- Autore: Margherita Vitale
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2025
Mi chiamo Anna Maria Bracci e sono stata uccisa il 18 febbraio 1950.
Il suo è un vecchio caso di cronaca nera capitolina, tutt’ora irrisolto, un delitto senza colpevole, un piccolo femminicidio pretermine, perché la vittima era soltanto dodicenne. A raccontarlo, con fedeltà cronistica ma soprattutto con grande partecipazione emotiva e narrativa, è Margherita Vitale. Non ancora quarantenne, legale a Milano dopo studi di giurisprudenza romani, ha firmato La bambina nel pozzo. Il caso Annarella Bracci. 1950, uno dei sempre validi e ben scritti volumi (novembre 2025, 288 pagine) della collana “Nero900”, delle Edizioni fiorentine Giunti, diretta da Gianni Biondillo: i casi più neri della nera italiana.
Annarella e Lionello sono le voci narranti. Si alternano nei rispettivi capitoli a raccontare di se stessi e del proprio spicchio di vita. Lo fanno in presa diretta, in prima persona l’una, la piccola, e l’altro, l’ex prigioniero degli inglesi dopo El Alamein. La guerra è finita solo da cinque anni. L’Italia si rialza faticosamente, le ferite materiali e morali si rimarginano lentamente e Roma è il paradigma del Paese: ai guasti bellici se ne aggiungono di nuovi - sociali, occupazionali, di classe, di emarginazione. Sono tempi tanto diversi da oggi, poveri e per niente belli. La narrazione riporta alla mente gli scenari urbani malsani del Lampionaio (per chi li ha letti nella narrativa britannica per ragazzi, quasi verista, del 1854) e l’indigenza della piccola fiammiferaia di Andersen, nella sua favola ma non troppo. Soprattutto, ricorda il lavoro minorile disperato e spietato ne I racconti del piccolo vetraio di Olimpia De Gaspari.
L’avvocato autrice scrive di genio e spesso di getto, con il cuore, ma senza scivolare nel pietismo. È verismo. Ad Annarella, consapevole di appartenere alla categoria “degli ultimi” - non perchè orfana, ma figlia di disagiati - fa raccontare le giornate nel Collegio delle Benedettine del quartiere Prati, tra il 1940 e il 1948. Disciplina dura, inflessibile, come in un reclusorio-caserma. A Lionello, invece, fa descrivere la periferia romana, Pietralata. Abitazioni misere, case popolari sovraffollate, bagni in comune in cortile, tetti rotti e pavimenti bucati, ratti e randagi. Fuori, strade non asfaltate, cumuli di terra dissestata e sassi. Le scarpe sono sempre impolverate, i vestiti sporchi, bucati o rammendati, sfibrati e usurati. Gli abiti emanano un tanfo, le persone stesse puzzano. “Abbiamo tutti lo stesso odore acre... Siamo tutti senza sogni, senza speranze”. Sono isolati, confinati. Un unico autobus sgangherato collega l’altrove al centro della città. Chi ha provato a scappare, confidando in un futuro migliore, non ha fatto una bella fine: schiave e schiavi delle famiglie ricche.
A Roma, nel 1937, Annarella è nata in una famiglia che dopo il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio 1943 raggiunge Primavalle, nuova borgata destinata durante il fascismo ad accogliere i nuclei familiari non abbienti, cacciati dai quartieri centrali. Vi risiede nel dopoguerra un reduce, Lionello Egidi, “il biondino di Primavalle”, un uomo esile, malsano, poco limpido, che vivacchia di lavori qualsiasi, svolti anche per i Bracci. E conosce Annarella, uscita dal collegio delle suore, dove imparando e cantando aveva cominciato a pensare a una vita diversa. È costretta a lasciare gli studi per aiutare la madre in casa (cinque fratelli: Mariano, il maggiore, carattere pessimo e salute peggiore; Teresina e Ludovico, morti in tenera età; Bruno e Giulio). Non si pensi ai familiari come mere comparse, hanno un ruolo e un profilo, soprattutto in negativo.
Il 18 febbraio 1950, Annarella esce di sera per comprare carbone e olio. Non torna.
Non so chi sono né dove mi trovo. È tutto buio, nero, pece, abisso profondo... Interruttore verso l’alto, sono accese. Interruttore verso il basso, sono spenta.
C’è da restare impressionati dal racconto di Margherita Vitale, molto cinematografico se vogliamo, descrittivo, attento alla prospettiva soggettiva senza la pesantezza dell’introspezione. Certo, è più romanzo di vita e di cronaca che legal thriller, i tribunali figurano poco.
La scomparsa della bambina fa scalpore, coinvolge tutta Roma, un barone offre somme importanti per il ritrovamento. Dieci giorni dopo, il nonno (che dirà d’essere stato guidato da lei) scopre il suo corpo in fondo a un pozzo, in via La Nebbia. La decomposizione nasconde eventuali tracce di violenze sessuali, ma non quattro ferite da taglio nella regione occipitale, insufficienti però a causare la morte, avvenuta per annegamento.
I giornali incalzano, Curzio Malaparte denuncia il disagio sociale a Primavalle e l’ipocrisia civile, seguito da Pietro Ingrao su “L’Unità” e Corrado Alvaro su “La Stampa”. L’omicidio ispirò un documentario breve sociologico di Luchino Visconti, “Appunti su un fatto di cronaca” (1951), un testo di Vasco Pratolini e il film “Ai margini della metropoli” (1953) del regista Carlo Lizzani.
Lo stesso giorno del ritrovamento, Egidi viene arrestato. Dapprima confessa e fornisce particolari, poi ritratta, sostenendo d’essere stato forzato con violenza dalle “guardie”. Nel 1952, in primo grado il Tribunale di Roma lo assolve per insufficienza di prove. Tre anni dopo, l’Assise d’Appello lo condanna a ventisei anni per omicidio (oltre a tre anni accessori per molestie ai danni di un’altra ragazza). Nel 1957, la Corte di Cassazione annulla sentenza e pena. Da fonti e testimonianze emerge che abbia commesso abusi e molestie su minori. Che però Annarella sia stata uccisa da lui non è mai stato dimostrato.
Sono morta in via la Nebbia, che oggi si chiama via Cogoleto, e nessuno sa cosa sia successo quella notte. Tranne me.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La bambina nel pozzo. Il caso Annarella Bracci. 1950
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