Ferrovia Valle Brembana - Locomotiva
Per noi figli del ’900 e di questo primo scorcio di terzo millennio, abituati a considerare il treno un mezzo di trasporto come tutti gli altri e ormai persino un po’ vetusto, è difficile immaginare il forte impatto che la sua comparsa ebbe nella società ottocentesca, intesa come singoli individui e comunità.
Nel XIX secolo la rete ferroviaria si sviluppò rapidamente, cambiando in profondità l’assetto paesaggistico ed estetico del nostro Paese (e non solo), soprattutto perché, per far spazio ai binari, fu necessario abbattere o almeno ridimensionare aree verdi fino ad allora incontaminate.
Il poeta e pittore Emilio Praga, fra i massimi esponenti della Scapigliatura, intorno agli anni ’60 del 1800 visse in prima persona la nascita della ferrovia nell’hinterland milanese ed espresse il proprio pensiero a riguardo in una delle sue liriche più celebri, La strada ferrata, appartenente alla raccolta Trasparenze (pubblicata postuma nel 1878).
“La strada ferrata”: testo della poesia
(A Cletto Arrighi)
Addio, bosco di frassini ombrosi,
ondeggianti campagne di biade!
del villaggio tranquille contrade
dove giuocano i bimbi al mattin.Addio, pace de’ campi pensosi,
solitarie abitudini addio;
l’operaio sul verde pendìo
già distende il ferrato cammin.Passerà nell’antico convento,
sulle fosse dei monaci estinti;
se all’inferno non giacciono avvinti
lo sa Iddio che stupor li corrà!Dove il cantico, inutile, lento,
si perdea per la pinta navata,
volerà, dal suo genio portata,
via, fischiando, la scettica età.Che terrori nel nido latente
degli ignari augelletti quel giorno!
Da tugurio a capanna d’intorno
che susurro, che ciancie, quel dì!Che dirà questa povera gente,
cui repente – il miracolo appare?
Vecchierelli, aspettate a spirare
quando giunta la strada sia qui.Che diran gli infelici cui preme
la tremenda miseria del pane?
E cui nulla concede il dimane,
nella vita, che affanni e sudor?Quando accanto all’aratro, che geme
lentamente nei solchi girando,
scorrerà, quasi ai pigri insultando,
l’uragano del nostro vapor?Ahi l’aratro, il congegno diletto,
che diventa al confronto fatale?
Veh! Coll’oro si fabbrican l’ale!
Veh, se i ricchi le sanno pensar!E, tornando al miserrimo tetto,
scorderan per quel dì la canzone,
e nei sogni la strana visione
tornerà nuovi enigmi a fischiar.Ma le vispe fanciulle dei campi,
che cullato ancor bimbi non hanno,
e ancor tutti gli stenti non sanno
che si sposano ai cenci quaggiù;ma i garzoni che guardano i lampi
quando tuona, con ciglia inarcate,
ma le donne, filando invecchiate
cinto il cuore di arcigne virtù,che clamori faran sulla via,
quando giunge il convoglio solenne;
chi dirà di vedervi le penne,
chi Satàna a tirarlo con sé;e del fumo, che lento si svia
mentre lungi già il treno è trascorso,
seguiran quasi estatici il corso
brontolando: « No, fumo non è! »Ma i più furbi bisbigliano invece:
«Sì, che è fumo, e ai vigneti fatale:
la campagna di un soffio letale
può colpir tutta vasta quant’è.Ah il Signor queste cose non fece;
no, per me, non ci vado in vapore.
