Il 12 aprile 2026, presso la libreria Spazio Sette di Roma, si è tenuto un incontro del bookclub Ore giapponesi che ha visto protagonista la scrittrice Dacia Maraini con Vita mia (Rizzoli, 2023), memoir in cui racconta dei suoi anni infantili trascorsi in Giappone.
L’appuntamento, come è solito in questi casi, si è rivelato non soltanto una presentazione, ma un’opportunità di riflessione su tematiche quali la memoria, l’identità, il rapporto tra trauma e scrittura, in cui la dimensione personale ha costantemente assunto un carattere di respiro universale.
Il punto di partenza del dialogo è stato l’infanzia dell’autrice trascorsa in Giappone tra i due e i dieci anni, un periodo che ha inciso profondamente sulla sua sensibilità. Maraini, nel raccontare il suo profondo legame con il Giappone, non poteva tuttavia non soffermarsi su uno degli episodi più drammatici della sua vita: la detenzione della famiglia in un campo di prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale, conseguenza del rifiuto dei genitori di aderire al regime fascista. Questo evento traumatico è emerso come una chiave interpretativa centrale, capace di illuminare retrospettivamente tanto la scrittura quanto la costruzione dell’identità dell’autrice, e ne vedremo più avanti i risvolti.
Psicologia della migrazione di seconda generazione
È importante qui ricordare che, sebbene la famiglia Maraini si fosse trasferita per motivi di studio del padre, quindi si trattasse di una migrazione intellettuale - oggi li si chiamerebbe expat -, le basi psicologiche dello spaesamento possono trovare terreno comune in tutte le condizioni di sradicamento.
Ora, qui siamo di fronte a un espatrio protetto e possibilmente temporaneo, nonché accompagnato da un profondo interesse per la cultura di accoglienza, tanto che, ricorda Dacia bambina, la famiglia era solita frequentare membri della comunità locale, aveva appreso la lingua e veniva percepita dai Giapponesi stessi come amica. Tuttavia, l’assorbimento del sentimento verso le radici perdute da parte dei genitori, poiché costretti ad abbandonarle almeno geograficamente da una situazione politica per loro inaccettabile, fa sì che le figlie, migranti di seconda generazione, ne abbiano assorbito anche il dolore. Ricordiamo che Dacia, la maggiore, è nata in Italia e si è trasferita a due anni, mentre le due sorelle minori sono nate in Giappone.
La nota sindrome di Ulisse, teorizzata dallo psichiatra catalano Joseba Achotegui, secondo cui il migrante si forma un’immagine idealizzata del proprio paese di origine e ne rimpiange aspetti che fanno parte più della memoria affettiva che della realtà, funziona anche al contrario. Ovvero, in alcune situazioni, l’idealizzazione avviene nei confronti del paese di accoglienza (spesso a discapito del paese di origine) e ciò sembra essere accaduto alla nostra scrittrice che conserva, nonostante tutto, un ricordo e un legame che assolve anche le sofferenze.
Questo spaesamento ha aperto una riflessione più ampia sull’identità come realtà non univoca ma plurima, definita “varia” dalla stessa autrice, costruita nel tempo attraverso esperienze, lingue e relazioni. L’identità non appare più come un dato stabile, bensì come un equilibrio dinamico tra appartenenze diverse, talvolta in tensione tra loro. A ciò si lega anche una riflessione sull’essere europei, che Maraini intende prima di tutto come una questione culturale. Non un’appartenenza geografica o politica, ma prima di tutto una familiarità con la pluralità, con il dialogo tra differenze, con una storia di radici culturali condivise pur nella specificità di ciascuno Stato. L’identità europea, così intesa, è essa stessa non monolitica, ma costruita nel confronto continuo con l’altro.
La migrazione di ritorno
Accanto a ciò, Dacia Maraini ha affrontato la tematica della migrazione di ritorno. Tornata in Italia, narra che si percepiva come una bambina giapponese, straniera in un paese di cui parlava la lingua (assimilata in famiglia), ma che non conosceva affatto se non attraverso i ricordi dei genitori stessi. Una situazione tipica che si verifica nei casi di migrazione di seconda generazione, laddove i figli finiscono per sentire l’appartenenza al paese di origine attraverso la percezione dei genitori, primi ad allontanarsi dalle radici.
In tale contesto si inserisce la nozione di trauma culturale. Paradossalmente, per Maraini il momento più destabilizzante non coincide tanto con la permanenza nel campo di detenzione, sebbene ne ricordi la fame, le malattie e la crudeltà dei carcerieri ma non del popolo - ci tiene a precisare -, quanto con il rientro in Italia: un paese che, pur essendo il suo per nascita e radici culturali, le risultava privo di memoria affettiva. Il trauma nasce dunque dalla frattura tra appartenenza formale e appartenenza vissuta, tra identità assegnata e identità interiorizzata. Questa condizione, comune a molte esperienze migratorie, mette in evidenza come la cultura sia un sistema appreso, una costruzione, e come il suo venir meno o il suo brusco cambiamento possa generare un profondo disorientamento.
