- Autore: Anna Banti
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788804793328
Donne molto diverse per età, condizione sociale, temperamento, stile e scelte di vita; ma tutte, a proprio modo, coraggiose. Donne miti o particolarmente spavalde, insospettabili fosche sirene e tranquille e pazienti eterne bambine; capaci di slanci di coraggioso ardimento e opachi ripiegamenti su se stesse; fiduciose in pochi maschi pseudo-ammiratori della loro indipendenza o costrette a rifugiarsi in una tranquillizzante sorellanza. Si respira aria di femminismo nella raccolta di racconti Il coraggio delle donne, di Anna Banti, uscita nel 1940 con Le Monnier (in prima istanza rifiutata da Bompiani) e ripubblicata ad aprile 2025 negli Oscar Mondadori? Poco importano le etichette, basti tra l’altro accennare al fatto che la Banti si dichiarò distante dai movimenti di affermazione delle donne, come dice Daniela Brogi nella Postfazione, ma certo è che se il coraggio caratterizza tutte le donne protagoniste dei cinque racconti è proprio perché già il primo racconto è come se:
Volesse farci entrare non in una coscienza individuale, quanto piuttosto in una mentalità. Essere donna significa avere paura.
Il coraggio non è solo quello delle donne dei cinque racconti, ma è quello della stessa Lucia Lopresti che sceglie uno pseudonimo: quello di Anna Banti, per affermare con coraggio di essere una scrittrice e non la moglie del famoso critico d’arte Roberto Longhi, è quello di altre scrittrici coraggiose come Matilde Serao – sulla quale nel 1939 la Banti aveva pubblicato un testo critico intitolato, Le virtù di Matilde – di Maria Bellonci e Alba De Cespedes, donne che tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, come dice sempre la Brogi:
Usano così spesso questa parola perché si riferiscono al coraggio difficilissimo, di appartenere al proprio tempo da protagoniste e smettendo di aver paura: la paura di essere stupide, brutte, di “rimanere” zitelle, di scrivere male, di non essere amate, persino di essere picchiate (il diritto del capofamiglia di picchiare sancito dallo Ius corrigendi, sarà abolito nel 1956).
Tre amiche nel primo racconto, una insospettabile incantatrice romantica nel secondo, tre zitellone anticonformiste nel terzo, altre tre zitelle cugine nel quarto e una moglie allo stremo nel quinto. Racconti lunghi – tanto che il secondo: Felicina sarà definito romanzo breve dalla stessa Banti, quando nel 1957 ripubblicò il testo nella raccolta La monaca di Shangai – densi, pieni di pathos, dai ritmi altalenanti tra lunghe e dettagliate descrizioni, voluttuosi e talvolta snervanti rallentamenti e improvvisi slanci della scrittura tesa e nervosa; racconti dalle strutture complesse e articolate.
Il primo racconto è appunto quello che dà il nome all’intera raccolta e Amina, la personaggia, ne ha di coraggio, anche se all’inizio non ce lo aspetteremmo:
Dio mio speriamo che non sia già a casa.
Amina è terrorizzata, ripete più volte così, mentre le amiche Rosa e Norma cercano di tranquillizzarla; forse il padrone di casa, quel marito dottore, che da piccolo asciutto brillante, si era trasformato in un povero cattivo ometto, non accetterà l’ennesimo affronto, ma Amina geme:
«Non ce la fo, non ce la fo, ho paura» e procede a testa in giù, sembra una capra o una rustica partoriente.
Tra rincorse e rallentamenti il gruppetto di donne avanza e si imbatte presto nel cappello e nei vestiti neri con il colletto e la cravatta sciolti del cittadino inselvatichito, sudato per il gran caldo, per le troppe bottiglie, scope e chiacchere con gli amici, che ribolle d’ira e scoppia in rimproveri, anche se Norma si profonde in scuse, dandosi tutta la colpa del ritorno in ritardo dalla passeggiata. Mentre Rosa, la cugina di Amina, entra timorosa nella camera della villa dei due coniugi – dove era ospitata –, Amina impreca senza farsi udire contro quel marito zotico e alcolizzato e si rifugia in camera sua. Ormai le sono divenuti compagni solo avvilimento, paura, vergogna che alterna a una “indifferenza smorta”. Dopo una cena di grande tensione e le fatidiche parole del padrone verso la cugina:
«Tu m’hai capito, Rosina […] quella donna bisogna sopprimerla» inizia improvvisa e dirompente la rivolta: Amina si riempie e beve un bicchiere di vino (beveva sempre acqua) e poi: «[…] in piedi, con gli occhi fissi e lucidi d’un serpente, gli angoli delle labbra arricciati da due ombre di spregio. «Ecco disse «la paura che mi fai: ci bevo sopra».
