Sanderbakkes, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Roma, 26 febbraio 2026, Libreria Spazio Sette. Dinanzi ad una sala gremita, Kader Abdolah, sollecitato dalla moderatrice Lisa Ginzburg, ha raccontato al pubblico la genesi di Quello che cerchi sta cercando te (2025, Iperborea, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo), un’opera che intreccia biografia, poesia e riflessione esistenziale attorno alla figura del poeta e mistico persiano del XIII secolo Rumi.
Abdolah riconosce che numerose opere sono già state scritte su Rumi e ammette con autoironia che non era necessario che lui ne scrivesse un’altra. Tuttavia, spiega, con umiltà e allo stesso tempo determinazione, l’esigenza di ritrovare le proprie radici in un momento delicato della sua vita in cui la nostalgia di casa si faceva sentire più forte del solito. Attinge quindi ai classici della sua cultura per recuperarne il sapore di casa, il suono della sua lingua e, attraverso una traduzione e rivisitazione di poesie e narrazioni della tradizione persiana, ripercorre la vita di Rumi in particolare nelle esperienze di esilio in cui si rispecchia.
Link affiliato
La presentazione ha posto l’accento su alcuni dei temi ricorrenti dell’opera: la casa come luogo dell’anima, l’esilio e la nostalgia che accompagna chi lascia tutto dietro di sé, e il potere salvifico della lingua e della letteratura nel creare nuovi punti di appartenenza e significato.
Ricordiamo che nostalgia deriva dal greco e significa letteralmente il dolore del ritorno a casa. La storia ci narra che il primo a parlare di nostalgia fu un medico svizzero che osservava il dolore che affliggeva i soldati lontani da casa per lungo tempo. Dunque gli elementi sono tutti ravvisabili in Abdolah: la distanza dalle radici, la casa come tematica ricorrente, la ricerca di un luogo simbolico da abitare.
Lingua come casa: dal persiano al neerlandese
Come già noto dal suo primo successo letterario autobiografico Scrittura cuneiforme (2003), Abdolah è cresciuto con un padre sordomuto che lo aveva educato a comunicare attraverso la lingua dei segni. Facendo riferimento a questo vissuto personale, l’autore ha condiviso con il pubblico l’esperienza della comunicazione paterna fatta di immaginazione, gesti e silenzi che ha segnato profondamente il suo modo di pensare alla parola e alla narrazione. Parlando del neerlandese e del processo di apprendimento di questa lingua ai fini della scrittura, Abdolah ha riconosciuto il passaggio attraverso l’esperienza della comunicazione tramite la lingua dei segni.
Infatti, quando si è avvezzi ad attingere a pochi segni essenziali per una comunicazione intima, nella quotidianità, trovarsi nella condizione di apprendere una lingua nuova, per quanto posseduta solo nei suoi rudimenti e magari storpiata, deve sembrare un lusso inatteso: la possibilità di abitare l’imperfezione non fa più paura. Da questa esperienza intensa e personale è partito Abdolah per costruire una nuova vita, una nuova identità in un paese e in una lingua che lo ha accolto e gli ha offerto l’opportunità preziosa di una carriera letteraria.
Eppure Abdolah non ha esitato ad esprimere anche una certa critica: pur apprezzando le possibilità offerte dalla sua nuova lingua, ha riconosciuto come essa a volte possa risultare meno ricca rispetto alla fluidità, alla musicalità e alla profondità espressiva del persiano. Messe a confronto, non senza una certa ironia, Kader ha sottolineato come il persiano sia in grado di esprimere concetti spirituali che a suo avviso trovano scarsa rispondenza in qualsiasi altra lingua, tanto più nel neerlandese, lingua che definisce sotto il livello del mare.
Se possiamo ravvisare nel sentire di Abdolah una coincidenza nello sviluppo storico del neerlandese che, lingua di ceppo germanico, ha seguito uno sviluppo consono al suo utilizzo prettamente commerciale e concreto, quale era ed è tuttora il popolo che ne fa uso, tuttavia dalle parole dell’autore traspare un rancore sordo verso ciò che, involontariamente, lo ha privato delle sue radici, pur offrendogli al contempo la salvezza. Il luogo di accoglienza di un esiliato ricopre il ruolo ancestrale e archetipico della Grande Madre, che dà la vita e la toglie, che crea e distrugge, fa nascere e divora, lasciando un ambiguo sapore dolce-amaro, l’unico che del resto permette al figlio, il puer, di crescere.
In una sorta di risonanza analitico-archetipica, un ruolo analogo lo ricopre il paese di origine che ha dato la vita e ha scacciato, spesso metaforicamente, nello specifico caso concretamente, il proprio figlio il quale, volgendo lo sguardo indietro, non vede più quella madre amorevole, quel padre attento, che lo hanno cresciuto, non riconosce più la propria immagine in quello specchio simbolico della terra d’origine. Di fatto l’esiliato, il migrante, resta metaforicamente orfano, in una continua oscillazione nostalgica tra un luogo e l’altro.
