- Autore: Gian Piero Stefanoni
- Genere: Religioni
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Il poeta e saggista Gian Piero Stefanoni (Roma, 1967), in questa sua ultima opera pubblicata da Ladolfi Editore, La città che sale. Connubi (2026), raccoglie sette saggi dedicati ad altrettante voci di autori cattolici che si sono confrontati con il tema della fede nella sua espressione poetica: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco e Madeleine Delbrêl.
Iniziando e concludendo il volume con due figure basilari nella storia della Chiesa (Karol Wojtyla e Madeleine Delbrêl), Stefanoni accosta anche altre voci, che hanno conosciuto il dubbio, “la notte oscura” dello smarrimento, la ribellione, per poi ritrovarsi nell’ancoraggio pacificato dalla parola salvifica del credo.
Il “Dio condividente e condiviso” di Karol Wojtyla era ben presente nel suo poema (dal carattere altamente drammatico) Profili del Cireneo del 1957, in cui intorno al crocefisso si affollano personaggi diversi, diversamente toccati da sventure individuali ma uniti nella vicinanza all’agonia del Nazareno che, pur non essendo nominato, con il suo solo sguardo perdonante aiuta uomini e donne a sollevarsi dalla propria “storia condannata e tradita” verso una verità fatta di luce.
La poetessa e mistica francese Madeleine Delbrêl (1904-1964) conclude coerentemente il libro di Stefanoni dato che in lei – attraverso il suo operare attivamente nel sociale – la poesia opera come sollievo paziente da opporre ai turbamenti e alle prove imposte dall’esistenza quotidiana:
Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami / che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che / i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. / Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana / tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno / per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
Gli altri cinque “connubi” che l’autore propone alla riflessione dei lettori sono dedicati appunto a poeti che si sono imbattuti in momenti di buio, di solitudine, di disamore, uscendone quasi sempre più forti grazie all’illuminazione offerta loro dalla fede. Per primo, Francis Jammes (1868-1938), “il solitario, il contraddittorio ma magnificamente nudo servitore dei Pirenei”, il cui Le Crucifix du Poète ci indica che dello stesso legno della croce sono fatti “il letto, la ruota del carro, la mola, il torchio, la madia, la tavola”, oggetti tutti umani, usati e abusati da noi “spiriti inquieti […] nel ritrovamento o nello smarrimento, nell’accoglienza o nel rigetto” di una nuova rivelazione. E se umano è il richiamo tenerissimo di Jammes, troppo umano addirittura sembra il timbro poetico di Giovanni Testori (1923-1993), che al corpo nella sua fisicità, “evento immenso”, ha dedicato splendidi versi, adoranti la Creazione in quanto continua Incarnazione, scoprendo
nell’oscenità delle piaghe di un contemporaneo che prima fagocita e poi nutrendosene respinge, ha nei luoghi terminali del contemporaneo stesso la sua più ispirata tensione.
Nell’eccezionale e scandalosa tragicità di testi testoriani come In Exitu o Diadémata, Stefanoni rileva la possibilità di salvezza dal grado zero dello squallore nel ritrovarsi figli di un “Padre a cui tornare ed essere”, sapendosi inseriti “in una progettualità innamorata, perché desiderata, pronunciata, cercata”.
Più vicino al respiro di Dio nella contemplazione è il connubio interpretato da Gerard Manley Hopkins (1844-1889), poeta e gesuita inglese che celebra la bellezza come emanazione del divino e della natura, capace di sollevare gli animi dalla quotidianità inaridita e macchiata dai traffici e dal dolore. Miserie che Hopkins ben conosceva e pativa nella sua attività di servizio pastorale nella Liverpool dei diseredati, consapevole che la sofferenza può diventare viatico per la salvezza quando in essa la presenza divina cela una promessa di grazia.
A Charles Péguy (1873-1914), testimone di una fede combattiva, “attaccata, compressa da scelte apparentemente audaci, contraddittorie”, viene riconosciuto il grande merito di confidare gioiosamente nella speranza, “bambina da nulla” che pur in uno stato di mendicità dichiara la propria fiduciosa certezza nell’Amore che ci vuole liberi. E coniuga questa speranza con la parola poetica, entrambe capaci di
vedere e confortare dal buio, dal buio penetrare e innaffiare, sacralmente ricordandole nel loro racconto, dignità e aspirazioni del mondo.
Infine “disperatamente ed eternamente umana la voce” dell’architetto e poeta romano Mario Dell’Arco (1905-1996) risuona nel quinto saggio del volume di Stefanoni, annodando la propria vicenda umana e professionale alla storia della città eterna e cristiana, narrata nella sua lingua vernacolare, vicina più al popolo dei credenti che all’ufficialità ecclesiale. Una vicenda umana che per il poeta si conclude con una negazione, con l’abbandono della fede e il rifiuto della resurrezione, di fronte a un’umanità non più soccorribile, “un arveare d’ommini / oggi un mar de spini: / le braccia tese ar celo / a chiede aiuto”. Nello smarrimento silenzioso narrato da Dell’Arco, forse la poesia può indicare una via d’uscita, rammendando quello che si è sdrucito, dando alimento e conforto alle tensioni e contraddizioni che segnano l’esistenza di tutti, nella realtà sociale sempre più divorante che ci assedia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La città che sale. Connubi
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