Il figlio del figlio
- Autore: Marco Balzano
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2022
Il romanzo di esordio di Marco Balzano, Il figlio del figlio, uscito per Avagliano nel 2010 (e successivamente ripubblicato da Sellerio nel 2016 e poi da Einaudi nel 2022), inserisce entro una compatta unità spazio-temporale tre uomini, rappresentanti di tre generazioni e di tre diverse fasi dell’esperienza migratoria. Lo spazio delle radici originarie e trapiantate, nonché il tempo che intercorre tra lo smarrimento e l’adattamento, costituiscono l’asse portante della narrazione. In chiave junghiana, la migrazione non è solo evento storico ma rappresentazione psichica del distacco dall’archetipo della Terra-Madre: lo spazio originario viene perduto, e con esso una porzione del Sé arcaico.
Il nonno ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza della migrazione: ha spezzato le radici senza riuscire a metterne di nuove nel Nord Italia; ciononostante è invecchiato circondato dagli affetti familiari. Il nonno incarna una figura archetipica del Vecchio ferito: portatore di memoria, ma incapace di trasmetterla pienamente. Infatti, l’amarezza per la perdita delle origini — simbolicamente rappresentata dall’ormai fatiscente casa di famiglia in Puglia — offusca la sua percezione del presente, fino a non riconoscere più la famiglia come tale. La casa in rovina agisce come immagine dell’inconscio familiare non elaborato, che ritorna sotto forma di malinconia e scissione.
La narrazione si sviluppa attraverso lo sguardo del nipote, giovane insegnante precario, emancipatosi dall’analfabetismo dei nonni e unico capace di guardare alle origini con un equilibrio fragile ma necessario tra distacco emotivo e desiderio di recupero di un’identità che progressivamente si affievolisce, di cui la stessa condizione linguistica è testimonianza evidente. Anche la sua precarietà lavorativa agisce nel contesto narrativo come soglia, spazio liminale in cui si muove “il figlio del figlio”, il quale assume il ruolo dell’Io in cammino verso l’individuazione: non più immerso nell’origine, ma neppure completamente separato da essa.
Il nonno analfabeta ha la piena padronanza del dialetto ed è anche in grado di usare l’italiano; suo figlio, appartenente alla generazione di mezzo, conserva solo una conoscenza parziale del dialetto, che utilizza raramente; il figlio del figlio ne possiede infine una competenza puramente passiva, perdendo il bilinguismo attivo e restando ancorato alla lingua standard, che egli stesso percepisce come lingua pubblica, contrapposta al dialetto, lingua intima e familiare. La progressiva perdita del dialetto va di pari passo con l’allontanamento dalla lingua dell’inconscio: ciò che era immediato e corporeo diventa mediato, razionalizzato, esposto allo sguardo dell’Altro.
I legami familiari si indeboliscono di conseguenza, e sarà proprio il nipote, alla fine, a tentare di dare una forma di chiusura alla vicenda familiare. Ciò testimonia come non solo le seconde, ma anche le terze generazioni risentano in modo profondo e duraturo dell’esperienza diasporica, diventandone a pieno titolo protagoniste emotive. La ferita migratoria si trasmette come complesso transgenerazionale: non si esaurisce, ma muta forma, chiedendo di essere simbolizzata.
Si tratta di un romanzo all’apparenza marcatamente maschile, in cui la figura femminile agisce come cornice, delimitando i confini dell’identità familiare. Le presenze femminili restano appena accennate all’orizzonte dell’esistenza dei tre uomini — in particolare di quella del nipote, voce narrante. Le due nonne rappresentano simbolicamente due scelte opposte e ugualmente dolorose: restare o partire, ciascuna comportante rinunce irreversibili. L’immagine della donna anziana, archetipicamente custode delle soglie, delle possibilità non percorse, era mitologicamente sintetizzata nell’antica dea preolimpica di Ecate, la dea dei crocicchi, delle scelte, delle transizioni. Ed è di scelta che si parla quando si affronta un’esperienza diasporica ed Ecate ne incarna la sintesi, indicando un cammino alternativo, una possibile terza via tra rifiuto e recupero delle radici, tra fedeltà e separazione: non il ritorno regressivo all’origine, né il suo definitivo abbandono, ma un’integrazione simbolica che consenta al soggetto di abitare il proprio passato senza esserne prigioniero. Ci vorranno per questo tre generazioni, tre uomini, tre donne, tre luoghi: quello originario, quello di adozione e un terzo luogo simbolico in cui i due spazi psichici precedenti si fondono. Questo è ciò che incarna il “figlio del figlio”.
Il figlio del figlio
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