In tal senso, la lingua diventa davvero una forma di casa: non solo uno strumento di comunicazione, ma un luogo di radici interiori, di sensazioni e memorie che accompagnano chi migra e si confronta con mondi linguistici diversi.
Rumi, migrazione e nostalgia come esperienza universale
Nel dialogo con i lettori, Abdolah ha spiegato perché ha scelto di ripercorrere la vita di Rumi: il celebre poeta persiano nacque a Balkh (oggi in Afghanistan) e fu costretto a fuggire insieme al padre per sottrarsi alla violenza dell’invasione di Gengis Khan. Come il poeta Rumi secoli addietro, Abdolah ha conosciuto l’esperienza dell’esilio. Un esilio geografico, politico, ma anche linguistico. Ed è proprio nelle parole, nei versi e nel pensiero del poeta persiano che Abdolah ricerca e riconosce le proprie radici. Un rispecchiamento esperenziale, esistenziale che li unisce nella lingua di origine e nelle antiche tradizioni persiane.
Rumi, la cui poesia ha attraversato secoli e continenti, diventa così per Abdolah un’anima- specchio: entrambi hanno trasformato il dolore della migrazione in energia creativa.
Casa, letteratura e memoria
Durante la presentazione, è emersa con chiarezza un’idea centrale: la letteratura non è solo narrazione, ma forma di salvezza, memoria e identità. Abdolah ha citato esempi tratti dalla grande tradizione — dall’Odissea a Dante — per illustrare come la casa, in particolare la perdita della casa, sia sempre un tema fondamentale nella letteratura: non soltanto come luogo fisico, ma come idea di appartenenza, perdita e ritrovamento.
In psicologia si parla di sindrome di Ulisse, ad indicare quella tristezza che invade gli animi dei migranti nel ricordo, edulcorato, distante, idealizzato, del proprio paese di origine. La nostalgia costruisce memorie dolci e talora ingannevoli di quell’Itaca che rimane un non-luogo impresso nelle nostro vissuto.
Lo scrittore ha inoltre sottolineato il ruolo delle grandi storie sacre e classiche, tra cui la Bibbia, definita dal narratore la storia divina più bella mai scritta: un testo in cui archetipi, viaggio e senso di appartenenza umana si intrecciano in una profondità spirituale unica. Il titolo del libro si ispira al versetto biblico Chi cerca trova, ma lo modifica in ciò che cerchi, sta cercando te, dunque una risonanza energetica e spirituale in cui si ravvisa una convergenza tra l’impegno di chi si mette alla ricerca, di chi ha un obiettivo e l’obiettivo stesso che verrà attirato verso di lui. Una rivisitazione in chiave spirituale del detto popolare aiutati che Dio ti aiuta, laddove Dio è incarnato da energie che convergono verso lo sforzo di chi si impegna a perseguire un traguardo.
L’attualità di “Quello che cerchi sta cercando te”
Quello che cerchi sta cercando te si presenta dunque come un’opera che va oltre la semplice traduzione delle opere di un poeta del Medioevo: è un testo capace di parlare alla nostra contemporaneità, alle tensioni del mondo relazionale e culturale di oggi, al dialogo tra lingue e tradizioni, e alla costante ricerca di casa e identità da parte di chi migra.
Un richiamo particolarmente interessante nella presentazione romana di Quello che cerchi sta cercando te ha riguardato la figura del padre che si ravvisa anche in altre opere precedenti di Kader Abdolah, in particolare La casa della moschea (Premio Grinzane Cavour 2009). Pubblicato in lingua neerlandese nel 2005 (Iperborea, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo), il romanzo esplora temi cari all’autore come i valori della famiglia, della tradizione di fronte al cambiamento storico e culturale dell’Iran. In un momento storico come quello di oggi, in cui, mentre le parole di questo articolo scorrono sullo schermo, in Iran si sta affrontando un attacco militare, la forza della narrativa di Abdolah è quanto mai attuale e necessaria.
leggi anche
I libri da leggere ambientati in Iran
La casa nelle sue opere assume una valenza simbolica, spazio che conserva memorie, radici e relazioni; mentre la figura del padre, custode di legami e tradizioni, rivela un file rouge che attraversa la produzione di Abdolah. Collegando tutto cio’ al suo vissuto personale emerge una figura paterna che paradossalmente ha donato la parola e la scrittura all’autore. Nonostante tradizionalmente e archetipicamente sia il ruolo del femminile quello di tramandare la lingua e le tradizioni, in questo caso il padre ricopre un ruolo duplice di femminile e maschile, garantendo la trasmissione delle radici non tanto linguistiche ma piuttosto del sentire profondo e della necessità di narrare il vissuto emotivo conferendogli forma e rendendolo esperienza.
Oggi, proprio mentre le bombe esplose in Iran in questi giorni riecheggiano in lontananza nelle nostre menti, raccogliamo l’invito di Kader a riflettere sul senso della parola casa.
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Kader Abdolah presenta “Quello che cerchi sta cercando te”: un viaggio tra lingua, esilio e casa
Lascia il tuo commento