Il 17 ottobre 1972 sul Messaggero esce un’intervista a Ignazio Silone, a cura di Gino De Sanctis, intitolata Credere senza obbedire, che si può leggere integralmente sul Volume Secondo dell’edizione integrale delle opere di Silone a cura di Bruno Falcetto, Silone, Romanzi e saggi , vol. II, I Meridiani, 1945 – 1978, Arnoldo Mondadori Editore, 1989 alle pagine 1285-1290.
Il giornalista, mettendo da parte la classica forma domanda-risposta, inserisce descrizioni e narrazioni con ampi squarci di virgolettato. L’intervista ha inizio dalla ripresa non pedissequa di riflessioni ad alta voce, quasi un borbottio, del settantaduenne scrittore marsicano. Certo, per indagare il senso dell’avventura umana non si può considerare come unico ingrediente solo il succo, perché in ogni vita, come in ogni frutto, oltre al succo hanno importanza anche la polpa e il seme e la buccia, cioè il mondo esteriore.
Il giornalista ce lo presenta prima a occhi chiusi, mentre medita prima di esprimere qualsivoglia opinione, perché la paura più grande è quella di:
[...] parlare per sentenze, per giudizi prefabbricati, di affermare alcunché che non alluda anche alla sua possibilità dialettica, al ripensamento, all’approfondimento, fino al rovesciamento.
Il suo volto enigmatico, con un’espressione tra il grave, il triste e l’atteggiamento dubitativo condito del suo tipico umorismo e da un accenno di sorriso, viene interpretato dal giornalista come segno del suo sempre più marcato distacco dall’avventura umana, intesa come quella del povero cristiano del suo romanzo su Fra Pietro da Morrone, che diverrà papa col nome di Celestino V.
Dal borbottio si passa a un discorso che oscilla tra lentezza, accesa emozione e silenzi meditativi.
La prima parte di virgolettato sulle domande essenziali, quelle senza risposta, merita di essere riportata per intero, perché ci fa cogliere l’essenza di uno scrittore delle domande piuttosto che delle risposte e ci offre una sintesi illuminante e spassionata sull’esistenza dello scrittore:
[…] le domande essenziali, capitali, d’accordo, le sole che contino davvero; ma le risposte sono ancora in viaggio. Quando arriveranno non saremo più alla stazione ad attenderle. […] Proprio in questa età io sono tornato alle domande radicali, a quelle dei miei quindici anni: torno sempre più alla mia radice cristiana che ha ben poco e forse nulla a spartire con la Chiesa. Il mio impegno politico, la giovanile milizia nel nascente partito comunista italiano, gli incontri e gli scontri coi russi, la persecuzione dei fascisti, l’odio e l’ostracismo dei comunisti, l’esilio, la fortuna letteraria nel narrare tutto questo, oggi lo so molto bene, sono state distrazioni volontaristiche da quelle famose domande senza risposte, e adesso, sento che questo tipo di pensieri, di ogni giorno, mi creda, quasi ogni ora, sta scacciando ogni altro tipo di pensiero e memoria.
Molti anni prima, esattamente il 2 settembre 1937, la riflessione sulle domande essenziali aveva portato Silone ad affermare l’estrema utilità politica e sociale del fare domande, piuttosto che dare risposte, nella famosa lettera a Walter Biemel, scrittore romeno in lingua francese, giornalista e traduttore dal tedesco:
Mi si è rimproverato di porre delle domande e di non dare risposte. Fontamara finisce con un punto interrogativo, Pane e vino con il segno della croce, alla fine di un capitolo dove Spina ammette la sua diffidenza verso i simboli trascendentali. Io credo che l’essenziale, oggi, sia porre domande.
