Il servitore di due padroni
- Autore: Carlo Goldoni
- Genere: Classici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Marsilio
Il titolo originale di questa celeberrima commedia di Carlo Goldoni, Il servitore di due padroni, risulta sempre, a dispetto del suo essere un vero e proprio classico, un tantino oscuro. La maggior parte dei lettori (e, soprattutto, degli spettatori) lo indica come Arlecchino servitore di due padroni, rifacendosi alla straordinaria regia di Giorgio Strehler che ancora oggi registra il tutto esaurito nei teatri, e ai suoi due più grandi interpreti: Marcello Moretti, e, dopo di lui, quello forse più iconico, Ferruccio Soleri. Le origini di Arlecchino, in realtà, si perdono nella notte dei tempi, ma il primo attore a legare il suo nome al personaggio, che altri non è che il secondo zanni della commedia dell’arte, fu, nel sedicesimo secolo, Tristano Martinelli. Arlecchino è il servo sempre affamato, tutto frizzi e lazzi, birbantello e acrobatico, maldestro ma capace di farsi perdonare da chiunque per il suo buon cuore. Perché, quindi, Carlo Goldoni diede il nome di Truffaldino, e non di Arlecchino, al protagonista della sua commedia?
In realtà Truffaldino era il nome d’arte di Antonio Sacco, o Sacchi, l’attore al quale Goldoni cucì addosso la parte. Uno dei fondamenti della riforma teatrale goldoniana era infatti la pratica di scrivere commedie basandosi sugli attori che le avrebbero interpretate: non solo sulla loro presenza scenica e sul loro mestiere, ma anche sul loro modo di essere, sul loro carattere e sul loro vissuto. Si può affermare quindi, come fa Siro Ferrone nella sua interessante ed esauriente introduzione, che Sacco sia stato autore della parte del protagonista tanto quanto lo stesso Goldoni. In realtà la commedia, a parte poche scene più importanti, fu inizialmente composta in forma di canovaccio, sul quale gli attori improvvisavano com’era l’usanza dell’epoca; e solo in seguito, al momento di darla alle stampe, nel 1753, per la celebre edizione Paperini, fu riscritta in toto come commedia distesa.
Riuscitissimo mélange di personaggi seri e quasi tragici (i signori, che parlano in italiano) e altri comici (i servi, che si esprimono in veneziano), il testo potrebbe essere quasi definito una “commedia degli equivoci”, se non fosse che qui l’equivoco principale nasce dalla fame atavica di Truffaldino, che, per soddisfarla, non trova di meglio che mettersi a servizio di due padroni, l’uno all’oscuro dell’altro. L’azione procede su tre piani: quello tragico dei due innamorati Silvio e Clarice, che, appena promessi, si vedono rompere le uova nel paniere dalla notizia che il torinese Federigo, al quale Clarice era stata promessa tempo prima, non sarebbe morto come creduto; quello semiserio di Beatrice, sorella di Federigo (effettivamente morto) che arriva da Torino travestita da uomo per sistemare le questioni ereditarie e cercare il suo innamorato Florindo; quello comico di Arlecchino e della servetta Smeraldina che egli corteggia. Il lieto fine è obbligatorio, con un triplo matrimonio acclamato dagli spettatori.
L’edizione della Marsilio (2011), usata anche come testo universitario, è frutto di un’accurata ricerca filologica, ed è completata dalla già citata Introduzione del prof. Ferrone e dalla Nota al Testo che compara le diverse edizioni; comprende ovviamente la Dedica e l’introduzione goldoniana L’Autore a chi Legge, ed è seguita da un minuzioso Commento e dalla Nota sulla Fortuna, che riguarda sia il successo teatrale che quello editoriale dell’opera. Un testo ideale per chi vuole approfondire uno dei classici del teatro italiano. Assolutamente iconica la scena in cui Truffaldino, obbligato a servire il pranzo ai due padroni contemporaneamente, si destreggia fra salti, capriole e scambi di piatti: un vero banco di prova, ma anche terreno fertile per lo sbocciare della creatività e del talento dell’interprete.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il servitore di due padroni


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