- Autore: Meo Ponte
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Longanesi
- Anno di pubblicazione: 2026
“Mio padre è stato uno degli eroi con gli alamari della resistenza romana”. Cronista di nera, giudiziaria e inviato di guerra, Meo Ponte ha scoperto tardi che papà Giuseppe aveva fatto parte della Banda Caruso, durante l’occupazione nazista della capitale, dal settembre 1943 al giugno 1944. L’ex Carabiniere aveva mantenuto il segreto fino alla morte sull’esperienza, e questo ha spinto il figlio ad approfondire e ricostruire la storia del Fronte clandestino partigiano della Benemerita. Tra i numerosi saggi storici di Meo per le edizioni milanesi Longanesi, il più recente è L’armata nell’ombra. Gli eroici carabinieri della Banda Caruso (giugno 20256, collana “Il Cammeo”, 272 pagine).
Dichiara di avere scoperto che negli anni più bui della guerra, quando tutto sembrava perduto, c’è stato chi ha respinto qualsiasi compromesso e ha tenuto viva con il proprio coraggio la speranza di una rinascita del Paese. Giuseppe Ponte è stato uno di quegli uomini veri, sotto la guida del generale Filippo Caruso. Tra l’arresto di Mussolini, il 25 luglio 1943, e l’armistizio dell’8 settembre, per 45 giorni il re Vittorio Emanuele III e gli alti comandi militari agirono con “pavidità e indecisione”, barcamenandosi fra il tentativo d’ingannare l’alleato tedesco e una confusa trattativa con gli angloamericani. Alla fine, fuggirono, pensando solo “alla propria sopravvivenza”. Un voltafaccia che i nazisti misero crudelmente in conto alle forze armate e agli italiani. Il Regio Esercito, abbandonato dagli alti comandi senza ordini precisi salvo poche e contraddittorie indicazioni, non potè che darsi al “tutti a casa”: pochi accennarono una resistenza armata contro gli ex alleati con la croce uncinata, centinaia di migliaia vennero catturati e deportati.
In questo momento drammatico, il generale dell’Arma Filippo Caruso, da pochi mesi in pensione dal servizio attivo per il Paese, invece di restare spettatore come tanti alla finestra della storia e attendere i liberatori angloamericani, non si sottrasse al dovere militare. Cinquantanovenne alla fine dell’estate 1943, con una moglie e tre figlie cui pensare, scelse di tornare a combattere, raccogliendo i giovani sfuggiti al rastrellamento nazista dei Carabinieri il 7 ottobre 1943 (2500 arrestati, su disposizione della Repubblica mussoliniana di Salò). Mettendo in pericolo sé e la famiglia, raggruppò i CC sbandati e costituì un’armata clandestina, impegnandola in una lotta silenziosa e disperata contro il nazifascismo. Nacque così il Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri (FCRC), organizzazione che sarà conosciuta come la Banda Caruso.
In un diario ha sostenuto di non aver mai chiesto nulla: “mi sentivo pienamente pago e soddisfatto del dovere compiuto come soldato e come italiano”. Generale di Divisione per meriti di guerra, medaglia d’oro al valor militare, Filippo Caruso era nato nel 1884 a Casole Bruzio, in provincia di Cosenza (è morto a Roma nel 1979). Il 29 maggio, Caruso venne catturato col fidato capitano Giorgio Geniola e il generale Lorenzo Caratti. Ferocemente torturato tanto da restare invalido ma senza cedere e parlare, venne liberato dalla prigione di via Tasso per l’irruzione di popolani, all’arrivo imminente degli Alleati a Roma, il 4 giugno 1944. Il suo gruppo di prigionieri era l’ultimo rimasto in centro, per un camion fuori avaria. Dalla famigerata sede di Kappler era partito l’autocarro con a bordo il sindacalista antifascista Bruno Buozzi, fucilato di lì a poco alla Storta, sulla via Cassia, insieme ad altri tredici.
Sorprendentemente, però, il nome di Filippo Caruso è noto soltanto agli storici dell’Arma dei Carabinieri. È stato dimenticato il ruolo nella Resistenza romana, durante i nove mesi dell’occupazione nazista. Eppure, con la sua organizzazione clandestina era ben conosciuto nell’immediato dopoguerra. Ai comandanti delle forze angloamericane non era sfuggito il contributo della Banda Caruso. Ciò nonostante, la sua storia è finita sepolta negli archivi. È probabile che tra le ragioni dell’oblio abbia inciso la mancanza di remore nel denunciare le responsabilità dei vertici, nel rastrellamento dell’ottobre 1943. Aveva ricostruito personalmente i dettagli dell’accaduto e steso i rapporti che portarono al processo il vicecomandante gen. Delfini e gli ufficiali che avevano subito passivamente il bando del maresciallo Graziani, eseguito da Herbert Kappler, alla testa del Sicherheitsdienst, il servizio di sicurezza delle SS nella capitale.
Li aveva inchiodati alle loro colpe in nome dei Carabinieri scomparsi nei lager nazisti o uccisi nelle rappresaglie tedesche. Questa è la storia sua e degli uomini che con lui affrontarono i pericoli della lunga notte dell’occupazione tedesca di Roma.
Sul sito dell’Arma dei Carabinieri, si legge che dall’8 settembre 1943 all’aprile 1945 la Benemerita ha vissuto un periodo tra i più difficili e al tempo stesso esaltanti della sua lunga storia. Pur provata dal conflitto, trovò la forza e la coesione morale di organizzarsi per la Resistenza e la Guerra di Liberazione, confermando le tradizioni di secolare fedeltà alle Istituzioni dello Stato. Attivando le proprie strutture, impiegando nuclei clandestini e mettendo a frutto l’eroica iniziativa dei singoli, i Carabinieri dettero un impulso rilevante alla lotta, fornendo un altissimo e generoso contributo di sangue. Da ricordare il sacrificio di Salvo D’Acquisto nel 1953 e dei martiri di Fiesole nel 1945, per salvare ostaggi innocenti.
Si contarono 2.735 caduti, 6.500 feriti ed oltre 5mila deportati. Tanto valse il massimo riconoscimento al valor militare alla Bandiera, mentre a singoli sono stati conferiti 2 Ordini Militari d’Italia, 32 medaglie d’oro, 122 d’argento, 208 di bronzo, 354 Croci di Guerra. La Bandiera esibisce anche un argento per la resistenza dei Reparti Carabinieri nella Divisione Italiana Partigiani “Garibaldi” in Jugoslavia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’armata nell’ombra. Gli eroici carabinieri della Banda Caruso
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