Ehi compar! L’asinello è migliore;
questo almeno il Signor ce lo die’».Razza mesta, alle celie bersaglio
della plebe, cui sopra tu stai,
sul mio volto quel dì non vedrai
insolente il sorriso spuntar.Ma deposto il mio caro bagaglio
io verrò ne’ tuoi crocchi festivi,
non più traccia di baci furtivi,
ma coi maschi da senno a parlar.E dirò: «Questo fischio fugace
gira il mondo e affratella le genti,
rispondetegli intorno plaudenti,
cospargete il gran carro di fior.Esso è l’arca novella di pace,
che i futuri destini rinserra,
non più stragi di popoli in guerra,
non più schiavi di avaro lavor!Voleran da villaggio a cittade
nuovi patti: cultore e artigiano
stesa ai ricchi la nobile mano
insiem l’almo edificio alzeran.E tesoto di nuove rugiade
l’umil scienza anche ai cenci concessa,
vi dirà, benché in vesta dimessa,
sante cose, che i preti non san.Vi dirà che gli è sacro al paese
il sudore dei volti onorati,
come sacro è il valor dei soldati,
come sacra è la mente del Re.Che non siete più mandrie indifese,
voi famiglie dei solchi dilette,
ma dal vostro vessillo protette,
ma da legge che ingiusta non è.***
O Musa mia, perdonami
se ti ho costretta a far da moralista!
Ma sai quanto mi strazii
dei miseri la vista!
E poiché sì cattolico e stecchito
promette poco il parroco del sito,Misa, a quel primo fischio
bravi sarem, se andremo in compagnia
nella turba dei poveri
sparsi lungo la via,
a seminar qualche parola onesta:
la mission sacrosanta, o Musa, è questa!Ma poi pagato l’obolo,
chi niegherà, mia cara, al tuo pittore
di spiegar l’ali a sciogliere
l’inno del suo dolore?
Deh guarda che monotona pianura!
Ve’ in che forma han conciata la natura!Il mio convento gotico
sparve, e die’ passo a un muricciolo bianco
che dritto e ugual due miglia
va della selva al fianco.
Un ridotto di terra alzò la fronte,
e questo è il nostro fulgido orizzonte.Dimmi, in che selve vergini
andremo a studiar, Musa, dal vero?
Di pali il mondo copresi
che pare un cimitero;
si abbatton torri e quercie e campanili,
il cielo è tutto un rabesco di fili,costumi e tipi perdonsi,
presto la moda viaggerà in vapore;
ammireranno i ciondoli
villico e pescatore.
Musa! E noi pingerem carta bollata
e canterem… la fisica applicata!
(Il casa di Cletto Arrighi il 9 settembre 1860)
“La strada ferrata”: parafrasi della poesia
A Cletto Arrighi (la poesia è dedicata all’amico poeta, anche lui appartenente alla Scapigliatura)
Addio, bosco di frassini che fanno ombra,
campagne ondeggianti di biade!
tranquille contrade del villaggio
dove i bimbi giocano al mattino.
Addio, pace dei campi che stimolavano in noi la riflessione,
abitudini solitarie addio;
l’operaio lungo il verde pendio
già costruisce la strada di ferro.(La strada ferrata) passerà sui resti dell’antico convento,
sulle tombe dei monaci defunti;
se essi non sono già finiti all’inferno
lo sa Dio, che sarà stupito da questa nuova tecnologia!
Dove il cantico gratuito, lento,
si perdeva per la navata dipinta,
se ne andrà via fischiando, portata dal suo genio,
l’età del progresso, che non crede al passato.
Che terrore nel loro nido nascosto proveranno gli inconsapevoli uccelli quando il treno fischierà nella valle!
Di casa in casa sarà la sola cosa di cui si parlerà.
Cosa diranno i poveri e i disoccupati a cui il futuro non concede nulla nella vita se non fatica e sudore?
Quando accanto all’aratro che girando lentamente crea solchi nel terreno, scorrerà come fosse un uragano
quasi insultando la loro lentezza?
Cosa dirà questa povera gente, che subito grida al miracolo?
Vecchietti, aspettate a morire che la strada (ferrata) sia arrivata fin qui.Ahi l’aratro, il mezzo prediletto dagli uomini,
come può reggere il confronto fatale?
Veh! Con l’oro (i ricchi) si fabbricano le ali!
Veh, se i ricchi le sanno pensare!
