visto che il secondo era morto nel 2011? Chi era questo Hastir? Le domande che Precht si pone sono moltissime, nell’accingersi a dedicare il suo libro a questa figura di cui si deve scoprire ancora tutto: la sua vita privata, le sue tre mogli, i due figli, i suoi viaggi, una sorta di follia, i suoi fallimenti, il contesto storico in cui quella vita ebbe i suoi momenti significativi. Ma nel voler trovare i nessi biografici e letterari della vita di Carl, Precht deve confrontarsi con la sua stessa vocazione di scrittore, con la sua vita, con il rapporto con sua moglie Barbara, quello con i suoi figli, in una sorta di confronto fra le sue vicende biografiche e letterarie e quelle dell’autore che sta cercando di far rivivere.
Eccoci dunque a inseguirlo in un albergo di Bruxelles il cui portiere parla solo inglese malgrado lui gli si rivolga in francese, preda delle sue ubbie e insonnie notturne, volutamente isolato dal contesto chiassoso della sala da pranzo, alla ricerca di spazi appartati, dove bere cattive birre “aromatizzate alla ciliegia” in un tavolo lontano dagli sguardi degli altri avventori. La Bruxelles in cui si aggira Precht, alla ricerca di luoghi e case frequentate da Carl, è lontana dalla moderna capitale europea; sono quartieri vecchiotti, fuori mano.
La parte più coinvolgente della ricostruzione della vita tumultuosa di Sternheim è certamente quella dedicata alle sue tante donne e alle tre mogli. Interessante la vita di quella più amata, Thea; sposata con l’avvocato ebreo Lowenstein, che non esita a lasciare dopo essere diventata amante di Carl da cui aspetta una figlia, che nascerà nel 1905, Dorothea, detta Mopsa, sarà uno dei veri personaggi fascinosi di questo libro originale, empatico e appassionante. Precht ci fa incontrare Kafka, Klaus ed Erika Mann, Pamela, figlia di Frank Wedekind, che sarà l’ultima giovane moglie di Carl.
Ma una parte importante del libro di Raoul Precht è certamente la sua riflessione sul ruolo dello scrittore e del suo lettore; non vuole scrivere una vera biografia, non vuole
correre dietro ai simulacri di una vita destinata a rimanere estranea
a chi legge. Per spiegarsi meglio, lo scrittore ricorre ad alcuni versi di Montale: “Ciò che di me sapeste / non fu che la scialbatura / la tonaca che riveste / la nostra umana ventura”. Nell’ultima parte del saggio, o meglio della narrazione, sembra quasi che Precht si sovrapponga al “suo Carl”.
Per me, in tempo di pace e d’indifferenza [...] restavo ugualmente preda di una sotterranea inquietudine che mi portava a identificarmi più con Carl che con Stefan (Zweig): non che fossi perseguitato, ma avevo la medesima sensazione che i miei sforzi non portassero a niente, che gli interlocutori cui pensavo scrivendo i miei saggi stessero scomparendo uno dopo l’altro, che le letture fatte in passato, Carl compreso, fossero esperienze solamente mie [...] impossibili ormai da condividere con una società che non legge più.
Un grido di dolore, quello di Raoul Precht, che mi sento di condividere, quello dello scrittore che usa le parole della lingua per comunicare, e questa lingua appare morta, strumento di incomunicabilità con una società che non fa che sfregiarla e ignorarla.
Il libro è dedicato alla moglie Barbara, che ringrazia per la pazienza avuta con lui nella lunga stesura, e al comune amico Filippo Tuena, un altro scrittore importante.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Lo scrittore infedele
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