Il racconto prende una piega alla Edgar Allan Poe, facendo tornare in mente l’affascinante e inquietante: Il cuore rivelatore. Le emozioni di Amina, le sue ansie, il suo desiderio di riscatto da una situazione ormai invivibile prendono corpo; insieme alla folle paura che il marito possa toglierla di mezzo con una rivoltella in suo possesso:
Le palpebre chiuse di lei percepiscono la luce dell’altra candela, l’orecchio batte il tempo al respiro dell’insidia: se mai si appesantisse di sonno; il corpo formicola di raccapriccio avvertendo, per il sollevarsi delle coltri sul lato sinistro, la presenza dell’altro corpo sul piano del comune giaciglio.
In un crescendo emotivo, il flusso di coscienza dei protagonisti ci trasporta quasi in un’atmosfera da crime, fino al finale denso di suspense, di cui non spoilererò nulla.
Apparentemente meno denso di suspense è il secondo racconto, che si snoda con meno colpi di scena e meno sorprese, ma che non è meno coinvolgente nel finale. Protagonista è una donna diversissima dalla prima: una insospettabile incantatrice romantica che, prima e dopo il matrimonio, reggerà i fili di una doppia relazione sentimentale con un uomo a sua volta sposato. Felicina si conquisterà un posto di rilievo tra altri personaggi maschili e femminili: tra un avvocato, una tal Zoraide Benci donna angelicata, poco attenta agli intrighi sentimentali di suo marito, il professore Vittorio Ventrella; il fratello dottore della Benci, dalla fama di attaccabrighe e una serie di figure minori avide di situazioni scandalose. Tutte queste figure sono calate in un’atmosfera cupa, in un sottofondo ricamato ad arte; bisbigliano e sparlano, mentre la protagonista tesse le sue trame romantiche dietro una finestra, tanto che si diffonde la leggenda dei famosi occhi neri velati dalla tendina:
Garzonetti di fabbro e fornaio, giovani artigiani, commessi di bottega eran quelli che guardando sbadatamente in su venivan presi allo specchietto di un pallore magnetico, tanto in fervore, in quegli anni, anche presso il popolo minuto. Nessuno di loro era condotto a individuare la ragazza e oggettivarla nell’ambiente borghese cui apparteneva; tanto più che, subito, i segni furtivi ma intensi di consentimento appagavano le immaginazioni e le portavano sul terreno dell’avventura misteriosa.
Sofia, ex maestra in pensione, di cui l’autrice – con un’ironia che spesso sfocia in sarcasmo – dipinge con disarmante lucidità un’impietosa analisi, è la protagonista del terzo racconto. Siamo nel 1910, insieme alle due amiche zitellone: Antonietta, che gestiva a Firenze una merceria, e Jenny istitutrice e dama di compagnia. Porta il peso di un’esistenza solitaria, di una scelta elitaria e quasi masochistica: quella di crogiolarsi nella propria singolarità e originalità, al di là dei pregiudizi e delle diffamanti voci che si rincorrono sulle loro scelte e sui loro comportamenti:
Ecco il punto: zitellone, né c’era da ribattere. Nessuna delle anziane signore aveva avuto marito, di questo eran certi tutti. Dunque le stravaganze si giustificavano, o almeno si spiegavano; non ci si meravigliava più di nulla, come per creature tarate o minorate che non si sa mai che scherzi possan fare.
Tre donne emancipate, che vivono la loro estate balneare isolate dalla massa, si trattengono spesso sotto i pini della villa di Antonietta, si dedicano ai loro passatempi preferiti e sono molto contente della loro alleanza: cementata da esperienze consumate lungo una vita di sacrifici e lotte nel nome di una fede integrale nel mito di una rivoluzione del costume femminile. Meglio però, per loro, tacere sui loro onorati mestieri, poco considerati, perché non sono certo lusingate dal fatto che – donne come loro – diventano spesso insulse protagoniste di romanzetti rosa a lieto fine e sono bistrattate e ridicolizzate anche da quei pochi maschi ammessi nella casa :
Le donne debbono sostenersi, stimarsi reciprocamente, e che ciò sia possibile noi lo proveremo, noi lo proviamo e lo lasceremo per norma. Era il tempo in cui certi giornali e riviste aguzzavano l’appetito del pubblico con il resoconto di inedite arditezze femminili. Tutte le professioni per la donna! Vi si impazziva per la medichessa, la avvocatessa e la notaressa, senza pregiudizio della tranviera; si segnalava a distanza l’apparizione della ingegnera e della architetta, si tratteneva il fiato davanti alla scienziata, madame Curie era su tutte le bocche. Ma chi parlava delle immortali maestre, delle mercantine, delle pallide e odiate istitutrici? Giusto qualche romanzetto rosa, a lieto epilogo, a soluzione matrimoniale.