E, tornando nella poverissima casa,
scorderanno per quel giorno la canzone,
e nei sogni la strana immagine
tornerà a fischiare nuovi misteri (per il contadino l’aratro resterà un enigma).Ma le allegre ragazze dei campi,
che ancora non hanno avuto figli,
e ancor tutti gli stenti non sanno
che si sposano ai poveri quaggiù;
ma i ragazzi che guardano i lampi
con meraviglia quando sentono i tuoni;
ma le donne, filando ormai invecchiate,
chiuso il cuore di aspre virtù,
che grida faranno sulla via,
quando la locomotiva solenne passerà;qualcuno dirà di scorgervi le penne,
qualcun altro che è Satana (il progresso) a farlo muovere;
e del fumo che lentamente svanisce
quando il treno è già passato,
seguiranno quasi in adorazione il suo passaggio brontolando:
"No, non è fumo!".
Invece i più furbi diranno: "Sì, che è fumo, ed è dannoso per le vigne,
con il suo soffio fatale può rovinare tutta la campagna".
Ah, il Signor non ha creato queste cose;
no, per me, non ci vado in locomotiva.
Chi compar! E’ meglio andare con l’asino!;
questo almeno è stato il Signore a darcelo!".Gente insoddisfatta, bersaglio degli scherzi
della plebe, alla quale sei superiore,
sul mio volto quel giorno non vedrai
spuntare un sorriso beffardo.
Ma sistemato il mio caro bagaglio
io verrò in un giorno di festa,
non più in cerca di baci furtivi,
ma a parlare con gli uomini adulti.
E dirò: ” Questo fischio che passa
gira il mondo e unisce i popoli,
rispondetegli intorno applaudendo
cospargete il gran carro di fiori.Esso è la nuova arca di pace,
che i futuri destini racchiude,
non più stragi di popoli nelle guerre,
non più schiavi di gramo lavoro!
Si stringeranno alleanze tra paesi e città: agricoltore e artigiano,
stretta la nobile mano ai ricchi,
insieme alzeranno l’edificio del progresso!E l’umile scienza concederà nuove conoscenze anche ai poveri,
essa vi dirà, anche se in umile veste,
ciò che neanche i santi e i preti hanno saputo dirvi.
Vi dirà che allo stato è sacro il sudore di chi lavora,
come sacro è il valore dei soldati degli eroi che combattono in guerra)
come sacra è la mente del Re (di chi governa).
Vi dirà che non siete più mandrie indifese,
voi famiglie dei solchi dìlette (i contadini),
ma protette dall’Italia e
da una legge giusta.O mia Poesia, perdonami
per questo discorso da moralista!
Ma sai quanto mi addolori
la vista dei poveri!
E poiché così cattolico e arido
promette poco il parroco del posto,
Poesia, quando sentiremo il primo fischio
bravi saremo se andremo in mezzo ai poveri
sparsi lungo la via,
a dure loro la verità:
è questa la vera missione della poesia!Ma poi pagato l’obolo,
chi negherà, mia cara (poesia), al tuo pittore
di spiegare le ali per esprimere il proprio dolore?
Deh, guarda che pianura monotona!
Guarda in che modo hanno ridotto la natura!
Il mio convento gotico
non c’è più e ha lasciato spazio a un muricciolo bianco
che dritto e sempre uguale per due miglia
va del bosco al fianco.
Hanno spianato tutto, ora il nostro orizzonte è il cumulo di terra dove è stata costruita la ferrovia.Dimmi, in quali boschi intatti
andremo a studiare, Musa, dal vero?
Di pali si copre il mondo
che sembra un cimitero;
si abbattono torri e querce e campanili,
il cielo è tutto una rete di fili,
abitudini e tradizioni si perdono;
presto sul treno viaggerà gente alla moda
e il contadino e il pescatore ammireranno i loro gioielli.
Poesia! E noi dipingeremo carta bollata
e canteremo... la fisica applicata!
Metrica e figure retoriche della poesia
La strada ferrata utilizza una metrica piuttosto irregolare e bizzarra. La poesia si divide in due parti distinte e segnate proprio da un evidente cambiamento metrico: i versi da 1 a 96, celebrativi del progresso, sono in quartine di decasillabi, mentre i versi da 97 a 132, dove prevale l’atteggiamento negativo e nostalgico dell’autore di fronte all’inesorabile perdita della bellezza paesaggistica, si alternano settenari ed endecasillabi in strofe di 6 versi.