Le molte domande e le poche risposte interlocutorie, come quelle sul dopo morte, sembrano affliggere Silone nella stesura di ciò che sta scrivendo (sicuramente egli allude a quel romanzo incompiuto che poi, completato dalla moglie Darina, uscirà postumo con il titolo di Severina) a partire da un qualche punto fermo che si può definire cristianesimo, ma solo per brevità:
Il cristianesimo è la forma che la società occidentale, in senso lato, ha saputo dare a una “morale naturale dell’uomo superiore” cioè al senso di responsabilità che l’individuo superiore – cioè giunto al livello di coscienza – sente verso gli altri. Cristo seppe portare questo sentimento di responsabilità al sublime paradosso di amare il nemico.
L’intervista riporta il virgolettato sulla crisi profondissima che la Chiesa sta attraversando, definita da Silone la crisi del dopo, cioè dei Novissimi della tradizione cattolica, ovvero, sulle quattro tappe definitive che attendono l’essere umano (individuate in morte, giudizio, inferno e paradiso) sulle quali Silone, che si autodefinisce il vecchio comunista, il dissidente, il predicatore di autonomia e libertà, di umanità sociale, rimane impegolato negli antichi dubbi.
Molto interessante anche la riflessione successiva su una presunta utilità dell’esistenza umana, che prende le mosse dal problema della sopravvivenza, che inquieta continuamente l’autore, anche se razionalmente appare insolubile:
Oggi mi accorgo che non solo l’uscita dal partito comunista verso le regioni e le ragioni della libertà fu un’uscita di sicurezza, ma che anche il mio primo impegno comunista fu anch’esso un’uscita di sicurezza da questi problemi che sono i soli che interessino radicalmente, totalmente gli uomini. […] questa può essere una mia risposta provvisoria, interlocutoria: ho una certezza irrazionale, quasi magica, un sentimento se vuol chiamarlo così: che la vita non sia assurda, che la vita serva, debba servire a qualcosa.
L’intervista si sposta poi su Jacques Monod e si allude sicuramente al saggio Il caso e la necessità, saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea del famoso biologo e filosofo francese, che ha definito la vita come caso e necessità. Silone professa di conoscerlo bene e lo definisce sentimentale, acceso, passionale, ma ne prende le distanze perché nella sua riflessione dà delle certezze, mentre Silone afferma di continuare a insinuare dubbi cristiani e si professa, ancora una volta, fiero oppositore delle strutture, degli apparati e di tutti gli -ismi:
Si porta il proprio dubbio all’ammasso della Scolastica nei seminari cattolici, e all’ammasso del marxismo-leninismo nei seminari comunisti. Tutti sottintendono che quell’ammasso, gremito, nasconda immani menzogne. Ma l’interessante è che sopravviva e splenda la struttura, si chiami essa Chiesa o Partito, o Dottrina. Le istituzioni non servono le idee o gli ideali, ma si servono di essi. Il partito comunista non serve il proletariato, si serve del proletariato.
Le ultime riflessioni conducono Silone a una lucida consapevolezza sulla necessità di un altro succo da richiedere continuamente alla vita:
[...] il perenne libero volo del pensiero, la libertà autentica della cultura e dell’informazione, la libertà assoluta dell’arte anche quando essa giunge all’assurdo e all’incomunicabilità […] Eccellente artista è colui che riesce a esprimere se stesso ed insieme a comunicare con gli altri.
Perché l’arte e comunicazione e ogni arte comprensibile è cristiana, in quanto tesse il dialogo fra l’io e gli altri. E uno dei valori fondamentali della vita è la regola cristiana di riconoscersi nell’altro e questo costituisce una risposta, non una domanda:
Mi attengo a quel valore; già per mia natura io non odiai mai nessuno, non odiai Mussolini pur combattendolo e non odiai Togliatti che mi combatté. Ma ora, con l’età avanzata, vado sempre più avvicinandomi a una comprensione per tutti, e forse è già un approccio all’amore e alla morte. Ecco: l’indulgenza è già un traguardo intermedio. Si acquista con gli anni e col dolore. Meditandovi su, naturalmente; poiché non basta sommare anni e dolori.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Credere senza obbedire”: la lezione di Ignazio Silone sul valore fondamentale della libertà della cultura
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