Il morto si fa bello. Lou mort ou s’ fait bèl
- Autore: Lorenzo Albry
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2024
Un assassino, un assassinato, un fuggitivo già ladro per fame, una contadina nubile forte come un uomo: nel secondo romanzo ambientato sulle sue montagne nordoccidentali piemontesi ( Il morto si fa bello. Lou mort ou s’ fait bèl, Tipografia Editrice Baima-Ronchetti, Castellamonte Torino, settembre 2024, collana Libri in Libertà, 326 pagine), Lorenzo Albry presenta prima i personaggi che vivono a Rangiroldo, poi fa rientrare in attività Guglielmo Savant Rous.
È una vecchia conoscenza del primo titolo, sempre narrativa storica in Val di Lanzo, a tonalità gialle, sebbene questo secondo sia anche più bello del precedente, a sentire “Pinna”, sorella dell’autore. Giudizio condivisibile, per quanto abbia incontrato il gradimento generale anche Una mano di troppo. ’Na mean ad trop (Baima-Ronchetti, 2023), sempre con tante espressioni e battute in dialetto locale, congeniale ad Albry.
Sposato, con due figli, è nato a Lanzo Torinese nel 1954 e ha vissuto per i primi trent’anni a Pialpetta, nel comune di Groscavallo, in Val Grande di Lanzo, dove i genitori gestivano un’attività commerciale. Dall’infanzia, la lingua madre è stata il francoprovenzale. Ha lavorato per oltre quarantanni nella Pubblica Amministrazione, prima nella Comunità Montana Valli di Lanzo, responsabile del servizio agricolo dell’Ente, poi negli uffici della Regione Piemonte, occupandosi sempre di agricoltura. Da amministratore dell’Unione Montana Alpi Graie ha promosso iniziative legate alla ruralità montana. La passione per la scrittura ha preso forma definitiva dopo il pensionamento.
Arrivando al Lou mort, serve precisare il contesto e collocare le vicende nel tempo e nel luogo. È il 1359, appena un anno dopo i fatti del primo romanzo. Non siamo più a Groscavallo, ma a Rangiroldo di Mezzenile. Sono stagioni di carestia totale, la fame è tanta e per tutti, la peste ha fatto strage anche nelle valli. Chi è rimasto ha poco per sé e la propria famiglia, figurarsi se può aiutare gli altri. La gente fa di tutto: aggredisce, deruba, uccide.
Continuano le indagini del capitano Guglielmo Ettore Savant Rous e del fido attendente Martino Ru, entrambi della Castellania di Lanzo. Per l’esattezza geografica, solo Rangiroldo esiste, nel territorio di Mezzenile, i personaggi nascono dalla fantasia e anche la toponomastica e l’orografia sono volutamente adattate al racconto. Inoltre, non c’erano le sorelle Misericordiose di Dio a Santa Croce di Lanzo e la congregazione delle Devote di San Grato a Rangiroldo, neppure la locanda del Gallo Nero. Quello che è reale è che le notti dovevano essere momenti difficili, con la vita sempre a repentaglio; per questo Albry ha previsto i vigiles, ronde di uomini organizzati. Vigevano ancora le punizioni corporali, il taglio di arti o l’accecamento, se l’inquisito non poteva pagare l’ammenda. Altre disposizioni giudiziarie sono inventate: “l’addomesticamento al buon vivere” comminato al quattordicenne fuggitivo Alfonso e la reintegrazione del manesco Michele.
Dopo la prima parte di drammatici eventi, il capitano Guglielmo è convocato dal comandante: a Rangiroldo, nella comunanza di Meisenile, hanno trovato un ragazzo morto, ricoperto di biacca e appeso per i piedi a un albero. Una cosa strana, sembra una messinscena, forse un monito. L’appeso non è del luogo, nessuno lo conosce, si direbbe annegato e strozzato, non si capisce in quale sequenza. Occorre andare a indagare al riguardo, mai lasciare un crimine impunito. Non è tutto: a Lanzo, in un vicolo, è stato rinvenuto un uomo morto di stenti. Aveva con sé due figli gemelli, di circa quattro anni, “urlanti e poco addomesticati al vivere civile”. Sono stati raccolti e consegnati alle Misericordiose di Santa Croce, perché li accudiscano. In una tasca, un documento redatto da un notaio:
Io sottoscritto Luigi Votero nato in comunanza di Meisenile, nel pieno delle mie facoltà dichiaro di essere il padre di due gemelli, recanti i nomi di Dario e Sergio, nati il 24 maggio 1355 da Metilde Barra di Monasterio, morta pochi mesi dopo il parto.
In aggiunta, il firmatario raccomanda che, qualora dovesse morire per qualsiasi causa, i figli siano presi in cura e nutriti, non fatti schiavi da malintenzionati o maltrattati. Si augura che lo scritto finisca nelle giuste mani e che qualcuno di animo buono e compassionevole possa portare i bimbi alla sorella Maria Votero, nel villaggio di Rangiroldo, in territorio di Meisenile. È la contadina che in avvio della narrazione ha trovato per caso il cadavere incastrato tra le pietre di un torrente. Forte com’è, lo ha tratto e poggiato sopra un masso liscio. Si è poi allontanata, ma prima che potesse decidere il da farsi, tre ragazzi lo hanno visto e architettato un gioco macabro. Il risultato li ha spaventati e fatti fuggire.
Il vento che scendeva sibilando dalle montagne ha fatto ondeggiare l’albero di frassino davanti a un’altra donna, Gina, che abita in una delle ultime case del paese ed è uscita all’alba a svuotare il pitale in un canaletto. Ha visto, così, pendere dall’albero qualcosa che non doveva esserci. Qualcuno appeso per i piedi al primo ramo. Un uomo, un ragazzo, non si capisce. Una corda regge i piedi del malcapitato, mentre le braccia aperte ondeggiano a ogni folata di vento, come se volesse alzarsi in volo. Completamente nudo e interamente cosparso di biacca, risalta talmente bianco da sembrare l’apparizione di un angelo. Un angelo che volteggia a testa in giù. Gina non ha potuto che urlare, con tutta la sua voce, facendo balzare dai letti i vicini.
Abbiamo detto di Guglielmo, non della sua Bianca. Di quella, si dovrà necessariamente leggere.
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