L’autore si serve, inoltre, di un linguaggio fortemente innovativo, che utilizza termini inusuali in ambito poetico, al fine di rendere al meglio i concetti di progresso e modernità.
Tra le principali figure retoriche si segnalano metafore (il treno stesso, che a un certo punto viene paragonato a un serpente, immagine di forza e di paura insieme), similitudini (rese soprattutto attraverso l’uso di termini comuni e popolari, per nulla aulici), personificazioni (come l’aratro che geme) e antitesi (la vecchia vita rurale che si contrappone alla nuova realtà urbana).
Il progresso e il mondo rurale che scompare, l’atteggiamento del poeta e il ruolo della poesia
L’invenzione del treno con relativo sviluppo della rete ferroviaria in Europa, Italia compresa, segnò intorno alla metà dell’800 una rivoluzione culturale paragonabile a quella che la comparsa di internet ha provocato alla fine dello scorso secolo. Un rivolgimento epocale che di certo non poteva sfuggire all’occhio attento e alla mente aperta di Emilio Praga, che nel famoso componimento La strada ferrata, dedicato all’amico e collega Cletto Arrighi, espresse appieno la reazione propria e dei membri del movimento letterario di appartenenza, quello della Scapigliatura milanese, riguardo a un evento che percepì immediatamente come destinato a mutare per sempre la vita dell’intera comunità.
La posizione dell’autore, come quella dei sodali, è ambivalente: da una parte riconosce e loda l’arrivo del treno come simbolo stesso di un inarrestabile progresso indirizzato ad annullare le distanze geografiche e ad avvicinare i popoli, dall’altra rimpiange la verginità di un paesaggio profanato da viti e bulloni e prova nostalgia per il mondo rurale che sta scomparendo.
Il treno che, fischiando e sbuffando vapore, irrompe con prepotenza nella tranquillità di un villaggio contadino, dove l’esistenza è ancora scandita da una antica laboriosità, rappresenta il confronto e lo scontro fra il mondo agreste e la modernità che sta per soppiantarlo. Tuttavia Praga, da poeta, si sente di rassicurare queste genti stupite e atterrite dalla potenza del mezzo, indicandolo come emblema di emancipazione e fratellanza, sebbene la consapevolezza dei conseguenti lati negativi sia in lui più forte e sofferta che mai.
Come possono sopravvivere il poeta e la poesia in una società dominata dalla tecnologia e da una mentalità improntata al commercio e al guadagno? C’è ancora posto per la bellezza e per i suoi cantori? E se sì, come cambia e qual è il loro ruolo in un mondo completamente diverso da quello che si conosceva?
Anche se ne La strada ferrata Praga si propone di spiegare la realtà alla plebe, che non ha gli strumenti per comprenderla e quindi ne è intimorita, non può tuttavia venir meno alla propria natura di scrittore idealista e visionario e dunque si preoccupa di un possibile ridimensionamento del compito e dell’apporto dell’arte in un contesto così fortemente trasformato.
Chiede perdono alla Musa ispiratrice per essere costretto a rinunciare alla lirica pura per poter spiegare il vero a chi altrimenti non potrebbe intenderlo e, al contempo, non nasconde una struggente malinconia verso un passato che non può tornare e, sopra ogni cosa, per il paesaggio violentato da meccanismi e congegni che non rispettandone la genuinità e la grazia finiscono per distruggerlo. Le strade ferrate, del resto, per espandersi e portare sviluppo hanno bisogno di farsi largo tra foreste incontaminate e rovine secolari, calpestando natura e storia.
Ma non è la fine della bellezza, né di chi la celebra, perché, afferma Praga, il poeta, il pittore e lo scultore si adegueranno e continueranno ad assolvere alla propria insostituibile funzione. Magari si dipingerà "carta bollata" e si canterà la "fisica applicata", ma l’arte resterà sempre la più elevata e meravigliosa manifestazione di cui l’umanità è capace - ed è questo, in fondo, ciò che conta davvero.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La strada ferrata” di Emilio Praga: la poesia sul treno come simbolo del progresso e di un passato che scompare
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