Il fango e la neve. Viaggio nei luoghi della Grande Guerra
- Autore: Paolo Rumiz
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Bottega Errante Edizioni
- Anno di pubblicazione: 2025
Alla vigilia del centenario della guerra mondiale sul fronte italo austriaco, il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz ha raccolto in un libro le sue note e appunti di un itinerario fisico, dal vivo, sui campi di battaglia, dalle Alpi lombarde al golfo di Trieste, passando per Carnia e Carso, gli Altipiani, il Grappa, il Montello e il Piave. Sito per sito, è nato un testo, non voluminoso ma schietto, un’antologia di considerazioni, emozioni, dati storici, notizie, incontri. Dato alle stampe dodici anni dopo, Il fango e la neve. Viaggio nei luoghi della Grande Guerra è a disposizione dei lettori, pubblicato della casa editrice udinese Bottega Errante (novembre 2025, collana “Camera con vista”, 128 pagine, anche in versione epub).
Paolo, classe 1947, è stato inviato speciale del “Piccolo” di Trieste, editorialista della Repubblica. Dal 1986 ha seguito gli eventi nell’area dell’ex Jogoslavia, meritando il premio Hemingway nel 1993 per i servizi dalla Bosnia e il Max David come migliore inviato italiano del 1994. Nel 2001 è stato a Islamabad e a Kabul, corrispondente durante l’attacco USA all’Afghanistan. Gira l’Italia da anni, fra viaggi, storia, scoperte, raccontando le esperienze in numerosi reportage e libri. Nel 2024 ha ricevuto il Premio alla carriera dalla Fondazione Campiello.
Nella prefazione a questo lavoro sul 1915-18, un Rumiz amareggiato dall’insipienza dell’Unione Europea - apparato elefantiaco incapace di andare oltre il potentato di banche ch’è diventata e inefficace come patria comune continentale - dichiara d’essere andato alla ricerca degli uomini di un secolo fa, perché in quelle terre insanguinate si vedeva “già l’Europa”. Il suo “viaggio” sulle linee rievoca gli eroismi, il cameratismo tra commilitoni, i canti di nostalgia dei soldati nei bivacchi e ha scoperto che la vita di trincea ha creato vicinanza tra avversari, per la prima volta dopo millenni di battaglie. Sul Carso, le linee erano tanto vicine da poter avvertire l’odore del rancio e ascoltare le voci del nemico. Questo generava la consapevolezza d’essere vittime comuni di un “tritacarne”, resi indistinguibili dallo stesso fango rossastro, che cancellava i colori diversi delle uniformi.
Era l’antefatto “per l’Europa”, ma l’accanimento dei vincitori contro la Germania ha finito per creare le premesse per la Seconda Guerra Mondiale. Più di un milione di morti a fine 1918 tra italiani e austriaci, cento milioni di vite umane sacrificate nel nostro continente, dall’inizio del Novecento ad oggi.
Leggo queste pagine di Rumiz e non trovo le parole per raccontarle. Sono incapace di far comprendere quanto la sua scrittura sincera e sentita possa risultare allo stesso tempo esaltante, toccante, militante, motivata. Coinvolge, quando denuncia l’ostinazione cinica dei Comandi negli assalti frontali. Commuove, nel muoversi con rispetto laddove riposano i morti, dopo essere stato nei luoghi dove sono caduti, dall’Adamello lombardo all’Hermada triestino.
Gli intellettuali à la page (qualcuno li chiama “gauche caviar”), amano trattare quella guerra come “inutile strage” e condannano i comandanti come assassini, senza provare però una vera compassione per le vittime, i soldati, meri numeri, strumenti funzionali al loro racconto ripetitivo, inespressivo, inodore. C’è la denuncia, mancano il sangue, il tanfo, la sporcizia. Anche Rumiz è un intellettuale, ma lui la Grande Guerra ha preferito “viaggiarla” - due mesi nell’estate 2013, seicento chilometri di fronte - quasi riviverla, spostandosi con una tenda cima per cima, dolina per dolina, ossario per ossario.
Camminando tra i pascoli sul Grappa, dove i cespugli di erica riempiono i crateri delle esplosioni, ha raccolto manciate di terriccio, talmente intriso ancora di balistite che accostando una fiamma al mucchietto nero i frammenti prendono fuoco, “come se un secolo fosse ieri”. La terra parla, sopra Bassano. Il massiccio è “impregnato di guerra”. Da lassù, dal novembre 1917, i nostri vedevano la pianura, l’Italia che sarebbe stata invasa e che andava difesa ad ogni costo, come sul Piave. Non era mica l’Ortigara, trentamila perdite italiane in venti giorni, di corsa, sempre in salita, contro i reticolati, sotto il tiro delle mitragliatrici, per un monte che andava scavalcato verso altri obiettivi, perché considerato indifendibile. Eppure, preso, il 19 giugno, si comandò di tenerlo, andando incontro al contrattacco che spazzò via i difensori, il 25. Solo tanti, altri, morti.
Sul Cevedale, Zebrù, San Matteo, lungo l’antico confine italo austriaco in Trentino, oltre a combattere si doveva sopravvivere soprattutto agli elementi, a 3600 metri di quota, più letali delle truppe di montagna opposte. Gli austriaci chiamavano l’italiano nachbar, il vicino. Com’è il vicino, chiedevano al cambio. Niente male, la risposta: il nemico vero era la neve.
Si racconta di un ufficiale austriaco attaccato al muro da un gigante di Sulden, perché obbligava le sentinelle a vigilare all’esterno durante tempeste di neve a meno trenta, all’ombra dei Quattromila. I caduti? Tanti, sepolti quando possibile con rispetto, in piccoli campi, tratti poi per finire in altri cimiteri di guerra e ancora più avanti nei dodici grandi sacrari-ossari, voluti da Mussolini come “case di eroi divinizzati”. Anche cinicamente monetizzati. È una storia dolorosa,
di corpi troppe volte riesumati e trasferiti di tomba in tomba, di ditte ammanigliate che rubano subappaltando il trasloco dei resti, di austriaci fatti passare per italiani perché sono pagati di più. E di ossa meticolosamente scarnificate, per ascendere alla perfezione minerale dell’ossario.
Vennero buttate via scarpe, stellette, tanti segni identificativi. Sparirono molti nomi, anche questo accrebbe gli ignoti. Ci fu chi moltiplicò i cadaveri, scomponendo i resti per strappare più soldi e si dovette imporre una regola lugubre: solo l’osso sacro (non scomponibile), dava diritto al compenso per un corpo.
Il fango e la neve. Viaggio nei luoghi della Grande Guerra
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