Un aspetto interessante che Maraini ricorda è quello che potremmo chiamare uno shock religioso e simbolico. Cresciuta in un contesto permeato da shintoismo e buddhismo, le due religioni che convivono in Giappone, in cui prevalgono visioni del sacro legate all’armonia, alla continuità e a un rapporto non conflittuale con la natura e la morte, la giovane Dacia si trova improvvisamente confrontata con un immaginario cristiano incentrato sul dolore, sul sacrificio e sulla figura del martirio. L’impatto con simboli come il Cristo crocifisso, carichi di sofferenza esibita e redenzione attraverso il patimento, produce uno scarto profondo, non solo religioso ma culturale, contribuendo ad accentuare il senso di estraneità. Il confronto tra il butsudan (altare domestico) in uso in Giappone e la croce simbolo del sacrificio di Cristo in Italia alla bambina appare stridente.
In questo scenario, i libri assumono per Maraini un ruolo decisivo. Le letture, tanto giapponesi quanto italiane, diventano ponti tra culture, strumenti di mediazione e di traduzione dell’esperienza. Offrono uno spazio in cui ciò che è estraneo può essere compreso e nominato e in cui le diverse appartenenze possono coesistere senza annullarsi. Per una bambina sospesa tra mondi diversi e contrastanti, il libro rappresenta il luogo in cui imparare ad abitare la pluralità, a conoscere l’alterità e ad accettarne l’appartenenza.
Il dolore e la morte
Come abbiamo accennato poc’anzi, nel percorso di rielaborazione del passato un ruolo significativo è attribuito anche allo spiritualismo orientale, con la sua concezione della morte come passaggio naturale e trasformazione, come parte della vita stessa.
Questa visione offre a Maraini uno strumento per affrontare il dolore e la morte stessa, ricordando anche il suo libro su Pasolini (Caro Pier Paolo, Neri Pozza 2022), con il quale immagina una corrispondenza epistolare postuma che, a suo parere, non sarebbe stata pensabile se non avesse interiorizzato un rapporto diverso con la morte e con la concezione della presenza dello spirito dei defunti integrata nell’esistenza dei vivi.
Quanto al libro Vita mia, Maraini confessa di averne rimandato a lungo la scrittura, fino a giungere alla maturità necessaria per affrontarla. Per sua stessa ammissione, riconosce in questo gesto, e nella scrittura tutta, un elemento fortemente terapeutico. Come lo può essere anche la stessa lettura, nella forma strutturata e accompagnata da professionisti della biblioterapia, la scrittura ancora di più rappresenta uno strumento potentissimo per attraversare il trauma e trasformarlo in narrazione condivisibile. Pertanto, sebbene appaia impossibile che l’esperienza, specie del campo di detenzione, non abbia caricato di ombre la relazione affettiva della scrittrice con il Giappone, tuttavia la scrittura, in particolare di questo libro, le ha permesso non solo di portare alla luce ricordi ammantati dalla rimozione psichica, ma anche di integrare dolori e traumi che hanno trovato spazio nella complessità della sua esistenza e identità stesse.
Recensione del libro
Caro Pier Paolo
di Dacia Maraini
L’immancabile dimensione archetipica
Il percorso biografico di Maraini può essere letto come un viaggio iniziatico, fatto di esilio, perdita, attraversamento del dolore e tentativo di ricostruzione. L’infanzia in un altrove culturale, il trauma della guerra, il senso di tradimento sia da parte della patria che del paese di accoglienza, il ritorno in un paese percepito come estraneo, fino alla rielaborazione attraverso la scrittura, richiamano strutture profonde dell’immaginario psichico individuale.
L’identità del migrante si inscrive così in una condizione liminale, di soglia, in cui si abita il passaggio tra mondi diversi. Il migrante, nella sua frattura, si trova costretto a incarnare i panni di Hermes, dio della comunicazione e delle negoziazioni, che si districa tra mondi diversi. Protettore dei mercanti, in fondo il migrante non deve vendere se stesso per farlo accettare dall’alterità? In cambio chiede il prezzo di uno sguardo di comprensione e interesse da parte della cultura accogliente, nel tentativo costante di trovare un accordo, una mediazione tra i due mondi.
Ma Hermes non solo collega orizzontalmente gli universi unici degli individui, ma anche verticalmente quello dei vivi e dei morti. Uno psicopompo, guida simbolica nei passaggi tra stati e dimensioni. Nel caso di Maraini, il vero psicopompo è il libro, strumento vivo che accompagna il transito tra culture, tra infanzia e maturità, tra trauma e rielaborazione. Esso diventa strumento di orientamento in uno spazio interiore complesso, segnato da fratture ma anche da possibilità di integrazione.
L’incontro del bookclub di Spazio Sette si è così rivelato un momento di riflessione non solo su un’opera autobiografica, ma su una condizione esistenziale più ampia. Vita mia rappresenta un testo capace di interrogare l’esistenza di ognuno di noi, mettendo in discussione categorie come identità, appartenenza e memoria, e mostrando come, attraverso la scrittura, sia possibile attraversare le soglie più difficili dell’esperienza umana e trasformarle in coscienza viva e feconda.
Vita mia [...] che canti e che balli sulle rovine del passato
Vita mia [...] che te ne vorresti andare [...]
Ma prima di andare
lasciati capire
lasciati concepire
lasciati abbracciare
lasciati raccontare.[estratto dalla poesia che apre il memoir]
Recensione del libro
Vita mia
di Dacia Maraini
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Dacia Maraini narra il “suo” Giappone con “Vita mia”, libro psicopompo tra identità e ricordi
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