Il quarto è un racconto di una dolcezza infinita, nel quale la protagonista, Teresa, è sempre sospesa nell’attesa di un miracolo di vita piena, mai pienamente vissuta e poi, sfumata senza preavviso. Siamo a Genova all’inizio del XX secolo: è il 4 giugno 1904, data senza particolare spessore per la Storia, ma segnata sul calendario da un mese da Teresa, che raggiunge la città dopo ventiquattrore di viaggio in treno, quando viaggiare senza grossi motivi non era contemplato se non per “malattie, lutti, o nozze e letizie estreme”. Teresa ha ormai trent’anni, ma è arrivata dagli zii e dalle due cugine – “che hanno passati i venticinque anni da un pezzo” – accompagnata da madre, padre e fratello, quasi fosse una bambina; così sono chiamate dai suoi zii Amalia castana, la preferita di Teresa, e Annetta bionda. Rimarrà in casa loro per un mese, lei, la parente povera.
Aspetteranno impazienti e prepareranno ogni particolare dall’abito all’acconciatura, alle strane ricette di bellezza, quella sera, vivendo una vigilia eccezionale per il varo, il mattino seguente, della nave ammiraglia Vittoria; ma qualcosa andrà storto di primo mattino e guasterà la festa. Eppure, sarà un giorno di consapevolezza e di maturazione per Teresa:
Quante cose si scoprono quando si guarda la gente in faccia: il colore di tanti occhi pericolosi, l’andatura particolare a ogni sguardo, poi quella distrazione comune che guida le pupille tutte verso un punto solo, dietro le spalle di Amalia, un po’ più in alto del suo viso, dove par che non ci sia nessuno perché nessuno ride. Non ride, infatti, la pallidissima Teresa.
E Teresa viene presa quasi da una smania, da una fretta di andarsene e se ne andrà, tornerà a casa sua – a trecento chilometri da Genova – in anticipo, il 20 giugno, e rimpiangerà quella sana noia che occupava le sue giornate:
La noia, la noia appiccicaticcia di tutte le estati trascorse a una finestra scialba di città, era pur qualche cosa, e una inezia bastava a respingerla in secondo piano, a inciderla: lagnarsi – che farò oggi, che farò domani, così non si vive- faceva vento e introduceva la vita.
Non vi svelo il finale, vi dico solo che il racconto vi conquisterà fino alla fine.
Nel quinto racconto, Vocazioni indistinte, Ofelia: da giovane promessa sposa a zitella a mancata concertista di successo, a moglie insoddisfatta, il tutto, condito dai soliti luoghi comuni e pregiudizi sulle donne, mai veramente libere di scegliere la propria strada. E Ofelia si barcamena tra “scarse qualità mentali” e “accanimento diligente” in varie attività, per riuscire al meglio e ottenere le solite sanguinose vittorie; poi, l’innamoramento per Rinaldo, uno studentino, nipote di un canonico che quasi quasi la portava all’altare, ma che – migrato a Torino per finire gli studi – la lascia per lettera e con il benservito di un “Tu non mi sei mai piaciuta”. Ma Ofelia persegue uno scopo ben preciso:
D’un colpo l’avvenire fu sparecchiato di qualunque proposito matrimoniale. Lavorare, doveva, e nient’altro; o meglio sgobbare e penare come ai tempi della scuola per arrivare a qualche cosa […] il gusto della fatica, assaporato nell’infanzia, tornava a signoreggiare.
E leggerete di queste fatiche e dell’approdo ad apprezzata insegnante di piano e delle rinnovate ansie e angosce di un’esistenza piuttosto infelice:
Per le strade deserte, l’eco dei suoi tacchi frettolosi bastava a riempirle il cervello, ma l’animo sapeva che, dietro quel vuoto, c’era un disagio nero. Valeva la pena di aver faticato tutta la vita per conquistare una posizione netta, esatta […] Era una maestra accreditata, pagata bene, il suo sogno: e le salivano le lacrime agli occhi.
E leggerete dell’amicizia e delle “avventure” a Roma con la cugina Giulia:
Disarmata, andare il cervello alla deriva, contenta di appagar l’altra con segni tangibili di spregiudicatezza, come quello di tagliarsi i capelli a zazzera: un fatto per cui la fermezza del proprio coraggio le parve una gran cosa.
E poi, il ritorno a casa, l’improvvisa decisione de matrimonio e i figli e il desiderio di fuga: riuscirà a metterlo in atto?
Vedrete, leggerete e, alla fine, avrete il desiderio di leggere altre opere della Banti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il coraggio delle donne
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